Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
6 Maggio Mag 2013 1303 06 maggio 2013

Peer Gynt: a Cagliari il teatro e la ricerca del Sé

Quando si diventa adulti?
Una volta si diceva: trovi un lavoro, ti sposi, fai un figlio e sei adulto. Oggi il lavoro non esiste, si vogliono sposare solo i gay e di far figli non se lo può permettere più nessuno. Dunque, niente adultità. Ma il guaio è che il problema, nel frattempo, si è ancora più ingarbugliato: perché adesso dobbiamo chiederci anche “quando si diventa se stessi”. Ovvero: quando possiamo dire di aver acquisito una identità?
Parola scottante, identità. Pensate un po' a quanto e come, nell'eterno declino del postmoderno, la narrazione identitaria sia diventata ambigua. Tra chi rivendica l'identità padana, ad esempio, e chi, invece, semplicemente, continua a chiedersi "ma io, chi sono?".
E certamente, costruire la propria identità è lavoro difficile, lungo e faticoso. Per non parlare, poi, di quell'altro tema, ad esso associato altrettanto scottante e perennemente irrisolto, che è la "personalità". Come cantano i Baustelle: oggi la personalità se la possono permettere solo il calciatore o la velina. Ma è davvero così? Quel lavorio incessante di modificazione perenne del sé è uno dei temi eterni della grande drammaturgia. Lo sappiamo per Edipo, Amleto, Chisciotte, ma dovremmo saperlo, e purtroppo ce ne dimentichiamo, anche e soprattutto per quel capolavoro infinito che è Peer Gynt.
Ibsen aveva scritto un trattato filosofico in forma di teatro, un ritratto umano come drammaturgia, oppure - per dirla diversamente - ha creato un personaggio che è summa e compendio di un viaggio teorico che inizia con Platone e continua tutt'oggi. L'identità: questa eterna chimera, questo campo di battaglia e di sofferenza in cui tutti mietono vittime o cadono esangui. In nome della propria identità (personale o collettiva) si lotta per sopravvivere e Ibsen lo sapeva.
Ma il problema tocca, oggi più che mai, le cosiddette giovani generazioni, sballottate tra modelli improbabili (adesso hanno tutti la cresta, non per un ritorno dei punk, ma perché ce l'ha un calciatorino famosetto) e un retaggio di valori ai quali non credono più. Giovani che si arrabattano, con grande fatica, per sopravvivere in una società gerontofila, misogina, egoista e sempre più volgare. Tutto allo sbando? Tutto da buttare? Certo che no.
Le risposte ci sono, eccome. A partire da quanti, giovani e giovanissimi, occupano teatri, fanno azioni dirette e mirate di politica concreta (flash mob e simili). E sono risposte anche quei progetti di senso che alcune istituzioni culturali e teatrali fanno - rispondendo finalmente al proprio statuto fondativo - per esercitare azioni culturali capaci di scandagliare quei problemi e tentare alcune risposte (o addirittura soluzioni). Proprio sul tema spinoso della formazione dell'identità, il Teatro Stabile di Sardegna ha messo in piedi un progetto di grande bellezza. Intanto un Festival di Filosofia, alla seconda edizione, seguitissimo dal pubblico cagliaritano, poi un lavoro teatrale frutto di un percorso di ampio respiro su quel capolavoro, appunto, che è Peer Gynt di Ibsen. Ha fatto benissimo, allora, Guido De Monticelli, direttore dello Stabile di Sardegna, a tessere attorno alle gesta del contro-eroe norvegese un tessuto di iniziative, riflessioni, incontri che hanno chiamato in causa molte realtà formative e pedagogiche sarde. Questo approccio ha mutato lo spettacolo da avventura teatrale (o meta-teatrale: dal momento che, come suggerisce il regista, il viaggio di Peer è anche il viaggio dell'Attore) ad un fatto generazionale, formativo, collettivo e dunque sostanzialmente politico. Alla produzione di questo Peer Gynt hanno preso parte gli allievi della Facoltà di Architettura, per lo spazio scenico; quelli del Conservatorio per le musiche dal vivo; gli studenti di Filosofia per tutto l'apparato teorico, e gli allievi della Scuola di Teatro dello Stabile che si affiancano a interpreti giovanissimi - Simone Toni, il protagonista, è del 1980; Solvejg, la brava Sara Zanobbio del 1989 - e a attori più d'esperienza, storici protagonisti dei 40 anni di vita del teatro cagliaritano, come la straordinaria Lia Careddu, nel ruolo della madre. La scelta di collocare la storia di Peer in un tessuto corale e soprattutto generazionale, mi sembra giusta e degna di grande attenzione, anche perché fa vibrare il testo di significati ulteriori. Ricordo ancora la bella edizione firmata da Luca Ronconi in quello che era il Teatro Centrale di Roma (oggi mi sembra sia un pub cabaret), con Popolizio e Anna Maria Guarnieri: se là dominava la nevrosi, qui - con questa massa giovane in scena - si avverte la febbrile forza del gruppo, un pulsare di energie che straripano da ogni parte, mettendo bene in luce contraddizioni ed eccessi di una generazione alle prese con se stessa. De Monticelli ha scelto, nell'agile adattamento, di concentrarsi sulla prima parte, sul Gynt non ancora protagonista delle avventure esotiche: quel "ladro di storie" fanfarone e innamorato di Solvejg, l'unica che con il suo pacato affetto, gli dà equilibrio e stabilità. E in questo contesto, appare folgorante, come chiave di lettura, la lunga sequenza dell'incontro con i Troll, in cui Peer, pur di essere accettato, pur di fare successo, è disposto a tutto. La dinamica singolo-gruppo (o branco, si direbbe oggi) esplode in tutta la sua asprezza. Nel rave quasi orgiastico, Peer si degrada, si umilia: solo alla fine, si scuote e torna in sé. Lo spettacolo visto a Cagliari è dunque una folle galoppata, resa ancora più esterma da una recitazione spesso esagitata, quasi espressionista: nei bei costumi di Adriana Geraldo, arricchiti dalle straordinarie parrucche in lana sarda dell'azienda Crabolu, la vicenda umana di Peer ha un momento di svolta nella struggente morte della madre: ma non sarà il lutto a fermare l'affannosa ricerca di sé. Lui continuerà, a perdersi e a cercarsi: inseguendo, ancora e sempre quella Solvejg che, paziente, lo aspetta...

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