Asia Files
8 Maggio Mag 2013 0218 08 maggio 2013

Nazionalismo alla cinese

«Ovunque c’è innovazione, meno che nella democrazia. Le aziende hanno bisogno di continua innovazione, gli scienziati devono sempre oltrepassare le barriere del sapere, gli atleti inseguono sempre nuovi record del mondo e gli artisti nuove creazioni. Ma quando parliamo di forme di organizzazione sociale, evidentemente siamo ancora soddisfatti delle pratiche del 1830. Perché dovremmo morire imbracciando anticaglie di duecento anni senza avere la possibilità di voltare pagina? La democrazia è un organismo vivente, la forma della democrazia è tutt’altro che immutabile, dovrebbe seguire i bisogni delle epoche e maturare continuamente.» (dal Manifesto del G1000 redatto nel 2011).

“Nazionalismo cinese” è un’espressione delicata, poiché chiama in causa un fenomeno –quello della formazione della nazione cinese- relativamente moderno e su cui non esiste unità di vedute.

Oggi la Cina comprende regioni, come lo Xinjiang o il Tibet, in cui la leadership del Partito comunista e, talvolta, la sovranità nazionale sono tuttora messe in discussione.

Dagli anni che precedettero la fondazione della Repubblica nel 1911 fino ai giorni nostri, nazionalismo e patriottismo hanno goduto del forte sostegno da parte della leadership cinese, vuoi per nutrire il desiderio di riabilitazione contro l’egemonia dell’emisfero occidentale, vuoi per colmare il vuoto ideologico lasciato dalla fine del maoismo e dall’immissione nell’economia di mercato. All’interno della retorica nazionalista di stato, la modernità e lo sviluppo hanno assunto un valore assoluto, in grado di accompagnare lo slancio della nazione cinese nella sua ascesa ideale.

Non per questo dietro al nazionalismo cinese si nasconde necessariamente l’azione del governo; al contrario, si tratta di un fenomeno sociale molto eterogeneo nelle sue componenti, che in ogni caso conta sull’appoggio attivo da parte delle masse.
La più recente ondata di nazionalismo popolare in Cina si è levata circa cinque anni fa, unendo studenti universitari dentro e fuori dalla Cina, professori, intellettuali e gente comune. Era il 2008, e mentre Pechino si preparava ad accogliere le Olimpiadi, ultimando la “riabilitazione” cinese, in Occidente l’opinione pubblica e l’informazione si mobilitavano contro la repressione della rivolta in Tibet, ostacolando il percorso della torcia olimpica verso la capitale cinese.

La “gioventù di aprile” nasceva in risposta a queste critiche e con l’intento di emancipare la Cina dal giudizio –fuorviante, parziale, viziato e univoco- dei media occidentali. Da allora, la “rete di aprile”, ovvero il sito www.anti-cnn.com, è divenuto il contenitore per eccellenza di analisi dotate di prospettive diversissime tra loro, ma unite nello sfidare la validità assoluta dei valori di riferimento delle società occidentali –democrazia, diritti civili, diritti umani- in qualità di strumenti per la codificazione e per il giudizio di sistemi fondati su criteri interpretativi distinti.

Negli ultimi anni, la crisi del modello liberale e democratico, unita al compimento della “rincorsa” della Cina, non ha fatto altro che amplificare e rinvigorire le voci del nazionalismo cinese, evidenziando –come spesso accade di fronte a ogni forma di nazionalismo- critiche schiette e fondate dei difetti che attanagliano l’Occidente e meno lucide nell’analizzare le contraddizioni sociali cinesi.

Zhang Weiwei, professore di relazioni internazionali con base in Svizzera, è figura autorevole all’interno di questo dibattito; i suoi scritti godono di grande credito e di circolazione in rete, nei circoli studenteschi e tra la “gioventù di aprile”, tutt’altro che indomita a cinque anni dalla sua nascita.

Questo mese, Caratteri cinesi, rubrica di traduzione di China files, ha proposto al pubblico italiano la sfida che il Prof. Zhang lancia al concetto stesso di democrazia: nella sua analisi, la fragilità emerse nei paesi occidentali –su tutte la frammentazione politica, la funzione predominante delle campagne elettorali e il populismo– evidenziano il passaggio dalla funzione rivoluzionaria dell’ideale democratico alla totale assenza di dinamismo nelle democrazie occidentali contemporanee.

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