Andrea Cinalli
Serialità ignorata
9 Maggio Mag 2013 0706 09 maggio 2013

Bro(a)do di misteri: il giallo che ha stregato l'UK

Una media di 9 milioni di telespettatori e una seconda stagione in cantiere per “Broadchurch”, il mystery che ha tenuto il Regno Unito col fiato sospeso

Per la critica britannica è il miglior “murder mystery” da dieci anni a questa parte, per altri una scopiazzatura di “The Killing”. Tutti, però, convengono sulla riuscita dell'operazione televisiva: “Broadchurch”, miniserie in otto puntate in onda da marzo sul network ITV, ha rinverdito il giallo serializzato in terra bretone, complice la strabiliante popolarità sulla BBC di “Forbrydelsen”, il crime made in Denmark sbarcato da noi la scorsa estate su Rai 4.
La premessa è quella di tanti gialli post-Twin Peaks: un anonimo e sperduto buco di provincia è atterrito da una tragica morte per mano di un misterioso assassino; al che gli investigatori, interrogatorio dopo interrogatorio, sbrogliano una matassa di relazioni clandestine, folli perversioni, false identità e condanne per pedofilia, intaccando quella facciata di rispettabilità tipica delle piccole comunità coese. Nulla di così eccezionale fin qui.

È infilando personaggi sui generis e innestando atmosfere torbide su un idilliaco scorcio di mare che “Broadchurch” si discosta dalla tradizione: già la vittima che calamita chiacchiere di paese e le attenzioni degli inquirenti non ricalca il profilo della sedicenne complessata, con un bagaglio di segreti da far impallidire un agente del KGB (raffigurazione assurta a tòpos del genere con la Laura Palmer lynchiana). Qui si è alle prese col caso di un 11enne, Danny Latimer, trovato esanime sulla pittoresca spiaggia cittadina. L'innaturale angolazione del corpo lascerebbe presumere una caduta dalla scogliera sovrastante. Ma gli esami condotti dal medico legale dissolvono ogni dubbio: è omicidio mascherato da suicidio. Per Broadchurch è l'inizio di un incubo: tutti a puntarsi il dito contro, sorrisi tirati che trasudano peccati inconfessabili, illazioni che piovono su questo e quel sospetto. Tale è l'andazzo fino al magistrale colpo di scena dell'episodio finale, in cui il detective Alec Hardy, spalleggiato dal sergente Miller, si spiana la strada verso la soluzione del mistero, nonostante i problemi cardiaci che lo affliggono. E la risposta all'enigma è tanto agghiacciante da sospingere l'intera cittadina in un più profondo baratro di disperazione e sgomento.

È una serie che lascia il segno, “Broadchurch”. Il tratto distintivo di questa mini-produzione firmata ITV va proprio ravvisato in una scrittura e una regia vibranti di tensione, che condensano la drammaticità degli eventi con un realismo disarmante. Tutto ciò risaltando i dettagli più crudi e toccanti: gli sguardi vacui, gli occhi spiritati che galleggiano in un alone di angoscia e rassegnazione, la nebbia che sale nottetempo dal mare conferendo un'aura spettrale alla città. Altro che la secchezza e l'immediatezza dei thriller danesi, cui l'autore, Chris Chibnall, sostiene invece di essersi ispirato. “Senza The Killing (Forbrydelsen), Broadchurch non avrebbe avuto vita”, chiosa alludendo anche all'atteggiamento conciliante dei capoccia del network, sempre restii a realizzare un poliziesco dalle trame orizzontali prima del clamore della serie europea. Altra incisiva fonte di ispirazione, afferma, è “Murder One”, il thriller anni '90 di Steven Bochco che ruota attorno a un unico caso di omicidio, trasmesso su Canale 5 nel 2002.

A rendere spessore e corposità a un impianto narrativo già bello robusto, restando sui lidi di “Broadchurch”, ci pensa la struggente colonna sonora curata da Òlafur Arnalds, compositore olandese poco noto dalle nostre parti. Soundtrack in cui svetta un tema musicale teso e incalzante, che ben si sposa col racconto (guarda in fondo all'articolo).
Anche ai protagonisti va riconosciuta un'ampia fetta di merito: da uno strepitoso David Tennant, che appeso al chiodo il cappotto del Doctor Who dimostra di potersi calare con nonchalance in un ruolo drammatico, a una sorprendente Olivia Colman, che alle battute finali regala performance da Golden Globe.
È insomma un prodotto, confezionato con perizia e maestria, che si erge a “must-watch” per tutti gli orfani del capolavoro lynchiano. E che, quando giungerà da noi, chissà, potrebbe instillare qualche idea nelle menti aride di produttori ed editori televisivi, inaugurando un filone tutto italiano. Per dire.


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