La Grande Mela Gialla
10 Maggio Mag 2013 0811 10 maggio 2013

Confessioni di una campanilista anche un po' femminista

Ho sempre partecipato a cerimonie ed eventi di consegna fondi, premi e chi piu’ ne ha piu’ ne metta, per lavoro. Perche’ magari mi ci mandava il giornale o per presenziare in modo istituzionale.

Qualche giorno fa mi sono ritrovata in una situazione simile ma per la prima volta mi sono davvero sentita orgogliosa di quello cui stavo assistendo e piena di gratitudine per queste donne che avevo davanti mentre scattavo la fotografia che vedete qui sotto.

Loro sono le donne di IWA l’associazione donne italiane di Hong Kong. Di loro vi ho gia’ parlato qui, e ribadisco che il concetto “le mogli di” non va piu’ di moda nel 2013…almeno a Hong Kong. Certo queste donne sono spesso mogli di mariti indaffarati e in viaggio nell’Oriente caotico, mogli e mamme indaffarate a loro volta, e perche’ no mogli che sentono il bisogno di fare qualcosa non per ingannare il tempo tra uno shopping e l’altro – e ne avrebbero ogni possibilita’ davvero – bensi’ il bisogno di fare qualcosa di ‘meaningful’.

Mi piace questa parola inglese che tradotta da noi vale come ‘significativo’ qualcosa di valore, ma in inglese ha quel –ful che indica pienezza. Pienezza di significato.

Sono stata alla cerimonia di consegna di un assegno di oltre 50 mila euro che IWA Hong Kong ha donato all’ospedale The Duchess of Kent dove ogni anno nel primo sabato di dicembre si svolge un mercatino tematico italiano molto apprezzato e che ha ormai una tradizione trentennale. Le donne italiane a Hong Kong sono considerate buone e forti, capaci di dare un senso alla permanenza in terre estranee e di aiutare concretamente, col sorriso che le/ci caratterizza.

Con questo assegno l’ospedale comprera’ due apparecchiature all’avanguardia per operare alla spina dorsale bimbi e giovani adulti con difetti molto complessi. Qui ne arrivano circa 100 all’anno, casi gravi che solo grazie ad operazioni delicate possono stare meglio, alcuni vengono anche dalla Cina grazie a un programma di supporto che la Fondazione collegata alla struttura ospedaliera eroga.

Queste donne italiane – e non voglio dire che le altre donne di altre nazionalita’ siano da meno ma concedetemi del sano campanilismo – hanno un obiettivo comune che le unisce intorno a un progetto, a un’idea di comunita’ solidale.
Forse non rappresentano tutte le possibili sfaccettature dell’essere donna, moglie, mamma, professionista in condizioni speciali come quelle di chi vive lontano dalla patria ma sono determinate a raggiungere la meta.
Si sono messe un camice verde e sono entrate nella sala operatoria per vedere con i loro occhi come sono stati utili gli apparecchi comprati con i soldi degli scorsi anni e per rendersi conto di cio’ che manca e provare a metterselo come obiettivo della raccolta del prossimo anno.

Non si fermano mai, queste donne e mentre scatto le fotografie le guardo attraverso l’obiettivo e vedo cosa c’e’ dietro la stanchezza di una vita quotidiana che anche qui – nonostante in molti pensino “Comode loro che vivono nella New York orientale piene di soldi e opportunita’” – non e’ per nulla facile. Vedo la gioia di aver dato speranza.

Le storie non sono mai tutte uguali, le persone non pensano mai allo stesso modo ma se hanno un desiderio in comune possono costruire un mondo migliore.

Ne sono certa e l’altro giorno ho avuto la prova – e l’onore di esserne parte - che un pezzetto di strada e’ stata compiuta nella giusta direzione.
E ora tacciatemi pure di qualunquismo e campanilismo ma non mi scalfirete.

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