Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
11 Maggio Mag 2013 1526 11 maggio 2013

La lotta di classe e il teatro indebitato

Anni fa, una rivista prestigiosa come "Il Patalogo", diretta da Franco Quadri, ospitò una mia riflessione sulla "scomparsa del personaggio" dalle scene italiane. Argomentavo, allora, che l'avvento di un sistematico autobiografismo - in forme diverse: dal teatro di narrazione al teatro performativo - avesse fatto decisamente fuori il "personaggio" inteso in senso classico (per intenderci: Amleto, Edipo e compagnia) a favore della "persona" ossia dell'attore stesso, che era se stesso anche nel momento in cui attraversava e reinventata quel particolare testo o personaggio. Insomma, per farla breve, il ricoeriano "racconto di sé" aveva la meglio sul racconto dell'Altro. La tendenza, in quegli anni all'inizio, è diventata conclamata deriva, tanto che - almeno sul piano artistico - non ci facciamo nemmeno più caso. Il "personaggio" è diventato un pezzo di modernariato, qualcosa da andare a vedere nei Teatri Stabili all'antica, quasi come una volta si andava al circo a vedere l'uomo più forte del mondo o la donna barbuta. Adesso, però, vale forse la pena tentare di allargare il ragionamento, ampliando la prospettiva alla individualizzazione della società italiana, che si esprime anche o soprattutto nei social network e che ha di fatto determinato la definitiva sconfitta di quella che una volta si chiamava lotta di classe.


Appare chiaro a tutti, specie a chi fa critica, che il "proprio" punto di vista ha preso ormai il posto di qualsiasi ragionamento, di qualsiasi teoria storico-analitica. Il racconto di sé è diventato il paradigma per narrare la realtà (di scena e fuori scena): ovvero lo status di facebook è il parametro per giudicare il mondo, i 140 caratteri di twitter sono la recensione definitiva su quel che accade. L'io - per quanto frastagliato, confuso, spaesato - è il metro di paragone, è il tribunale definitivo. Dico "mi piace" è ho svolto il mio ruolo. Tale parcellizzazione, esasperazione al limite del nevrotico, del "libero arbitrio" ha di fatto soppiantato l'arbitro, ovvero il canone. In arte - e questo nella musica classica e d'opera, ancorché contemporanea, sembra ancora valido - non ci sono più gradi, livelli, piramidi di valore. Insomma, per fare un esempio: se vuoi suonare alla Scala da primo violino o da solista devi studiare tutta la vita. In teatro, o in altre modalità espressive, questo non è più vero. Va benissimo, per carità, ma proverei a ragionarci. L'altro giorno, Nicola Lagioia firmava un bel pezzo, su "Repubblica", a proposito della "cultura dal basso" che anima Roma, città invece ormai boccheggiante per tutto ciò che è teatro, arte, cinema...
Intanto, al quartiere Pigneto, un brillante Fausto Bertinotti presentava - benissimo - il nuovo libro di Carlo Freccero sulla storia e le dinamiche della televisione (Freccero, "Televisione", Bollati Boringhieri, 2013).

Bertinotti ha affrontato il tema della fine della lotta di classe, parlando proprio del fatto che - complice la tv - il grande capitale è riuscito nella faticosa impresa di spostare definitivamente il rapporto dialettico tra le classi economico-sociali in un rapporto fratricida tra individui. Citando un libro come "Il consumatore indebitato", Bertinotti ha segnalato come la crisi del capitalismo comporti anche la fine del post-moderno: l'ansiosa definizione dell'individuo consumatore del postmodern è oggi impossibile, proprio per il sostanziale crollo del sistema capitalistico. Come riportare tutto questo al teatro? Se pensiamo all'Attore, abbiamo dunque registrato il passaggio dal personaggio alla persona, ovvero dallo "scritturato" al "performer". Il marxismo ci insegna che si deve riflettere sulla posizione del lavoratore nei confronti del posto di lavoro e nei confronti del prodotto. Il performer non ha più posto di lavoro (nemmeno, salvo percentuali minime, presso quel micro-capitalismo rappresentato dai Teatri Stabili) ma è anzi solo, privo di tutela. Una "partita IVA" potremmo dire oggi.
E non ha nemmeno tutela sul prodotto: cosa crea il performer? Una performance - appunto - unica e irripetibile. La retorica, la meta narrazione della performance, ha fatto sì che si negasse ogni possibile reiterazione (ovvero commercializzazione, mercificazione) del prodotto. In sostanza, dal punto di vista economico, la performance è valutabile solo in virtù della sua straordinarietà. Ossia, detta in soldoni: guadagni una volta e basta.

Possiamo, forse, arrivare a una prima conclusione. Il teatro contemporaneo è un "Teatro indebitato": vive di marginalità, di straordinarietà, di un credito perenne nei confronti del capitale (sempre altrove). I performer sono costretti ad un continuo, spasmodico, investimento su di sé: un arricchimento perenne delle proprie competenze e del proprio curriculum in attesa di una "chiamata" - retaggio del teatro ufficiale, capitalistico - che non arriverà mai. È un teatro sostanzialmente povero, privo di finanziamenti, volontaristico, sempre più disperso e disperato: c'è chi fa debiti per pagarsi una produzione, un laboratorio, un provino. Un teatro che vive di coraggio e di voglia di fare, ma raramente riesce a trovare concretizzazione (un debutto, una replica al mese quando va bene). È un teatro frustrante proprio per la sua evanescenza: mesi di prove, di dedizione e lavoro, che si esauriscono nell'arco di 50 minuti. Il sistema lavorativo, allora, diventa solo virtuale, privo della concretezza economica, privo di garanzie, privo di regole. È il sistema facebook, il sistema twitter, ovvero comunicazioni parcellizzate all'infinito, moltiplicate sul nulla, che fortificano l'individualismo (almeno in Italia: ben altro uso si fa - e si è fatto - della rete ad esempio nelle primavere arabe) a scapito della collettività. E, badate bene, è qualcosa che riguarda da vicino anche la critica: nel totale misconoscimento del pensiero critico, e nel progressivo e sistematico abbandono della critica teatrale da parte dei maggiori organi di informazione, si sono moltiplicati blog e siti autogestiti, spesso individuali, sempre economicamente nulli o quasi.
Ma se questa è un tendenza, possiamo già riscontrare le contromisure: e qui torno all'articolo di Lagioia su "Repubblica". Ovvero la cultura dal basso: gli esempi non mancano, e il bell'articolo ne cita molti. Per il teatro, naturalmente, viene chiamato in causa il Valle occupato, che è paradigma conflittuale di una risposta possibile all'individualismo come accade al Rossi di Pisa, al Garibaldi di Palermo e in altri spazi: come il bellissimo Teatro Sociale di Gualtieri (foto) dove spettatori e artisti si sono trovati, come cittadini, nel volere fortemente la riapertura dello spazio teatrale, ricostruito letteralmente assieme in un progetto quanto mai concreto, chiamato "Cantiere Aperto".

Il nodo, però, resta ancora - in questa prospettiva - la obbligata irregolarità, la marginalità (scelta e voluta) rispetto al sistema: un piccolo gruppo, come quello degli occupanti, può rinnovare la rappresentanza di una classe? Può socializzare il livello di scontro o rimane un tentativo, seppure ampiamente condivisibile - almeno nelle istanze iniziali - di una affermazione del sé? Difficile rispondere ora: di fatto, come sottolinea Lagioia, le espressioni di maggior interesse del tessuto culturale romano vengono dal microcosmo. Ma questo è sufficiente in prospettiva macrosistemica e storicistica? Si tratterebbe, dunque, di affrontare seriamente una verifica del sistema teatro, ovvero del sistema sociale che si incarna nel teatro. Lo farà questo governo? Lo farà il teatro italiano? In gioco non c'è solo la spinta creativa, estetica, del futuro, ma una più basica, concreta, banale, voglia di esistere.

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