Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
13 Maggio Mag 2013 1657 13 maggio 2013

Ascanio Celestini: un Discorso senza pietà

(immagine di Maila Iacovelli e Fabio Zayed / Spot the Difference)

Dice, Ascanio Celestini, che Discorsi alla Nazione è ancora uno studio, una tappa intermedia, un fase di ricerca in previsione dello spettacolo vero e proprio. Ci tiene a sottolinearlo e noi ne prendiamo atto. Poi, però, questo piccolo grande genio del teatro italiano allestisce un monologo della durata di un'ora e mezza - nel bellissimo spazio del Teatro Palladium di Roma nella stagione della Fondazione Romaeuropa - che è una requisitoria feroce, divertente e disperante: un racconto armato di parole talmente esplosive da lasciare lo spettatore, tutti e ciascuno, assolutamente sgomento.

Come è consuetudine dell'attore-regista-attore-narratore, lo spettacolo si apre quasi in sordina, come se Ascanio chiedesse il permesso, chiedesse "scusa" di quel suo stare sul palco, distante da quel pubblico con cui ha da sempre cercato un contatto diretto, privo di mediazioni. E il pubblico lo ripaga, chiamandolo per nome, facendolo sentire, comunque e ovunque - dai centri sociali ai teatri storici - "di casa".

Discorsi alla nazione si apre con un lungo prologo, una introduzione affidata a voci registratore di "leader" presenti o passati, voci riconoscibili di politici, di figure dominanti: da D'Alema a Marchionne, da Khomeini a Berlusconi. Frammenti di interventi pubblici, arringhe, comizi. Voci che distillano potere, distanza, freddezza politica.
Poi Celestini sale sul palco e comincia a parlare. Spiega il progetto dello spettacolo, dice cosa è uno studio, e lentamente il "prologo" si amplia, si struttura. Viene quasi da pensare al Dario Fo del Mistero Buffo, quando le introduzioni ai pezzi duravano quanto, se non più, dei pezzi stessi. Ascanio, nel suo rigore morale, intellettuale oltre che artistico, si assume con coscienza il dovere di un teatro politico, presente, vivo. Anche il lazzo comico, la battuta, l'ironia, sono sempre aguzzi come spilli, invisibili ma dolorosi: lì per lì magari non te ne accorgi, ma fanno sanguinare. Celestini, dunque, mentre parla del suo nuovo viaggio creativo, fa entrare, come un fiume carsico che scorre misterioso, un monologo sull'essere di sinistra. "Io sono di sinistra, però...", dice: ed è quel "però" che progressivamente svela contraddizioni e fallimenti della sinistra italiana. In un crescendo di verosimili paradossi, l'uomo di sinistra si svela sempre più razzista, maschilista, gretto, cattolico ben pensante, borghesuccio. Più a destra della destra: tanto da dire, e alzi la mano chi non l'ha pensato, "ce l'avessimo noi, un Berlusconi a sinistra!". Il paradosso diventa dunque allucinante, accettabile, comprensibile, addirittura condivisibile: nella micidiale tirata, Ascanio non salva nessuno, snocciola le pochezze di un pensiero diffuso, genericamente oppositivo, ma sostanzialmente reazionario, che è il cuore di un'Italia storicamente ed eternamente di destra. Un susseguirsi di dittature: prima i savoia, poi i fascisti, poi i democristiani, adesso i berlusconiani. Poi, con un leggerissimo cambio di prospettiva, il prologo lascia spazio a quello che - supponiamo - sarà il cuore del nuovo spettacolo. Sono brevi monologhi, fotografie di una umanità marginale, chiusa in un fantomatico condominio. Piccoli ritratti di gente, ognuno con la sua storia, tessere di un mosaico di un futuro forse non troppo lontano: Ascanio si immagina una Nazione abbandonata alla guerra civile, in cui piove sempre. Un paese nello sfacelo talmente conclamato da non suscitare più reazione o sdegno, ma solo istinti di sopravvivenza e rassegnazione. Ecco, allora, l'uomo anodino, che cerca l'anonimato, la nullità, il silenzio e che invece, per un semplice cambio di programma, è costretto a parlare con chi incontra e arriva a uccidere l'uomo che involontariamente aveva causato il cambiamento. Ecco il cecchino potenziale, qualcuno che, dal buio della sua finestra, spara sui passanti; ecco ancora quello che sa trovare il suo posto al mondo solo grazie al fatto di tenere una pistola in tasca; ecco infine il proprietario snob dell'attico. Questi brevi monologhi (già sentiti nelle apparizioni tv di Celestini) sono intervallati da una surreale conversazione telefonica, che si ascolta fuori campo, di una donna con un portiere: lei è bloccata in casa perché un cadavere ostruisce l'uscita, l'altro, filosofeggiando, le spiega la situazione. Sono tutti in attesa dell'apparizione del nuovo dittatore, del suo discorso alla nazione. Diceva qualcuno che gli italiani sono un popolo che ha sempre aspettato un'apparizione dal balcone: l'annunciazione, piazza Venezia, la piazza di San Pietro, e la gente giù, ad osannare. Così appare anche il neo dittatore di Celestini: look anni Settanta, parla a nome delle classi dominanti. Di quelli che, sempre nella storia, hanno avuto il potere. E parla alla "sinistra", ai lavoratori, ai contadini, ai rivoltosi, ai proletari, per spiegar loro - con commovente cinismo - quanto nulla sia cambiato, nonostante le "belle" parole create proprio da loro, da quelli di sinistra: parole come "lotta di classe", ad esempio, completamente disattesa propri da chi l'ha inventata. E immagina addirittura un "governo Gramsci" - un passo di grande poeticità, addirittura commovente - in cui il politico sardo dà incarichi a persone certo diverse da quelle attuali.

Moltiplicando il paradosso, Celestini fa ridere proprio svelando i meccanismi della storia: raccontandola dal punto di vista di chi, nonostante tutto, è ancora - e sarà sempre - al potere. E dunque il tiranno, osannato, sarà nuovo e uguale a chi l'ha preceduto: l'unica differenza è che i predecessori sono morti, e lui, vivo, ne continua il potere. Non c'è speranza, sembra dire Celestini, di cambiare veramente le cose in questa Nazione. Lo dice con coraggio e determinazione, mettendosi in gioco in quella che è anche – e forse soprattutto – una (auto)critica intellettuale, militante ed emotiva, che tutto e tutti coinvolge. Non si salva nessuno, qua: e arriva pure a cantarlo, Ascanio, con una canzoncina lieve e ironica che mette fine allo spettacolo. Un motivetto antico, quasi alla Petrolini, che schianta ogni residuo d'ottimismo: un "inno" al bastone e alla carota, veri motori di questa Italietta sgangherata.

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