Nel mirino
14 Maggio Mag 2013 1641 14 maggio 2013

Giles Duley: becoming the story

Photo by Giles Duley - Catholic Mission, Bailundo - Angola - 2008

Giles Duley, classe 1971, è un fotografo che ha iniziato la sua carriera scattando editoriali di moda e musica, ambienti che però gli lasciano un senso di vuoto a tal punto da decidere dopo 10 anni di mollare tutto e dedicarsi al fotogiornalismo.

Per finanziare i suoi progetti lavora come badante per un malato di sclerosi multipla, 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana per 8 settimane consecutive, alla fine delle quali si può permettere 4 settimane di viaggio per i suoi reportage.

Photo by Giles Duley - Nick, living with Autism - 2006

In questo modo Giles ci ha portato la sua testimonianza dall'Angola, Ukraina, Bangladesh, Sudan, Afghanistan.

Nel febbraio 2011 Giles è in Afghanistan, al seguito di un drappello di soldati americani, il 101st Airborne. Le statistiche parlano chiaro: sono più i soldati americani morti suicidi che quelli nei campi di battaglia in Afganistan, e Giles decide di seguire un gruppo di soldati per dimostrare come tutti i diversi agenti coinvolti in una guerra ne diventino in un modo o nell'altro vittime.

Photo by Giles Duley - MAG, Angola - 2007

Una fredda mattina di quel febbraio 2011 durante un pattugliamento, Giles mette il piede su una mina e salta in aria: viene portato con l'elicottero all'ospedale militare di Kandahar e, dopo due giorni a Birmingham in terapia intensiva, gli vengono amputati il braccio sinistro ed entrambe le gambe.

I medici gli dicono che è un miracolo che sia vivo ma che non potrà mai più essere indipendente, camminare, stare da solo.

Ma Giles è un lottatore, ha vicino la sua famiglia e la fidanzata Jen, che nonostante lo abbia conosciuto poco prima dell'incidente non lo ha abbandonato un momento.

Duley si prefigge caparbiamente degli obiettivi: riuscire a camminare con le protesi senza aiuto entro Natale, passeggiare con Jen a Soho, finire tutte le operazioni chirurgiche e tornare a vivere a casa entro un anno, e così avviene.

Photo by Giles Duley -Becoming the Story, Self-portrait. London. 2011 - When I was still in intensive care, I had an idea in my head of a photo I wanted to take - a self-portrait - I could see it so clearly. I wanted to take a portrait that didn't hide the reality of my injuries, but also didn't show me as a victim. When thinking about it I realized I wanted to photograph myself the way I had photographed others.

This was to be the first photo I would take following my injuries. Nearly nine months to the day after it happened.

When I took the self-portrait I felt as if I had crossed a threshold of accepting my injuries. This is me, and once again I am a photographer.

A questo punto a Giles manca l'ultimo degli obiettivi, per lui il più importante: tornare in Afghanistan e mantenere la promessa fatta a Gino Strada - conosciuto mesi prima dell'incidente a Khartoum – di documentare le sofferenze dei civili afghani devastati da anni di conflitti.

Photo by Giles Duley - Bangladesh - 2009

Ho scoperto la storia di Giles in un periodo particolare per me in cui mi sto interrogando sulle etichette che diamo ai fatti della vita. Ho a lungo riflettuto su come, se non possiamo ovviamente cambiare la realtà, possiamo invece cambiare la nostra modalità di reazione ad essa, cambiare il nostro atteggiamento davanti agli eventi.

Ciò che qualifica l'influenza che una data cosa avrà su di noi è più legato a come decidiamo di reagire ad essa che non alla cosa stessa, e queste non sono riflessioni buoniste o new age, non credo in Dio, né credo che la vita abbia un senso in sé, ma è proprio questa mancanza di senso universale che la rende unica e singolare e che rimanda al mittente e quindi a ognuno di noi la responsabilità della produzione di senso per la propria esistenza.

Photo by Giles Duley - acid burn survivor - Dhaka - Bangladesh - 2009

Ho parlato con Duley prima di scrivere questo articolo, e Giles è fermamente convinto che non si dovrebbe definire una persona dalle sue malattie, tragedie o disgrazie, né farsi definire da esse; ovviamente è difficile per lui stesso accettare quello che gli è successo, ovviamente sarebbe stato meglio se non fosse accaduto ma il punto è: che cosa decido di fare oggi con quello che ho?

Photo by Giles Duley, Afghanistan, 2012 - Prosthetic limbs awaiting collection at the ICRC limb-fitting centre in Kabul. Since the programme started in 1988, the service has provided nearly 100,000 limbs.

Duley per me è un eroe, non perché è senza gambe e braccia, ma per la sua passione, per la fierezza e la dignità con cui parla di sé e della sua condizione, per non essersi nascosto ma aver fatto di se stesso un veicolo di speranza, per aver contribuito a considerare normale e parte della vita la malattia, la disabilità, la morte, perché non ha vergogna, non si è mai autocommiserato né ha cercato la commiserazione altrui, e sono convinta che se avessimo tutti il coraggio di accogliere nella nostra quotidianità la sofferenza non sentiremmo più il bisogno di nasconderci, smetteremmo di vergognarci della nostra fallibilità.

Photo by Giles Duley, Afghanistan, 2012 - Farid, who was injured by a US grenade, enjoys the sun and fresh air outside his ward at the Emergency hospital, Kabul. He had been injured when caught in the cross-fire between Taliban and a US patrol. HIs father had taken him to the nearest American patrol base but they had refused to treat him on the grounds that he might be Taliban. His father had then driven him to Kabul where he received treatment for head and stomach injuries.

Giles è consapevole che la sua situazione ha contribuito ad accendere i riflettori su di lui, condizione che ha però utilizzato come un megafono affinché le storie di chi non ha voce arrivassero a più persone possibili.Quando Dulay è tornato in Afghanistan da amputato per documentare il lavoro di un centro protesi del Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha sperimentato come la sua nuova condizione creasse una connessione con i soggetti delle sue immagini che non aveva mai sperimentato prima, accorciando qualsiasi distanza ideologica, geografica o di ruolo.

Dulay pone l'accento sulla differenza della condizione di amputato in un paese come l'Afghanistan rispetto a un paese occidentale: in Afghanistan esistono molti più pregiudizi nei confronti della disabilità e un amputato non troverà mai lavoro né potrà sposarsi.

Photo by Giles Duley, Afghanistan, 2012

In Afghanistan ci sono 55.000 amputati, e la maggior parte sono civili vittime casuali dei conflitti che hanno lacerato per anni il paese. Il ragazzo nella foto qui sopra ad esempio è stato colpito durante uno scontro a fuoco fra esercito americano e talebani: un proiettile ha attraversato il muro di fango della sua casa, per poi attraversare la sua spalla frantumandogli la mascella. Per 10 ore il ragazzo è dovuto rimanere chiuso in casa ad aspettare che la battaglia si concludesse, poi lo zio ha dovuto guidare per altre 10 ore per raggiungere l'ospedale più vicino, perché la realtà in questi paesi è questa: quando ti fai male non esiste un ospedale di zona e spesso si muore o ci si aggrava fatalmente nel tentativo di raggiungere quello più vicino.

Potete sentire il TED talk di Giles Duley qui.


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