Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
14 Maggio Mag 2013 2142 14 maggio 2013

Grifasi, Romaeuropa: al Sindaco chiedo di scegliere

(Nella foto: il teatro Palladium alla Garbatella, Roma)

Si potrebbe raccontare una storia dello spettacolo, a ripercorrere le mille proposte fatte dalla Fondazione Romaeuropa sia al Festival, che ogni anno porta a Roma quanto di meglio si muove nella scena internazionale, sia la Teatro Palladium, il bel teatro alla Garbatella dell’Università Roma3, dove Romaeuropa agisce come motore inarrestabile e animatore fantasioso.

La Fondazione, insomma, è uno dei polmoni che soffia il fiato della cultura nella Capitale. Struttura agile, privata, ma sempre attenta a quanto accade anche nei meandri segreti della città, Romaeuropa si è spesa nel sostenere, produttivamente, la nuova leva teatrale romana. In vista delle elezioni comunali, allora, è naturale fare tappa, dopo aver visto lo spettacolo di Celestini al Palladium, negli uffici della Fondazione, all’Ostiense, e chiedere al direttore Fabrizio Grifasi quale sia, dal suo punto di vista, la situazione, e quali le cose da fare per Roma.

«Lo stato delle cose mi sembra abbastanza interessante. Da un lato c’è, oggettivamente, un contesto di creazione e produzione artistica e culturale che continua a rimanere abbastanza vivo e vitale, sia nell’area metropolitana romana, che - allargando lo sguardo – in Italia. È sorprendente continuare a costatare che non si sia fermata quella spinta forte all’emergere di nuovi gruppi, al rinnovamento, alla creazione di nuovi festival e nuove realtà. È un movimento che sta continuando da anni: non è recente, ma prosegue incessante. Ma, d’altro lato, va detto che questo accade, spesso e volentieri, al di fuori di una politica culturale pianificata, al di fuori di quelli che dovrebbero essere gli spazi preposti a questo ruolo. Ci sono, ovviamente, alcune eccezioni che riguardano organizzazioni piccole, medie e alcune grandi, che si stanno dedicando a questo tipo di lavoro: Romaeuropa, consentitemi di dirlo, ha fatto di questo impegno una priorità e una attività importante degli ultimi anni. Ma mi sembra di poter dire che, così come c’è quella continua spinta creativa, continua a non esserci, in maniera generale, una capacità a interpretarla e a sostenerla».

Come sostenerla? Cosa si dovrebbe fare per intercettare e valorizzare questi flussi?

«Ovviamente scegliendo. Dobbiamo capire che la soluzione non può essere “sosteniamo tutti e impegniamo tutto su tutti”. Sarebbe semplicemente demagogia senza senso. Se parliamo d’arte e di scelte artistiche, si tratta invece di assumersi la responsabilità, che deve essere limpida e trasparente, e scegliere. Ma ancora prima di arrivare al problema delle “scelte”, c’è un problema a monte: quali sono le politiche e gli strumenti che permetto di leggere i cambiamenti e di sostenere un panorama di creazione artistica che è oggettivamente cambiato? Un panorama che non è certo quello di venti anni fa, quando sono stati pensati quegli strumenti legislativi, ancora in vigore, che continuano a fotografare la realtà italiana come se fosse ferma ad allora.
La questione, dunque, è interessante per Roma ma lo è anche per l’Italia. Ci troviamo di fronte a problematiche simili, anche se ovviamente con differenze. E i problemi sono chiari.

Allora cosa chiederebbe al nuovo Sindaco di mettere in agenda?

«In primo luogo, i problemi sono di ordine strutturale. Dove si lavora? Quali sono le nuove strutture? Dove far crescere la creazione artistica? Quali sono i modelli organizzativi e istituzionali? Come rispondere alle forti spinte che vengono dalla società civile?
Il legame con la società civile è fondamentale: il “terzo settore” ha fatto molto di positivo in quei campi dove lo Stato non riesce più ad arrivare. C’è un pezzo di società italiana che è in grado di prendersi per mano, di prendere per mano altri soggetti, e di costituire esempi positivi.
Ovviamente, per seguire quegli esempi, bisogna mettersi attorno a un tavolo e bisogna discutere: ma per far questo serve la buona volontà di tutti. Altrimenti i dialoghi, il prendersi per mano, non avviene.
In secondo luogo, sembra prioritaria una riforma profonda dell’esistente, di quello che c’è, che evidentemente fotografa una situazione ormai vecchia.
Infine, avverto una questione generale, che riguarda i finanziamenti: il sistema non riesce più a intercettare il nuovo, ed è rimasto legata al passato. Faccio questa considerazione, prima ancora di entrare nel merito del quantum, che pure è drammatico: il problema, infatti, è che un pezzo di spesa per la cultura è vecchio, non ha più senso. Poteva avere senso venti anni fa, ma oggi non corrisponde più a nulla. Se poi vogliamo anche parlare del quantum, diciamo semplicemente che è il più basso d’Europa. Ma, in un momento di crisi, sarebbe già sufficiente spendere meglio quel poco che c’è da spendere.
Dunque, ricapitolando, ecco le priorità: strutture; revisione dello “storico”, del consolidato, per capire cosa ha senso o meno; revisione del sistema dei finanziamenti per chiudere una serie di rendite di posizione che non hanno senso; infine, se possibile integrare i tagli che sono stati pensantissimi.
Se questo è il quadro di ordine generale, restano aperte le due questioni importanti, che già ho citato».

Riprendiamole…

La prima è “scegliere”. Le parole “cultura” o “teatro”, vanno difese sempre: ma non possiamo dirci che qualsiasi cosa vada sul palcoscenico – da qualsiasi parte venga e in qualsiasi teatro venga fatta – debba essere difesa di per se stessa. Va certo difeso il diritto di esprimersi, per chiunque, dal momento che siamo una repubblica democratica. Ma va tutto sovvenzionato? Forse no. Penso infatti che si tratti di capire le priorità. Ci sono delle priorità? L’entertrainment di qualità è uguale al “teatro d’arte”? Parliamone! Cerchiamo di capire, senza posizioni precostituite. Ma rendendoci anche conto che ci sono cose molto diverse all’interno della parola “teatro”. Ancora oggi si sovvenzionano cose diversissime tra loro, addirittura agli antipodi: ma dando a queste cose, al di là delle cifre, anche le stesse modalità di funzionamento e rendicontazione. È una follia: se facciamo lavori diversi, dovremmo avere modelli, parametri diversi e non possiamo essere giudicati tutti esattamente sullo stesso modello.
La seconda questione importante. Il mondo della cultura non vive sulla Luna. Non è un fortino in cui ci asserragliamo e difendiamo. Anzi, più ci asserragliamo, meno saremo in grado di difenderci. La grande forza di una progettualità culturale è di aprirsi, includere, capire i cambiamenti e le paure di un paese, far dialogare mondi diversi, non mettere barriere. Capire che anche nel nostro modo di funzionare ci sono cose che non vanno. Dobbiamo imparare dagli altri, guardando in Italia – non è vero che va tutto male in Italia, ci sono modelli di efficienza e capacità – e all’estero. Dobbiamo mettere in connessione la cultura con altri mondi produttivi dell’innovazione. Se c’è qualcosa che mi è cara, nella parola “cultura”, è la sua capacità di apertura sul mondo, e non posso non associare questa apertura alla capacità di innovare. Poiché so che c’è altra gente che lo sta facendo, che lavora proprio sull’innovazione e per l’innovazione, penso che più riusciremo a parlarci, a metterci in connessione – ossia far parlare il mondo della cultura con il mondo dell’istruzione, dell’informazione, della ricerca – meglio sarà. Ma su che parliamo? Perché, poi, è sempre sui contenuti che si costruiscono gli incontri, i progetti, la capacità di crescere, di andare avanti, di scegliere…».

Esistono già terreni di confronto e collaborazione su Roma?

In questo momento, di grande disgregazione, molto dipende dalla nostra singola responsabilità; dalla capacità per il ruolo che ciascuno di noi ha, di costruire qualcosa. Non voglio negare assolutamente i macro-problemi o le macro-responsabilità che può avere la politica in molti campi, però penso sempre al valore positivo – mi piace vederla così - che possono avere degli incontri, e al fatto che ciascuno di noi ha una responsabilità, piccola o grande a seconda delle capacità, per favorirli. In questo senso, come Romaeuropa, e anche personalmente, ho sempre cercato di essere disponibile all’incontro, trovando altre persone altrettanto disponibili. Penso al lavoro fatto al Palladium, soprattutto nell’ultimo periodo del decennio scorso, con i progetti con le reti indipendenti che hanno fatto del teatro davvero uno spazio aperto. Ma anche sul fronte degli incontri “istituzionali” ci sono state delle novità: ad esempio, il rapporto che si è costruito con il Teatro di Roma, in questi ultimi due anni, è estremamente positivo. Di questo voglio ringraziare il direttore Gabriele Lavia e il presidente Franco Scaglia. Non solo perché ci hanno ri-accolto al teatro Argentina – per noi molto importante vista la bellezza e il prestigio di quello spazio – ma perché assieme abbiamo fatto delle scelte: non tutto quello che avremmo voluto fare, però abbiamo deciso di lavorare assieme su alcuni progetti, già lo scorso anno, con lo spettacolo di William Kentridge, e quest’anno con altri lavori. Poi, penso sia importantissimo che il Teatro di Roma lavori al Palladium, se ne avrà bisogno. Allo stesso modo, continuerà la collaborazione di Romaeuropa con un altro spazio importante come il Teatro Eliseo. E c’è anche una new entry, ossia il teatro del Quarticciolo, con cui non avevamo mai collaborato: ma la nuova direzione artistica di Veronica Cruciani, un’artista che recentemente è stata al Palladium, ha fatto sì che si aprisse un dialogo che si concretizzerà nel nuovo Festival. Insomma, la questione del “costruire ponti” è essenziale. Spetta molto alle singole persone: le istituzioni, la politica hanno le loro responsabilità, soprattutto per facilitare quegli incontri, ma poi dipende dalle scelte dei singoli, perché tutti possiamo e dobbiamo contribuire a costruire progetti assieme».

Ci dimentichiamo spesso che Roma è una capitale europea. Cosa dovrebbe fare il nuovo sindaco per ricordarcelo?

Intanto prendere coscienza del tanto che già c’è, ed è molto diffuso sul territorio. E valorizzarlo. Ovviamente tenendo conto delle differenze: Un festival internazionale è un festival internazionale; una iniziativa sociale, pure molto meritevole, che accade in un quartiere periferico, è certo importante, ma è un’altra cosa. Non si possono giudicare con gli stessi occhiali. Si tratta dunque di capire la complessità di questa città: ci sono tante cose, molto diverse, ciascuna con caratteristiche e necessità. Non si può continuare a mettere tutto insieme: sarebbe una operazione apparentemente democratica, in realtà l’opposto.
Poi, si tratterebbe di favorire la creazione di reti; di affrontare la questione degli spazi – ci sono spazi in territori sprovvisti della città, che hanno fatto un lavoro straordinario. E, infine, di fare scelte sul bilancio più generale della città. Se si ritiene che la cultura e i processi di innovazione siano un valore aggiunto, siano qualcosa di importante per la città e la comunità, come elemento di coesione, scambio, inclusione e per la “famosa” immagine internazionale o per i flussi turistici, allora bisogna fare scelte adeguate.
Speriamo infine che alcuni processi di cambiamento in atto al Mibac trovino ulteriore spinta: per arrivare alla riforma dei regolamenti, che riconosca il cambiamento e la qualità. E ancora, speriamo in una Legge Regionale per lo spettacolo, che sappia parlare meglio alla cultura. Difendo lo spettacolo dal vivo, ma non voglio creare ghetti: chi si occupa di spettacolo dal vivo deve aprirsi alla complessità della cultura, dialogare con l’editoria, la letteratura, la musica, l’innovazione tecnologica….
Quindi ci auguriamo delle cose per il futuro di Roma, ma ce le auguriamo per la città, in una Regione e in uno Stato».

Sembra sorprendentemente aperto all’ottimismo…

«Una delle poche cose che ci è rimasta è l’ottimismo. Dobbiamo, in questo momento, essere assolutamente ottimisti. La situazione è talmente critica, talmente difficile, che se non abbiamo l’energia per andare avanti ci fermiamo, ma ci fermiamo davvero tutti, disperdendo un enorme patrimonio culturale che si è accumulato in Italia. Siamo ottimisti perché sappiamo che la situazione è molto difficile, drammatica, ma proprio per questo dobbiamo avere la forza di nuove energie e nuove idee. Anche prendendo questo momento come opportunità per fare ragionamenti diversi, più aperti».

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