Gaetano Farina
Leggere il mondo
15 Maggio Mag 2013 0957 15 maggio 2013

Il destino dei futuri architetti

In tempo di crisi sistemica, si rafforza l’esortazione nei confronti delle potenziali matricole ad evitare le facoltà umanistiche (specie Lettere, Scienze Politiche o della Comunicazione), optando, invece, per quelle tecnico-scientifiche che dovrebbero insegnare un “mestiere” e garantire maggiori opportunità di sbocchi professionali. Ma, anche in questo caso, bisogna fare molta attenzione poiché se da anni è stata appurata la saturazione del “mercato degli avvocati”, negli ultimi tempi, a fronte della scarsità di commesse lavorative, si sono levati appelli per bloccare la nascita di nuovi architetti: in numerosi articoli di giornali, interviste ed interventi di altro tipo, architetti affermati, docenti e altri “addetti ai lavori” hanno fatto intendere, più o meno esplicitamente, che non c’è più posto in questo settore e sarebbe meglio orientarsi su un altro tipo di studi, evocando il numero chiuso anche per le facoltà di Architettura. Effettivamente, come testificato da diverse ricerche e statistiche recenti, anche chi è già diventato architetto da molto tempo è stato costretto ad una faticosissima gavetta, poco soddisfacente sotto l’aspetto economico. A meno che non sia finito in qualche studio che “traffica” con gli sceicchi d’Arabia costantemente “bisognosi” di megaville con quattro, cinque piscine: ma, anche in questo caso, la vita è dura, visto che chi si arricchisce semmai sono i titolari e non è proprio piacevolissimo soggiornare per mesi in posti come gli Emirati Arabi o l’Arabia Saudita a contrattare con i capricciosi ricconi del posto.
Eppoi, diciamola tutta, la professione dell’architetto, nel nostro paese, è gestita dalle solite elite, una casta protetta e privilegiata in cui è difficilissimo entrare, se non si non vantano vincoli familiari.
A questo proposito, riportiamo uno stralcio del bel libro di Gianni Biondillo, architetto e scrittore, intitolato “Metropoli per Principianti”, edito da Guanda nel 2008. Seppur il libro sia incentrato sullo stato delle nostre città (non solo paesaggistico), le seguenti righe riflettono sulla condizione senza speranza dell’architetto in Italia, anche se l’autore continua ad esaltarlo come uno dei mestieri più belli ed affascinanti:
“Non fate studiare Architettura ai vostri figli. Non ne vale la pena.
Vi ritrovereste con dei figli frustrati, incapaci di relazionarsi con il mondo del lavoro: troppo tecnici per gli artisti, troppo artisti per i tecnici, né carne nè pesce, insomma. Se lo fate per il prestigio, meno che meno. Non esiste categoria più bistrattata, sfottuta, derisa: dai padroni di casa, dagli imprenditori edili, dai muratori, dagli ingegneri, dai geometri. Un incubo.
Tanto ve lo dico subito, il lavoro (di architetto intendo) non lo trova. A meno che non abbiate la pazienza infinita di vederlo leccare i piedi nello studio di qualche affermato professionista per anni. Per dodici-sedici ore al giorno: a tirare linee, a disegnare sempre e solo scale di sicurezza o pozzetti d’ispezione, e tutto gratis o per un ridicolo rimborso spese. Tutto questo per poter mettere sul curriculum, dopo essere stato spremuto come un limone, di aver lavorato per lo stimato professionista. Che non serve a nulla. Perché se si va a fare un colloquio con un altro stimato, stimatissimo professionista, si ritorna nel girone infernale dei pozzetti di ispezione e dei rimborsi spesa ridicoli. E allora si smette di farsi belli di cotanto curriculum e si cerca di tutto; tutto quello che capita diventa ossigeno: e si passa per studi di ingegneria, con i tuoi cugini del Politecnico che ti guardano ridacchiando sotto i baffi, trattandoti come una burba in una caserma punitiva o, peggio, per sperduti uffici di geometri specializzati in pratiche catastali. Che ti chiedono, come al solito, dato che te lo chiedono da anni: “ma sei un architetto di interni o di esterni?” E tu che proprio non sai rispondere, perché la domanda è assolutamente incomprensibile: dal cucchiaio alla città, ti avevano insegnato in facoltà. L’architetto si occupa di tutto, dal cucchiaio alla città, come si può pensare che uno si fermi agli interni e che un altro si occupi degli esterni? Ma l’architettura non era il gioco sapiente dei volumi sotto la luce del sole? Non era una totalità inscindibile?
Vivo in Italia, nel paese col più alto numero di laureati in architettura d’Europa e col più basso numero di opere edili progettate da architetti, ed ho una vita sola.
Voglio sposarmi, avere dei figli, non posso aspettare per tutta la vita. Il mio diploma di laurea è appeso nel cesso. Eccomi Italia. Fa di me quello che vuoi.
Gregotti aveva ragione: in Italia l’architettura non è una disciplina meritocratica. Fare architettura è innanzi tutto un privilegio di casta. Non dico che gli architetti italiani famosi nel mondo non siano bravi: alcuni di loro sono di levatura internazionale di qualità eccelsa, almeno un paio sfiorano il geniale. Solo che, semplicemente, a loro è stato permesso di dimostrarlo. Ma che ne è di tutti quelli che a parità creativa non riusciranno nemmeno a fare una villetta in campagna? Che né è di quelli che, dopo anni a disbrigare le pratiche accademiche dei loro baroni, esasperati da quindi anni di precariato intellettuale, mollano tutto e vanno a fare i tecnici comunali?
Se insistete e davvero volete iscrivere i vostri virgulti in quelle bolge dantesche che sono le facoltà di architettura italiane, bè, allora fatelo! Ma fatelo davvero. Perché in fondo, se non siete i genitori ricchi consigliati da Gregotti e se nulla programmate di concreto per il futuro dei vostri figli e siete fervidi credenti nella provvidenza divina, di certo state facendo frequentare loro la più bella delle facoltà universitarie, la più stimolante, la più variegata. Perché l’architettura è una disciplina che si pone in un crocevia dove soffia da una parte il vento della cultura umanistica e dall’altra quello della cultura scientifica e dell’innovazione. Perchè un architetto deve sapere di tecnologia, di sociologia, di storia dell’arte, di restauro, di tecnica delle costruzioni, di estetica, di urbanistica, di composizione. Perché è l’ultima disciplina ancora perfettamente rinascimentale, dove tutto rimanda ad un tutto. Di quelli che si laureano pochi faranno la professione, ma tutti sapranno trovarsi un lavoro, qualunque lavoro. Perché la disciplina dell’architettura prevede una flessibilità mentale, una capacità di adattamento alle situazioni, un senso di progetto, che servono a prescindere dal lavoro che stai facendo. […] L’altro grande dono che ti da è lo sguardo. La capacità di interpretare lo spazio, di dialogare con le forme, di comprendere il potenziale iconografico del reale e del virtuale.
Quindi, massì, mandatelo pure vostro figlio a studiare architettura. Fatelo. Impegnatevi a pagare le tasse, il posto letto proibitivo se abitate fuori sede, le copie, le fotocopie, i libri, i programmi cad, le attrezzature, tutto. Fatelo laureare. Poi però mandatelo all’estero. Che qui non c’è speranza.”

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