Giulia Valsecchi
Cineteatrora
15 Maggio Mag 2013 0915 15 maggio 2013

Morire e risorgere secondo Eva Braun

Nel solco del progetto Innamorate dello spavento ideato da Teatro i e legato a filo doppio con la drammaturgia di Massimo Sgorbani, il secondo atto dedicato alle donne del Führer attraversa i vortici del sentimento di Eva Braun per quell’ossesso incastrato con le pulsioni proibite e il delirio prodotto dalla sua assenza. I discorsi di Eva e la sua smania di rigettare tutto il bisogno di devozione e prostrazione al dittatore dei campi e del secolo breve si declinano nella bravura radicata, dolente e furiosa di Federica Fracassi mentre da un reading muove le espressioni di un’amante che ansima quanto la sua rivale canina Blondi.
E se proprio Blondi incarnava la prima tappa d’amore tragico delle donne di Hitler, Eva sconquassa lo spazio di un interno soffocante occupandone anche i lati, andando ad abitare poltrone borghesi e pubblici attoniti, mentre uno schermo proietta l’alter ego Rossella O’Hara nelle sequenze topiche di Via col vento. La guerra dei sudisti contro quella degli stermini, la discesa agli inferi verso più tentativi di suicidio fino al terzo e ultimo collaudato dalle derive della guerra mondiale. Ma c’è soprattutto una fiala testata prima sulla cagna, preceduta da un matrimonio di danze che assomigliano alla pellicola di Fleming, sontuosa finché l’accerchiamento del conflitto mondiale non decreta anche per i coniugi Hitler la soppressione congiunta e volontaria. L’istinto di Eva è sì complice del bisogno di correre e respirare, ma la calamita del bunker sotto il Palazzo della Cancelleria di Berlino ha emesso il verdetto, il “pasticcio di fegato e birra” con la tintura macabra e la violenza del ricordo di “una tra gli altri”.
L’unico oblò semiaperto e concesso alla concentricità delle frasi di Eva è verso una mami serva e corifea quasi della verità sul conto del Führer, delle voci che corrono sui lager e i massacri. Voci inutili contro l’idolatria che snuda agli occhi della padrona di casa lo scarto dalla cagna Blondi: l’una pensa e fuma, l’altra ansima e si getta pancia all’aria in attesa spasmodica del biscotto. La carezza e il riso del mostro sono l’indizio per continuare a credere di poterlo chiamare Mein Lieber a luci spente, per poter vendicarsi del suo dominio con perversioni sessuali e dare calci sotto il tavolo a Blondi che tutti fa ridere e di tutti cattura l’attenzione non appena entra in una stanza. I cuccioli della cagna sono altre vittime della medesima fiala con cui anche Magda Goebbels ucciderà i propri sei figli, sono la carne di un amore impazzito che non sa parlare di guerra e sangue, ma attende la telefonata di chi lo condanna a restare venti metri sottoterra per la vergogna della distruzione imminente.
Eva Braun è una che corre avanti e indietro, che ingurgita alcol e medita una morte dolce per amore e risurrezione fuori da sé. L’urto con l’assenza o il pericolo di morte del Führer appicca incendi nella finta quotidianità dei suoi passi muti e fedeli sotto il mondo che combatte, scalfisce la marcia nuziale che precede la fiala, fa esplodere tutti gli istinti sbagliati e le rabbiosità di un possesso esacerbato fino alla competizione con un pastore tedesco cui, invece, è concesso almeno di andare a rubare attenzioni e ricompense.
Nello sguardo atterrito, languido o disperato di Eva c’è il tormento amoroso di Rossella e Ashley, l’archetipo di una gerarchia imposta cui si disobbedisce soltanto per uscire all’aria aperta e smettere di attendere alla luce bassa della lampada. Così le pose, la scrittura coerente di Sgorbani riflessa nel ripiegamento esemplare di Federica che legge e traspira l’ultima corsa della signora Hitler, si contendono con il primo atto della cagna petulante fuori dalla macchina del re nudo l’anonimato impietoso delle paure.

Eva - prossima replica il 12 giugno 2013, Teatro Carcano Milano

da Innamorate dello spavento

di Massimo Sgorbani
con Federica Fracassi
regia di Renzo Martinelli
dramaturg Francesca Garolla
audio e video Fabio Cinicola


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