Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
16 Maggio Mag 2013 0853 16 maggio 2013

Arcuri: caro Sindaco, per il teatro serve competenza

Fabrizio Arcuri, romano, regista e fondatore della compagnia Accademia degli Artefatti, è uno dei più attenti osservatori della scena contemporanea. Oltre ai suoi spettacoli, infatti, è da sempre attivo come "organizzatore" o meglio “promotore” di iniziative aperte ai nuovi linguaggi del presente: a partire da un memorabile festival, Extraordinario, che segnò l'avvento di una generazione di gruppi e performer degli anni Novanta, fino al più recente Short Theatre, vivacissima manifestazione che ogni anno catalizza l'attenzione di pubblico e operatori, portando nella capitale quanto di meglio accade in Italia e Europa in fatto di tendenze. E se pure Arcuri ha incarichi allo Stabile di Torino (per il Festival Prospettiva) e al Teatro della Tosse di Genova (di cui cura la direzione), non ha lasciato Roma. E in questi giorni, infatti, è in scena un suo spettacolo, al teatro Piccolo Eliseo: Taking care of the Baby, una “inchiesta” su un infanticidio ad opera di una madre-medea, interpretata da una brava Isabella Ragonese.

Con Arcuri, dunque, continua la riflessione su quali siano le prospettive per la città e il teatro in vista delle elezioni amministrative 2013

Allora: qual è la situazione del teatro romano?

«La situazione del teatro romano è piuttosto grave, perché effettivamente nessuno se ne occupa. E questo, evidentemente, è il grosso problema. Al di là di qualche piccolo spiraglio, non si fanno grandi investimenti. Per quel che riguarda la nostra compagnia, ad esempio, non abbiamo mai avuto una produzione dai teatri romani, né piccoli né grandi. Una sola volta, nella nostra storia, c'è stata una coproduzione con la Fondazione Romaeuropa, in un contesto importante ma "festivaliero". Siamo stati prodotti dal Teatro Stabile di Prato, da quello di Torino, dal Mercadante di Napoli, dal Residenz Theater, dalla Voslksbühne di Berlino, ma mai invece da un teatro di Roma: mi sembra indicativo della situazione. Poi, né la Regione, né la Provincia hanno creato sistemi efficaci come quello lombardo o pugliese, sistemi che sono incubatori di impresa e funzionano come start-up, investendo sulla cultura. Per avere una iniziativa simile, abbiamo dovuto aspettare questo breve periodo al Teatro India, con il progetto Perdutamente: unica piccola manifestazione dedicata al teatro giovane romano...».

Cosa è rimasto di quella iniziativa?

«Il Teatro di Roma, in questi anni, oltre a ospitare e a essere partner di Short Theatre - e quindi a favorire l'attestazione di una manifestazione che dall'anno scorso è riconosciuta anche dal ministero - ha dato gli spazi del Teatro India a quella sorta di “monitoraggio” che è stato, appunto, Perdutamente. Quest'anno, poi, con alcune produzioni legate a giovani realtà, lo Stabile dimostra un'attenzione rinnovata che lascia ben sperare. In effetti a queste giovani compagini è dato il palcoscenico dell'Argentina e quindi anche un risalto notevole. Speriamo solo che questa indicazione rimanga e che non si aspettino risultati immediati: per cambiare le cose ci vuole tempo e costanza».

Lei ha visto, ed è stato protagonista, della generazione anni 90, sia con le sue produzioni che con festival che ha organizzato. Cosa è cambiato da allora? Quali differenze?

«Le differenze o le costanti dipendono dai punti di vista. Oggi, per me, entrare in produzione è ancora un problema. All'interno di un percorso di compagnia, di un gruppo, ci sono tappe necessarie. Ma mi sembra che ogni volta che arriviamo a un "traguardino" da superare cominciamo a girare intorno e aspettare anziché passare al livello successivo...».

Detta così sembra una sorta di video game...

«Infatti. Ed è grave. Tutto ciò comporta il fatto che sei costretto a determinare le produzioni in funzione delle economie o finanziamenti che ottieni. E non sempre corrispondono al passaggio di livello necessario che vorresti fare. Allora, sei costretto a ripiegare su cose più piccole che ti permettono di girare, di fare tournée, ma poi sembra, al tempo stesso, che non evolvi il tuo linguaggio, che fai sempre le stesse cose... Insomma, patti chiari amicizia lunga: che dobbiamo fare? Come facciamo a crescere? Anche perché noi siamo una compagnia di 15 perone tra attori e tecnici. Persone che devono vivere di questo lavoro. E non vedo molte altre compagnie in giro, con queste caratteristiche, se non quelle di artisti come Glauco Mauri, ovvero altri livelli e altre economie».

Quale ruolo possono avere gli Enti pubblici?

«Comune, Regione e Provincia sono stati piuttosto latitanti, perché il meccanismo del “piccolo contributo per far contenti tutti” non è più sufficiente. Ci sono passi necessari, essenziali, da fare. Intanto, ad esempio, separare l'associazionismo dalle imprese culturali. Non possono partecipare agli stessi bandi, non ha senso, perché si occupano e provvedono a cose diverse. Come compagnia non possiamo partecipare al bando dell'Estate Romana assieme alle associazioni di quartiere. Va tutto bene, ma si tratta, semplicemente, di fare due bandi diversi, dal momento che ci occupiamo di cose diverse e non possiamo gareggiare assieme!».

Un altro problema, a Roma, è quello degli spazi...

«Lo è nel senso che gli spazi ci sono ma non vengono utilizzati come dovrebbero. Roma è una città che ha grande quantità di teatri e teatrini, non si avverte certo una carenza di spazi. Non si sente l'esigenza di un nuovo teatro, piuttosto di una maggiore e migliore organizzazione di politica culturale. Ma finché gli assessori non se ne occupano e non se ne vogliono occupare, sarà un problema».

E dunque cosa chiede al nuovo Sindaco di Roma?

«Chiunque esso sia, servono persone competenti per la cultura. Persone che sanno di cosa si occuperanno. Altrimenti è uno sfacelo. Altrimenti chi sa come promuovere il proprio prodotto e arriva prima, ottiene di più: ma non è possibile che funzioni così. Per quel che ci riguarda, non abbiamo mai scelto la strada dei “corridoi”, non siamo mai andati a parlare privatamente con gli assessori. Anche perché, diciamolo, quello che “devi” avere, non lo devi chiedere: puoi chiedere semmai quello che non devi avere, ma quel che è dovuto è dovuto. Non a me, non alla mia compagnia: ma alla cultura. E dunque serve un assessore che sappia di cultura: posso pure accettare che non abbia le competeneze, ma almeno le persone che gli lavoreranno accanto devono essere competenti, persone che sanno. È buffo: quando vai all'estero, la sera, dopo spettacolo, trovi assessori e sindaci che sanno di cosa stanno parlando, ti conoscono, sanno chi sei e cosa fai. Non fosse altro perché si sono scaricati una pagina di google. Basterebbe poco, no? Però, ripeto, è un elemento fondamentale: ma sappiamo, ormai, che chiunque sta ovunque, che le logiche per le nomine sono altre. Non sono grillino e non voglio fare il grillino, eppure è chiaro che serve un rinnovamento, anche al di là della mera questione anagrafica. L'età, infatti, potrebbe anche non essere un problema. Certo, se saremo governati da molte persone anziane, avremo a che fare con persone che temono il futuro: perché sanno che nel futuro loro non ci saranno. E invece dobbiamo continuamente pensare al futuro».

Cosa sta producendo Roma nel teatro?

«Secondo me a Roma c'è stato, negli ultimi anni, molto fermento. Ma c’è un problema: trovare “ostacoli” può essere sì stimolante per un periodo, ma trovare solo ostacoli, se li trovi ad ogni passo, significa avvizzire la capacità artistica delle persone. È un discorso che vale non solo per Roma ma per tutto il territorio nazionale. Una persona non può passare gran parte del proprio tempo a risolvere problemi e a superare ostacoli, lo spettacolo non può essere una sintesi di una strategia economica, politica di sopravvivenza. Penso che questo avvizzimento sia, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. Per quel che riguarda Roma, poi, ci sono anche logiche campanilistiche strane: abbiamo barriere geografiche, siamo confinati nel nostro “regno”, nel nostro punto di vista. Invece, solo chi riesce a ottenere e trovare linfa vitale altrove, oltre il confine del “regno”, è in grado di investire con rinnovata energia in quello che sta facendo. Anche se poi, produrre spettacoli all'estero, con standard, internazionali, è inutile in Italia: non ci fai nulla, con quegli spettacoli. Basti pensare alla Societas Raffaello Sanzio o a Antonio Latella: i lavori che fanno all'estero quasi mai arrivano in Italia...».

Ma Roma è una capitale europea?

«Direi di no. In quella prospettiva non succede proprio niente. A parte Romaeuropa Festival, che intercetta la grande scena internazionale, ci siamo noi di Short theatre, che proviamo a far venire a Roma certi lavori. Noi viaggiamo a mille persone a sera durante il festival: questo vuol dire che c’è voglia, c’è bisogno, necessità di vedere cose diverse. Il pubblico, per quel che ci riguarda, è l’ultima preoccupazione. Ci dobbiamo preoccupare, e molto, degli spazi, dei soldi, ma, paradossalmente, possiamo non preoccuparci né dell'offerta artistica né del pubblico»

Ci sarà una nuova edizione di Short Theatre?

«Siamo ancora nel limbo, è “presto” per sciogliere la riserva. E tutto questo, tenendo conto che è tutto fatto per puro volontariato: se pensassimo di pagarci, non potremmo farlo...».

A Roma è iniziata la partita dei “Teatri occupati”. Che ne pensa?

«In partenza, ne ho pensato bene: andrebbero occupati i teatri, come le case sfitte, gli ospedali... Per far sì che le istituzioni si trovino con le spalle al muro rispetto a delle responsabilità che si devono prendere. Poi, ci sono cose che devono cambiare, profondamente, ma perché questo accada devono cambiare le leggi di settore, dello spettacolo. Con queste leggi non possono cambiare le dimensioni della cultura in Italia. Le strutture costano troppo e questo esborso esagerato di economie – che servono solo al personale, a tenere aperte le strutture – sono sottratte a chi fa veramente il teatro, a chi di teatro vive. Non ha senso. Le occupazioni hanno portato alla luce anche queste cotraddizioni, ma non credo che le stagioni debbano essere scelte dal pubblico. È una anomalia. L'operatore culturale, l'organizzatore, il direttore artistico, devono sempre andare leggermente al di là del gusto dello spettatore, altrimenti vengono a mancare lo spostamento, la sorpresa, il cambiamento, l'educazione... Il cittadino tende a chiedere solo quello che già conosce e che gli piace: il che va bene, ma servono operatori, che hanno studiato per quello, che allarghino sempre un po’ di più i confini. Anche rischiando. E se le cose non vanno bene, si cambia: ma quella deve essere la tendenza. Detto questo, se nei teatri ci fosse una sana turnazione le cose potrebbero essere più chiare. E magari non servirebbe occupare i teatri».

Lei, come regista, ha recentemente affrontato molta drammaturgia straniera: da Brecht a Ravenhill, dalla Kane a Tim Crouch al recente Dennis Kelly. Che ne è della drammaturgia italiana?

È molto difficile portare in scena testi italiani. Se si possono trovare sostegni produttivi per Brecht o Fassbinder, diventa complicatissimo per un autore come Antonio Tarantino. La drammaturgia italiana è talmente indigesta, anche agli enti preposti, che non se ne può nemmeno parlare. Solo Fausto Paravidino riesce a andare in scena, ma poi che altro si vede? Forse qualcosa nei teatrini, nei piccoli spazi, ma è un’altra storia. Oggi mi interessano Tarantino e Carnevali: ma chi li produce? Pensiamo a un bellissimo testo come Materiali per una tragedia tedesca di Antonio Tarantino: già per il contenuto - la lotta armata, gli anni Settanta - è tabù. E allora facciamo sempre i soliti tre titoli dei soliti tre autori, Shakespeare o Ibsen in testa. Invece, ora sarebbe necessario rilanciare, per far capire che anche il teatro è un luogo in cui la società si può incontrare e riflettere per affrontare la crisi. È il momento in cui il teatro ti sostiene: e non che sei tu a dover sostenere il teatro. Al teatro della Tosse, a Genova, abbiamo deciso, in un monumento come questo, di sostenere il tempo libero del cittadino: non chiediamo sostegni, semmai li diamo in forma di sconti. Non chiediamo più al cittadino di pagare un sistema che va in malora, ma facciamo agire il teatro nella società».

Ottimismo o pessimismo?

«Per fare un esempio: se Roma non avesse bisogno di Short theatre sarei felice, invece avverto la mancanza di cose importanti, che da spettatore mi piacerebbe vedere. Ma se i teatri iniziassero a fare davvero il loro dovere, non servirebbe Short, e farei altri progetti, investirei le energie altrove, come in una piattaforma di drammaturgia contemporanea. E invece ci sono compagnie di rilievo che fanno fatica a venire a Roma: come le Albe, Danio Mafredini, Motus... Dunque: comunque e sempre ottimismo, altrimenti non possiamo nemmeno uscire di casa. Abbiamo tutti la sensazione vera di aver toccato il fondo. E anche risalire di poco sarà comunque un risalire».

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