L’accattone
16 Maggio Mag 2013 0811 16 maggio 2013

Il cinismo assoluto, in una start-up a Berlino

Vale la pena di segnalare questo toccante articolo apparso su Rue89. Mathilde Remadier, 25enne francese, emigrata (sì, anche dalla Francia si emigra adesso) a Berlino, dopo degli studi in filosofia all’Ecole Normale Superieure, racconta le sue esperienze nel magico mondo delle start-up, e il risultato è sconfortante. Spesso le start-up non sembrano essere la soluzione alla crisi ma piuttosto il suo prodotto: aziende che si trovano ai margini delle regole e grazie alla loro eccezione sopravvivono, con ritmi inumani e diritti ridotti.

Dopo aver fatto la cameriera, pagata 6 euro l’ora in nero, Mathilde trova lavoro in una piccola galleria d’arte, dov’è pagata 400 euro al mese con la promessa di un contratto a tempo indeterminato, che le verrà proposto, sì, ma a 500 euro al mese netti… Mathilde scopre scoraggiata che in Germania non esiste lo stipendio minimo garantito come in Francia, ed ecco che le cifre sulla “piena occupazione” tedesca prendono un tutt’altro aspetto.

Abbandona l’azienda, e dopo un passaggio obbligato al classico call center – poco choosy si direbbe - si ritrova in una start-up, in quanto “Country Manager France”, pagata 960 euro al mese lordi. Il CEO ha 27 anni, è stato ad Harvard, ha già fondato diverse start-up per rivenderle sul mercato dopo sei mesi (Mathilde lascia indovinare al lettore la sorte degli impiegati). E’ presentato a Berlino come un esempio di successo, un modello da seguire.

Questa volta l’idea è quella di un sito che permette l’abbonamento a dei corsi di fitness on-line: una sorta di personal coach virtuale. I country manager arrivati un po’ da tutto il mondo devono, in buona sostanza, portare a casa dei contratti trovando nuovi clienti (usando i loro laptop privati, perché una start-up non può permettersi del materiale). A fine giornata, si fa la top ten degli impiegati più efficienti, che hanno prodotto le percentuali più alte, e il migliore vince un buono su Amazon da 100 euro. I cinesi sono quelli che sgobbano di più, tant’è che il giovane CEO dice che d’ora in avanti assumerà solo cinesi.

La nostra Mathilde fa notare che pur facendo del suo meglio, non è usa alle pratiche di competizione tra colleghi; al che il CEO risponde con uno svogliato “I don’t care”. La valanga di commenti su Rue89, aggiunge che l’esperienza descritta non è uno specifico tedesco: di simili se ne ritrovano facilmente a Parigi, ma anche a Londra, e con prezzi degli affitti insostenibili. L’ultimo paragrafo dell’articolo merita una traduzione integrale:

“Le start-up permettono di arricchire rapidamente i loro fondatori senza capitale di partenza, attirando investitori golosi e frettolosi, e materializzano un modello economico che ancora non ha finito di diffondersi. Facendo credere che attraverso il loro spirito soffia il vento della libertà e della realizzazione personale, sono un settore dell’avvenire. Ma incarnano banalmente la risposta al ripiegamento del capitalismo su sé stesso: il cinismo assoluto.
Cosa penseranno i futuri laureati in marketing? Che per realizzarsi, per “stare al mondo” nel senso di Heidegger, basta un laptop, una connessione internet e una buona idea commerciale. E, accessoriamente, un pugno di cinesi.”

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