Buona fame!
17 Maggio Mag 2013 1453 17 maggio 2013

Perché difendiamo Flavio Briatore

Flavio Briatore ha tuittato, qualche tempo fa, di stare cercando un parrucchiere esperto per il suo Billionaire in Kenya. Gli hanno risposto in pochi e lui, di contro, ha scritto certo un po’ tranchant, che “non è vero che in Italia non ci sia lavoro…”.


Intanto confessiamo che uno dei due autori è un follower di Briatore su Twitter. Per il resto, come immaginerete, pochi legami e non siamo mai stati, per ora, nei suoi mitici locali, in Sardegna o in Africa.
Il tweet ha suscitato molte ironie, compreso un bello sketch satirico (qui) di Maurizio Crozza, e polemiche (inclusi i soliti idioti del web sempre pronti a violenza verbale oltre ogni limite),.

Diciamo subito che il "non c'è lavoro" è sicuramente approssimativo, a questo si aggiunga che, ogni cosa dica Briatore, a un certo tipo di Italia non piace a prescindere, come si dice.

Con altrettanta semplicità, dobbiamo però dire che il protagonista del jet set italiano non ha torto, anzi ha ragione per molti motivi.

Che esista, e ogni anno il Rapporto Excelsior di Unioncamere lo documenta, un mismatching, vale a dire lo squilibrio, tra domanda e offerta di lavoro, è vero. Che riguardi tecnici, operai specializzati, addetti dell’artigiano, idem. Che ora stia assumendo contorni tali da diventare preoccupante e parte significativa del problema, è altrettanto vero. Che tutta la nostra formazione professionale sia profondamente da rivedere è un’altra verità. Che non lo si faccia (anche) perché in molti ambienti, politici e culturali, la scuola è tout court il liceo, un altro dato di fatto.

Le scelte lavorative dei nostri giovani dove si indirizzano allora?

Perché non dire, con trasparenza, che le qualifiche e i diplomi professionali possono dare chance occupazionali e non sono lo svilimento dell’umano (anche se dovrebbero curare di più e meglio la formazione culturale)? Perché negare che andare a fare un'esperienza di lavoro all'Estero, per un ragazzo o ragazza che ha studiato da parrucchiere, sia un'occasione quasi unica e come tale debba invece essere derisa e denigrata anziché incentivata? Abbiamo paura di affermarlo perché l'offerta viene da un personaggio forse un po’ kitch come Briatore? O fatichiamo a riconoscere che s’è affermato un pensiero, una sottocultura meglio, che percepisce come segno di arretratezza i lavori manuali e i mestieri artigiani?

“Anche l’operaio vorrà il figlio dottore”, cantava, molti anni, Paolo Pietrangeli (prima di mettersi a fare il regista tv) nella celebre Contessa (video qui). Quell’invettiva si è drammaticamente rovesciata: dal sacrosanto diritto di garantire l’istruzione a tutte le fasce sociali siamo passati a una concezione classista della formazione e del lavoro. Un contrappasso. E un problema.

Perché per competere in questo mondaccio globale (ma che ha anche molte più possibilità di anni passati) i barman bisogna avere il coraggio di andare a farli a Londra, i camerieri a Kuala Lumpur, i bagnini in Nuova Zelanda. Essere cittadini del mondo è una condizione necessaria.

O ci rimettiamo a cambiare la nostra scala di valore dei lavori o non usciremo da una crisi profonda, che è culturale prima che economica.

P.s. A prevenire qualche chiosa indignata, confermiamo di conoscere gli obiettivi che si è data l’Europa in termini di livello di formazione dei propri cittadini e di essere consapevoli che all’Italia manchino ancora molti laureati e laureate per raggiungere quei tassi.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook