Città invisibili
17 Maggio Mag 2013 0443 17 maggio 2013

Venezia. Botta ridisegna la Querini Stampalia

“La Querini Stampalia con le sue sale di lettura separate fra maschi e femmine, era ben riscaldata e ospitale con le sue numerose riviste d’arte e d’architettura … quel poco che ho assimilato negli anni della mia formazione veneziana è quasi maturato dentro quelle sale, seduto attorno a un grande tavolo in legno, in lunghi silenzi interrotti solo dai passi dei commessi nei loro grembiuli neri”. Mario Botta, l’architetto che ha realizzato molti musei in giro per il mondo e delle più svariate dimensioni, con queste parole ricorda i pomeriggi di studio in una delle cattedrali del sapere veneziano. Proprio questo sentimento di affettuosa riconoscenza lo ha per certi versi guidato nel progetto di ristrutturazione e ampliamento della Fondazione Querini Stampalia. Un progetto avviato nel 1993, quando il direttore Giorgio Busetto gli chiese la disponibilità a presiedere l’operazione di restiling, e terminato da poco. Finalmente con l’inaugurazione del 28 maggio sarà restituito alla città il palazzo nel quartiere di Santa Maria Formosa. Sarà rinsaldato l’aspetto di Venezia più intimamente legato alla sua ricchezza culturale diffusa. Quello insomma che la città del turismo più disattento vorrebbe relegare in un angolo. Svilire ad un insignificante contorno.
L’operazione Fondazione assai duttile, sviluppata con il tempo e le occasioni che si sono presentate. Con la lenta acquisizione di nuovi spazi.
Il punto di partenza per Botta è stato naturalmente l’intervento di Carlo Scarpa al piano terra del Palazzo, nel 1959. Da lì è partito il nuovo progetto. Dall’esaltazione del lavoro di Scarpa. Obiettivo declinato sottraendo l’ingresso alla pressione dei visitatori, alla necessità di quegli adeguamenti continui che le norme continuamente richiedono. Spostandolo su Campo Santa Maria Formosa, dove affacciano le nuove acquisizioni. Così il piano terra è diventato lo spazio dei servizi. Dall’atrio alla biglietteria, dal guardaroba al bookshop, dal caffè all’auditorium. Servizi disposti senza casualità intorno ad un luogo nuovo. La grande hall che costituisce uno degli elementi più significativi e al contempo caratterizzanti dell’intero progetto. Uno spazio realizzato procedendo all’unione, attraverso un lucernaio di vetro, di un campiello medievale, originariamente diviso in due coorti.
Proprio le nuove acquisizioni hanno regalato quel “respiro” che mancava. Alcuni vecchi depositi sono stati trasformati nella sala dell’auditorium a due piani. I sottotetti recuperati per uffici e sale d’esposizione temporanee. La scelta di Botta è stata quella di non modificare in alcun modo la facciata dell’edificio. Di conservare in ogni particolare l’aspetto originario, rifuggendo così dalla consuetudine di molti colleghi di segnalare il nuovo intervento. Botta consapevolmente ha deciso di non alterare l’aspetto di uno dei Palazzi simbolo di Venezia. Di lasciare alla città, ai suoi abitanti, l’immagine tradizionale del Palazzo. Solo entrandoci ci si può accorgere del nuovo che c’é. Provando a respirare Cultura.
Anche in questa occasione Botta ha saputo ri-costruire uno spazio per l’arte. Circostanza più che singolare per chi ha rilevato come “una società forte non dovrebbe avere bisogno di luoghi deputati per permettere all’individuo di confrontarsi con l’arte: la dovrebbe trovare nella vita”. Chapeau Monsieur Botta!

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