La Petite Mort
21 Maggio Mag 2013 1552 21 maggio 2013

Perché l'America ha bisogno di Jack Bauer

Jack is back. Facile e divertente come un gioco di parole. Eppure il ritorno su FOX di 24, la serie che ha incastonato Kiefer Sutherland nell'immaginario televisivo mondiale, appare tutto meno che una superficiale operazione commerciale. Vero, i rating di una serie che ha esordito con quasi 9 milioni di spettatori a puntata e, dieci anni dopo, ha chiuso sulle stesse cifre, non sono certo da buttare, così come i 22 premi fra Emmy e Golden Globe. Ma c'è dell'altro.

Jack Bauer mostrò per la prima volta all'America la maschera da duro il 6 novembre 2001, a meno di due mesi dalla detonazione sociale e culturale dell'11 settembre, portando in dote al dramma indicibile una risposta semplice: non importa chi siete, non importa quanto siete cattivi, noi vi troveremo e vi schiacceremo. Di più. Possiamo essere crudeli quanto voi, possiamo torturarvi e schiacciarvi, ma rimarremo migliori di voi. Il dualismo profetico, la narrazione che Christian Vaccari ha identificato come fondante della "religione civile" statunitense, si basa su questo postulato incontrovertibile: gli USA sono i depositari di un progetto di redenzione, di una responsabilità morale che li colloca dalla parte giusta del dualismo bene/male. Non ci sono sfumature o ripensamenti, né possibili crepe. Noi siamo i good guys persino quando facciamo i cattivi, perché perseguiamo gli obiettivi superiori della Pace e della Prosperità. Una lettura manichea che ha origini ancestrali e che ricalcava perfettamente la contingenza di una nazione votata alla war on terror di George W. Bush, che ha portato allo show dure critiche di essere lo specchio dell'America più reazionaria, bisognosa di rassicurazione più che di verità.

Ma 24 è andato oltre. Il mutato clima dopo gli scandali di Abu Ghraib e Guantanamo, fino all'elezione di Barack Obama, ha messo la museruola alla rappresentazione della violenza nello show, senza tuttavia togliere efficacia alla narrazione. Anzi, ha esaltato il lato umano di Jack Bauer, eroe capace di rinunciare a tutto per la salvezza della Nazione, facendo ciò che nessuno, soprattutto al di là dello schermo, avrebbe avuto il coraggio di fare, pagando in affetti, popolarità e salute mentale. Quello che non è cambiato, soprattutto, è stata la formula del racconto in tempo reale: una puntata equivale a un'ora spesa dallo spettatore in poltrona, la nostra giornata alle infernali ventiquattrore di Jack Bauer fra sparatorie, inseguimenti, ordigni nucleari e attentati. Nella certezza che, mentre l'orologio mangiava secondi, minuti, ore, mentre il tempo affogava nella noia fra il pc, le telefonate, il lavoro, la scuola, qualcuno là fuori stava salvando l'America al posto nostro, pagandone il prezzo sulla sua pelle e compiendo scelte impossibili per chiunque. Tranne che per lui.

Oggi, a un mese dalle bombe di Boston, a dodici anni dall'11 settembre e tre dalla chiusura della serie, abbiamo la certezza che Jack Bauer tornerà a combattere i cattivi. Una coincidenza, forse. Cambierà la formula, solo dodici puntate, così come è cambiata l'America. Eppure c'è un filo di continuità: nella grande nazione che continua a scoprirsi fragile, da Newtown a Oklahoma City, sopravvive il bisogno di eroi capaci di curare le paure e dare risposte.

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