Panda Moms
22 Maggio Mag 2013 1006 22 maggio 2013

Donne e mamme, prime vittime della crisi

«Appena riesco a licenziare qualcuno, parto da quelli che alle 18.00 lasciano cadere la penna».

Così ha detto una mia conoscente, a capo di una piccola azienda, qualche tempo fa. La sua attività è in crisi e lei, mamma di tre figli, deve tagliare il personale. Deve, perché non può fare altro. Deve perché il suo giro d'affari è calato del 30%. Deve perché non vede e non ha alternative.

Io non so se sia giusto. Non sono mai stata imprenditrice, e non posso nemmeno immaginare il peso di una scelta del genere. So solo che quando lei ha parlato di farsi cadere la penna alle 18.00, io ho subito pensato alle mamme. Che non è che amino farsi cadere la penna alle 18.00: devono. Devono perché alle 18.00 quasi tutte le scuole sono già chiuse da un pezzo. E spesso alle 18.00 i loro figli sono già stati presi a scuola da qualcun altro: nonni o baby sitter.

Subito ho pensato di dirle «Ma come fai proprio tu, che sei mamma, a fare un discorso del genere? Come fai a prendere come discriminante non la produttività ma gli orari?», e poi però ho pensato a un mio collega di tanti anni fa, appena assunto. Eravamo a pranzo e mi disse «Valentina, è normale che fra un dipendente bravo che resta in ufficio fino alle 19.30-20 e un dipendente altrettanto bravo che resta in ufficio fino alle 18.00, il primo faccia più carriera. È giusto così»

È facile immaginare che la mia conoscente, dovendo licenziare alcune persone, sia tentata dallo scegliere le mamme del suo team. Quelle che magari vorrebbero pure fare un sacco di straordinari ma non possono, e alle 18.00 fanno cadere la penna. E chissà se le verrà in mente di assumere altre donne in futuro, o se si sentirà più "al sicuro" assumendo uomini, che - in questo Paese - spesso non devono correre a prendere i figli a scuola.

E se la crisi fa paura, fa ancora più paura se si pensa che le prime vittime potrebbero essere le donne, e le mamme, e dati come quello di Istat non fanno che confermare questa ipotesi.

E allora forse è davvero un problema di mentalità, e io non so come si possa cambiare la mentalità delle persone. Non c'è legge che sia in grado di farlo, credo. Però forse dovremmo andare indietro nel tempo, e capire da dove deriva questa mania tutta italiana di valorizzare la presenza fisica in ufficio, spesso oltre l'orario prestabilito. Quando chi lavora nel Nord Europa mi racconta di capi preoccupati, se un dipendente fa troppi straordinari. «Vedono che esco spesso tardi e pensano che io non sia in grado di organizzarmi: sono stato ufficialmente richiamato», mi disse un amico expat in Svezia.

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