Giulia Valsecchi
Cineteatrora
22 Maggio Mag 2013 1547 22 maggio 2013

Fuori e dentro i crolli di Pinocchio

Una tra le materie più ambite della revisione scenica è senz’altro il nodo cruciale dei classici, l’archetipo che di un personaggio si può costruire secondo i riflessi reali o di genere. L’eroismo fragile di Achille e Patroclo, l’erranza di Ulisse, la pena amorosa di Anna Karenina o le peregrinazioni di Dante verso l’assoluto. Tutte le chiacchiere e previsioni critiche intorno al romanzo di Carlo Collodi si sono moltiplicate nelle simbologie più o meno sinistre tra un burattino cui viene concesso di acciuffare la vita in cambio della propria innocenza prima tradita con bugie e antagonisti accattivanti, poi riscattata. La saggezza del grillo e il lucore della Fata Turchina non bastano a fermare Pinocchio dalla rincorsa del Paese dei Balocchi, le sue orecchie d’asino crescono quanto il naso della menzogna e la gara a chi raglia più forte sviscera la perdita di coscienza e umanità nel passaggio sulla terra.
In termini scenici, i segni del burattino che si fa carne si tramutano in drammaturgia della caduta e risalita, quest’ultima tarda ma affidata alla resistenza, al bisogno di rinascere sotto altra pelle e identità. Ecco perché il filo di scrittura scelto da Babilonia Teatri appare senz’altro coerente sotto il profilo del coinvolgimento di tre sopravvissuti al coma. Tre attori non attori in fila in proscenio a rispondere alle domande di una voce fuori campo - quella di Enrico Castellani che con Valeria Raimondi firma il progetto e premio Hystrio 2012 alla drammaturgia - delineando l’incrocio a volte fortuito, altre sostenuto teatralmente tra la sospensione del corpo immobile nella bolla degli ospedali e la ripresa delle facoltà concesse secondo età, memorie, legami, istinti e confessioni.
Ogni risposta dei tre Pinocchio riferisce di una condizione del coma alternativamente come tuffo da un pontile nell’inconsistenza dell’aria, automobile da cartoon vuota o buco da cui filtra una luce flebile cui è faticoso avvicinarsi, se non dopo il superamento di molti ostacoli. A intervalli di risposte ed esperienze, tra l’ammissione di ricordi vuoti nel limbo dei ricoveri, del fin di vita e la ripresa del proprio fisico traballante e prosciugato nei movimenti e nella coreografia di ciò che resta - suggerita peraltro da un quarto Pinocchio-copione presente in scena con un finto naso di carta - si inseriscono brani di musiche arcinote, amate da chi si svela o scelte per verticalizzare il sentimento alle spalle di chi non è ancora reinserito, riabilitato, realizzato.
In quel preciso dilatarsi del racconto personale, della testimonianza degna d’urgenza, si recide tuttavia più volte proprio il cordone ombelicale con il Pinocchio di Collodi, riagganciato solo alle ultime scene, quando i tre protagonisti, dopo aver improvvisato i propri incidenti, essersi espressi sulla fata dei sogni e la nostalgia di un paese dei balocchi dove ancora si balli e ci si innamori, crollano su stessi. Atto fondante sia dell’abbandono del primo strato legnoso, sia del malato che copre se stesso o si scopre fantasma.
Quel che precede e osserva i tre seduti a scorrere cartoni che riportano scritta in pennarello nero la traduzione di Yesterday è la lunga durata della condizione del cambiamento più frastornante e tragico: l’esserci e non esserci più per settimane e mesi, per poi tornare a galla poggiando su una terra che i piedi e le articolazioni calpestano con lentezza e sincopi. L’accettazione della metamorfosi è ribadita da musiche che in parte invadono o segnano troppo la solitudine intimista di Pinocchio, issato a volare come fosse un uccello spericolato e libero.
Il momento del gioco, del ritorno al passato che non si riconosce più come il burattino di legno gettato in un angolo fa il paio con una ricerca che Babilonia Teatri ha già proposto con The end, discorso dialogico prima e monologato poi sull’urgenza di un boia per farla finita con le agonie di ogni malato impotente, per essere cenere e pace. E, laddove in modo urlato e solipsistico un attore ricomponeva in scena la sagoma fatta a pezzi e sparsa di un Crocifisso, così Pinocchio intaglia un copione sul filo pericoloso del limite tra convenzione e nudità. Gli arbitri assoluti sono i sopravvissuti, ma il giudizio spetta al superamento delle diffidenze verso alcuni didascalismi, come verso chi potrebbe impadronirsi della dignità del mostro spettacolarizzato.

Fino al 26 maggio – Teatro Elfo Puccini Milano

Pinocchio

di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani
con Enrico Castellani, Paolo Facchini, Luigi Ferrarini, Riccardo Sielli e Luca Scotton
collaborazione artistica Stefano Masotti e Vincenzo Todesco
scene, costumi, luci e audio Babilonia Teatri
organizzazione Babilonia Teatri e BaGS Entertainment
produzione Babilonia Teatri
Premio Hystrio 2012 alla drammaturgia



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