Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
22 Maggio Mag 2013 2233 22 maggio 2013

Piero Maccarinelli: al Sindaco chiedo di tutelare Roma

Piero Maccarinelli è un regista che non ha mai fatto mistero del suo preciso collocamento politico a sinistra. Si è impegnato, in vari fronti, prendendo posizioni e soprattutto elaborando progetti di ampio respiro che hanno sempre cercato una messa in rete di idee, professionalità, scuole diverse. Con la sua associazione – Artisti Riuniti – ha spesso promosso nuovi autori e nuovi testi. E mentre i suoi spettacoli girano in vari teatri italiani (da ultimo John Gabriel Borkman, di Ibsen, nella traduzione di Claudio Magris con Massimo Popolizio), Piero Maccarinelli accetta volentieri di parlare della situazione romana in vista delle prossime elezioni comunali.
Allora, Maccarinelli, qual è la situazione del teatro a Roma?

«Non ho mai visto il teatro in così buona salute dal punto di vista artistico. Vedo un’enorme vitalità sia dei giovani che dei vecchi leoni. E avverto una grande voglia, diffusa, di lavorare assieme. Per fare un esempio: l’altro giorno ho visto una prova delle Troiane fatto dalla compagnia Mitipretese, giovane gruppo formato da quattro splendide attrici, che sto coproducendo come Artisti Riuniti, e ho visto il lavoro che queste interpreti stanno facendo sul testo, con pochissimi mezzi, con quel poco che mettiamo loro a disposizione: mi hanno commosso. Sono felice di averle prodotte per la terza volta in questo percorso che facciamo assieme. Ed è una delle tante dimostrazioni della grande vitalità che c’è, molto più di quella che si avvertiva quando ho iniziato io a far teatro, dopo la scuola del Piccolo, quando tutto era più schematico. Dopo aver studiato con Strehler ho lasciato Milano e ho iniziato la mia carriera, nel ’76, con i gruppi dell’avanguardia romana: Mazzali, con cui ho recitato, Perlini, Vasilicò, di cui ero aiuto... Erano, quelli, gruppi “periferici”, che certo suscitavano grande interesse, ma il grande teatro privato e quello pubblico erano invece fossilizzati, atrofizzati su grandi personalità, come quella di Strehler o di altri. Intorno, invece, non c’era la vitalità diffusa che è percettibile oggi, non c’era molto. Invece, vedo adesso questa grande vivacità. Ancora poca, semmai, nel Teatro Pubblico, che è come il sistema politica di oggi: sclerotizzato, vero specchio del paese. Eppure amo molto la vivacità di attori, registi, gruppi che si mettono assieme per fare progetti. Ad esempio, ho molto amato che un gruppo di attori si sia unito attorno a Roberto Valerio per fare, in una chiave molto interessante, Un marito ideale di Wilde: mi sembra una strada vincente. Tutto questo per dire che certe cose, fino a qualche anno fa difficili, oggi accadono. È chiaro che tutto è faticoso, complicato: per fare Artisti Riuniti mi devo non pagare, o rimetterci dei soldi, ma fino a qualche anno fa non avrei nemmeno potuto pensare un simile progetto. Dunque a fronte di una grande vitalità, trovo anche che si siano sclerotizzati dei difetti clamorosi del teatro italiano»

Quali?

«È intollerabile vedere dei colleghi registi che firmano traduzioni o adattamenti… Credo che il teatro debba essere l’unione del lavoro di un drammaturgo, degli attori, di un regista e il terminale deve essere il pubblico. Non ho mai ambito a fare l’autore e ho sempre avuto diffidenza per quelli che si fanno autori in carenza di autorialità. Ovviamente, un conto è chi faccia autore un Celestini, un Paolini, o coloro che fanno teatro di narrazione scrivendo su di sé, da autori al 100%. Altra cosa è vedere delle operazioni di adattamento quanto meno peregrine in assenza di un dramaturg. Lo scorso anno, alla Pergola di Firenze, dovevo allestire Il gioco dell’amore e del caso di Marivaux. La prima cosa che ho fatto è stato rivolgermi a un autore come Giuseppe Manfridi che garantiva, con le sue conoscenze maturate negli anni, quella traduzione che andava certo nella direzione in cui volevo lavorare, ma che non avrei potuto fare io. Il lavoro con il dramaturg è fondamentale. E l’Italia è ricca di ottimi autori. Da trenta anni non faccio altro che mettere in scena autori italiani: De Bei, Manfridi, Gianni Clementi… Sono orgoglioso di aver prodotto il primo spettacolo di Cristina Comencini, come i primi testi di Ricci/Forte. Ancora un esempio: per fare l’Iliade e l’Odissea avevo come “spalla” un signore come Dario Del Corno, massimo grecista in Italia. Era divulgazione ad alto livello. Ma negli ultimi anni, con “Aledanno”, tutto questo si è perso: sono emersi i registi che si facevano traduzione, adattamento, regie, riduzioni. Senza comitati scientifici attorno. E non è una questione economica: Dal Corno collaborò solo per un rimborso spese, ma c’era la voglia di fare progetti assieme. È la dialettica che fa il teatro: non la centralità assoluta di chi incorpora tutti i ruoli

E questo ci fa parlare della situazione dei Teatri Stabili…

Parliamo di un Teatro Stabile come quello di Roma, che per anni ha vissuto solo di scambi: oggi, con Lavia, offre una stagione molto interessante. Questo perché ha scavallato quella logica consunta, ha aperto a una serie di autori giovani che presentano spettacoli in un palcoscenico grande come quello dell’Argentina. Ha aperto infine all’incontro strutturato con il Romaeuropa Festival, la realtà più importante in fatto di teatro internazionale in città. Un accordo che in modo suicida e cieco non era mai stato fatto. In un periodo cosi cupo, come quello che stiamo vivendo, di crollo della politica, vediamo la vitalità di teatranti che recuperano sinergie, che si confrontano. È imbarazzante, invece, la sclerosi del “sistema Teatri Stabili”, che continuano con la solita politica degli scambi di spettacoli anche in mancanza di dignità del prodotto stesso. Se uno spettacolo non funziona, non è obbligatorio farlo girare anche l’anno successivo perché c’è il circuito degli Stabili che lo impone. Questo, poi, sottraendo spazi importanti ad altri spettacoli che invece potrebbero avere maggior consenso: è scandaloso.
Ma ci sono altri temi su cui mi interrogo: a Torino, mesi fa, è stato convocato tutto il teatro italiano dall’ex ministro Ornaghi e dal direttore generale Salvo Nastasi, che ci hanno presentato un disegno legge sul teatro. Dove è finito? Era geniale! Prevedeva che gli Stabili dovessero lavorare di più sul territorio; che non ci potesse essere un mandato se non triennale e rinnovabile una sola volta; che i finanziamenti fossero triennali; che le direzioni artistiche dovessero essere date a organizzatori e non a registi che fanno solo i propri spettacoli… Insomma, era un disegno legge che ha raccolto l’entusiasmo di tutti noi. Dove è finito?
Allora mi viene da pensare: si spara sempre a zero su Nastasi, che sembra il “babau” del teatro. Ma, in definitiva, quest’uomo ha riportato in vita il San Carlo di Napoli, ha riportato in vita il Petruzzelli di Bari che ora, con Fuortes, veleggia sereno. Ma viva la faccia! Ha fatto ora un disegno legge all’avanguardia rispetto a tutte le cazzate che ha detto il Pd da venti anni a questa parte. E vogliamo ancora attaccarlo? O cominciamo a pensare che forse i tecnici possono fare proposte decenti?

Parliamo di Artisti Riuniti: può esser un modello privato di attività?

È una cosa fondata, otto anni fa, con un gruppo di produttori cinematografici e operatori, da Carol Levi a Riccardo Tozzi, da Degli Esposti a Ciccutto alla Comencini, con l’obiettivo di superare i confini tra cinema e teatro. Un attore è un attore, e se è bravo può fare tutto, senza steccati. Avevamo un codice etico cui non abbiamo mai derogato: se gli attori e le attrici volevano aderire al progetto, fare con noi queste operazioni, dovevano accettare la paga di 350eu lordi al giorno. Il minimo, indipendentemente dallo star system. Dunque c’è un’etica e una politica alla base della nascita di Artisti Riuniti: non abbiamo mai chiamato la star cinematografica, strapagandola, per fare teatro. Purtroppo questo ha spalancato la strada ad una applicazione distorta del meccanismo, per cui produttori in cerca di consenso e guadagno, o amministrazioni locali in cerca di starlette hanno poi preso il buono dell’operazione e lo hanno trasformato in un sistema che sta penalizzando gli attori italiani. Quello che volevamo era diverso: che gli attori, in quanto attori, potessero esserlo in cinema, teatro, tv... Ho cominciato questa esperienza con Giovanna Mezzogiorno che fece 4.48 Psichosys: e fu massacrata dai soloni della critica perché veniva vista come una operazione di star system. E invece lei si prese la paga pattuita, 350eu al giorno, accettando le condizioni stabilite. La stessa cifra che hanno preso, poi, la Buy, Isabella Ferrari, Rossella Falk, Luciano Virgilio, Marina Massironi o, come loro, i ragazzi, gli allievi, usciti dall’Accademia.
Già avevo tentato questo esperimento, molti anni fa, con la TEA alla Sala Umberto, che Bruno D’Alessandro, rimpianto direttore dell’Eti, ci mise a disposizione per fare promozione della drammaturgia contemporanea, in una stagione che fosse centrata sulla parola, ma alternativa alla museificazione della parola stessa. Penso sempre che il teatro debba essere comunicazione: deve essere fatto per il pubblico, non per se stessi. Non è vero che te ne puoi fottere del pubblico: sempre considerando le condizioni culturali complessive di questo paese - la mancanza di scolarizzazione, di abitudine al teatro – dobbiamo però lavorare, tutti assieme, per parlare al pubblico…

E arriviamo alla letterina al nuovo sindaco. Intanto, per lei, chi sarà?

Temo Alemanno. Ma molto per l’insipienza degli altri. Eravamo a un passo dal mandarlo a casa, sei mesi fa. E invece ha ancora delle possibilità. Per quel che mi riguarda, ora oscillo tra Marino e Marchini. Non penso che quest’ultimo sia un toccasana, una panacea, ma al centro del suo programma c’è una proposta che a me piace: la cultura nei quartieri e le scuole come centri culturali aperti 24h, come polo di aggregazione al di là dell’orario scolastico, per il quartieri. Nelle scuole si possono fare cinema digitale, letture, incontri. Per me si deve ripartire dal rapporto con la scuola: se è negato il rapporto della scuola con il teatro è negato il rapporto con le prossime generazioni. Marchini dice un’altra cosa che mi convince molto: Roma ha bisogno di un’opera di “manutenzione straordinaria”. Non ha bisogno di nuovi teatri, nuovi spazi, nuove realtà culturali. Ha bisogno di un intervento su quanto già esiste, che è molto. Ci sono tanti teatri a Roma: mettiamoli in rete, anche con i musei, facciamo una agenda collettiva delle attività culturali romane! Anche per incontrare meglio il turismo della città. C’è un altro tema su cui vorrei riflettere: vogliamo scardinare la separazione tra scuole di formazione artistica e mondo del lavoro?
Io ho fatto Il romanzo di Ferrara e Troilo e Cressida con gli allievi dell’Accademia d’Arte drammatica “Silvio d’Amico” e con quelli del Centro Sperimentale di Cinematografia. Allora, se Roma ha le due scuole piu importanti di recitazione di Italia, deve essere creato un rapporto stabile con le istituzioni cittadine, con i grandi teatri privati e pubblici, perché questi allievi abbiano un percorso privilegiato di immissione nel mercato del lavoro. Altrimenti, che senso ha che siano riconosciute come eccellenze, come Accademie nazionali di cinema e teatro, se poi chi si diploma là deve faticare il triplo degli abusivi per trovare lavoro? Io ho realizzato quei progetti con meccanismi di borse di studio: ma dobbiamo ogni volta trovare meccanismi extragiuridici per risolvere cose che dovrebbero essere di normale amministrazione? Dunque, il Comune dovrebbe interagire con lo Stato anche in questa prospettiva.
Altra cosa che chiedo al futuro sindaco: visto che sembra cosi difficile applicare la “tassa di scopo” a livello nazionale, perché non iniziare ad applicarla a livello comunale? Tutte le attività di spettacolo, concerti, musica, danza, cinema possono prevedere – sul modello francese – uno 0,1% sul prezzo del biglietto che vada in un fondo che non pesi sugli spettatori, ma sugli stessi addetti ai lavori, che poi possono accedere direttamente a questi soldi. Senza l’intermediazione di commissioni giudicanti. Allora il prossimo sindaco potrebbe iniziare ad applicare la tassa di scopo sul territorio comunale. E infine che cerchi di essere meno delirante sulla certezza dei finanziamenti: ma è possibile che a metà maggio si discuta ancora se il Festival delle Letterature aprirà l’11 giugno? Ancora ci chiediamo se faremo l’Estate Romana? Le programmazioni culturali delle grandi città europee si fanno almeno con tre anni di anticipo: ma come possiamo portare i grandi artisti a Roma lavorando con dieci giorni di anticipo? Ci tagliamo fuori da tutto…

E Roma è una capitale europea?

È qualcosa di più. Per la storia, la ricchezza architettonica e la poliedricità delle istituzioni, è una capitale mondiale. E non dimentichiamo che Roma ha anche il Vaticano che, nel bene o nel male, determina le sorti della cristianità nel mondo. Roma dunque è capitale ipso facto: poi, però, non lo è nel quotidiano, nella realtà. È per sua vocazione internazionale, patrimonio dell’umanità, ma i governi della città sono provinciali, e la riducono a provincia. I servizi non sono all’altezza di una capitale, nemmeno di una capitale regionale. Pensiamo solo al trasporto pubblico, che non è secondario rispetto alla fruizione della cultura e del teatro: se vuoi andare a vedere uno spettacolo devi poter avere un mezzo pubblico che ti porta a teatro e poi ti riporta a casa. Ma le energie ci sono, al di là degli steccati ideologici. Dobbiamo superare gli sbarramenti, le barriere, gli schieramenti. Qui è in gioco la sopravvivenza del teatro, in pressenza di una vitalià senza precedenti.
Un rilancio di Roma, dunque, potrebbe partire dalla comunità artistica. Dalla forza che Roma ha come capitale mondiale dell’arte, del bello, della cultura. È necessario che ci riappropriamo degli spazi romani. Ho fatto Eneide, Iliade e l’Odissea al Foro di Traiano: e il plus valore che quel bellissimo luogo dava all’operazione è incommensurabile rispetto ad ogni altra città del mondo. L’Eneide ci appartiene o no? Allora facciamola ogni anno, e ai massimi livelli! Un legame con le radici, la conoscenza del passato, permette di andare oltre: anche così può crescere questa città. Il vero problema di Roma è che qui è già stato detto e fatto tutto: il cinismo diffuso ha radici precise. Però se conosci il passato, quel che è stato fatto e detto, puoi forse proporre qualcosa di nuovo, varianti possibili. Pensiamo a Caracalla, al Teatro di Libera all’Eur, a Ostia Antica: ma perche devono essere abbandonati? Perché non usarli? Sono centri della cultura del mondo. Che senso ha non fare una magnifica manutenzione straordinaria di quello che hai? Assurdo dire se Roma sia o meno una capitale europea: è la capitale del Mondo! Poi, che gli amministratori non se ne rendano conto è drammatico, drammatico per loro. La cosa aberrante è che la giunta Alemanno, non rendendosi conto di quello che ha, organizza per il Natale di Roma le marce dei gladiatori, in maschera come a Las Vegas! Come puoi permetterti di umiliare così la bellezza della tua città? Hanno speso migliaia di Euro per la ricostruzione delle marce dei gladiatori: è una cosa che grida vendetta. E lo fanno perché non sanno cosa hanno sotto i piedi. Ma Alemanno si rende conto che al Campidoglio c’è una statua del II secolo al centro di una piazza che ha fatto Michelangelo?
Ci sono anche sponsor clamorosi: Fendi che restaura il Cinema Metropolitan, Diego Della Valle il Colosseo: hanno un loro tornaconto, certo, ma invenstono su un brand, il brand “Roma”, che è mondialmente noto, che dà plusvalore. Come la dolce vita, come cinecittà: e non siamo in grado di gestire questo gigantesco patrimonio?

E dunque ottimismo o pessimismo?

Ottimismo della ragione, e disperazione rispetto alla pochezza degli interlocutori politici. Ma quel che conta è la vitalità del teatro italiano…


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