Alessandro Paris
Margini
24 Maggio Mag 2013 2157 24 maggio 2013

Del suicidio assistito e di altre interrogazioni

«L’écriture, sans se placer au-dessus de l’art, suppose qu’on ne le préfère pas, l’efface com’elle s’efface.» (Maurice Blanchot)

Qualche tempo fa, su FB, avevo postato un link, tratto da un giornale on line, dove si parlava di una persona che si era suicidata, o meglio, si era recata in Svizzera e aveva preso accordi presso una struttura per farsi sottoporre a eutanasia. Ora, sono cose che in genere capitano con i malati terminali, e fin qui pochi (tranne forse certi – e nemmeno tutti – teologi cattolici) hanno seriamente qualcosa da dire. Ma in questo caso la persona non era un malato terminale, era “solo” (ironia) depresso. Molto, e fino al punto di fare diversi viaggi in Svizzera per prendere accordi, pagare, firmare un contratto etc. affinché qualcuno, attraverso l’inoculazione di un prodotto chimico, ponesse fine alla sua vita in maniera certa e indolore. Un mio amico, letta questa notizia, a cui avevo annesso un commento un po’ provocatorio sulla necessità di comprendere quando una persona accusa sintomi depressivi, se ne è uscito con il commento che riporto: «Sì Ale. Ma in questo caso, secondo me, il problema non è lui con la sua brutta malattia. Ma chi invece di aiutarlo gli ha dato la morte in nome di un asettico rispetto della volontà». E subito dopo «Un bel tema filosofico direi, per il blog Anche perché un minimo di aggancio all’attualità dovrai pur tenerlo, no?».

Questo commento mi ha fatto pensare a lungo, su due ordini di ragioni

1) Sono in grado di trattare in maniera filosoficamente avvertita una tematica come l’eutanasia connessa a volontà suicidarie?

2) In che senso una simile trattazione dovrebbe costituire «un aggancio all’attualità»? Non è forse , questo, un tema di sempre: che ragione c’è a sopportare il dolore, perché non suicidarsi?

Indubbiamente rispetto alla prima domanda, la risposta è: no, non sarei in grado. E non perché non potrei, con qualche po’ di tempo, raffazzonare quattro citazioni in cui ricostruire il problema in questione, suggerendo le varie risposte (tra l’altro potrei rimandare a un bel testo di Michela Marzano: Etica oggi, Erikson, 2011 e anche l'ultimo numero di Micromega 4/2013, di cui raccomando l'articolo di Piergiorgio Donatelli). No. Il punto è che non è questo che voglio fare. Non voglio predicare una verità, semmai sono per la sfumatura, il chiaroscuro. E soprattutto: il filosofo, o presunto tale, non ne sa, quanto all’essenziale, sulle questioni essenziali più dell’«uomo della strada». Non è lui l’esperto. Se di qualcosa è esperto è, semmai, nello smontaggio di tutte le risposte che si presumono certe e semplici. Ma c’è un’altra ragione per cui non voglio farlo: perché la risposta la sento: sì, sono convinto che non ci sia un’unica ragione per cui valga la pena rifiutare libertà a chi, in piena coscienza, decida di congedarsi dalla vita. Ciò è scandaloso? Bene. Ma è quello che penso. Potrò anche cambiare idea? Sicuramente. Solo che non credo che vi siano ragioni razionalmente evidenti, o catene di ragionamenti, per propendere univocamente verso una decisione o un’altra.

Alla seconda domanda la risposta è: certo, su un blog come questo, che tratta di questioni filosofiche in maniera non accademica (già il fatto di essere un blog dovrebbe essere sufficientemente bastante) si dovrebbe proprio far cortocircuitare eventi di cronaca con le domande filosofiche, in maniera suggestiva e intrigante. Ma di quale cronaca si tratti, e quali eventi dettino a me l’avvio per la questione, è tutto un altro paio di maniche (e lacrime). Insomma, io non voglio partire da quello che è giornalisticamente sul pezzo. Non mi interessa inseguire la notizia. Voglio cacciar selvaggina, e nel mio gibier (Questa è una citazione, ma lascio a voi scoprire da dove è tratta. E ovviamente non è su wikipedia)

da The Tree of Life 2011 diretto da Terrence Malick.

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