Alessandro Paris
Margini
25 Maggio Mag 2013 1209 25 maggio 2013

Adorno: "filosofia accademica", " libera" e mercato

Non perché io sia pigro - è anche così per la verità - ma per puntellare un discorso su cui dovrò ovviamente tornare ancora, tentando magari qualche attualizzazione per l'oggi, allego qui una citazione da un libro fondamentale, e troppo frettolosamente dimenticato, di Theodor Adorno, sul ruolo della filosofia accademica nel confronto con quella cosiddetta extra-accademica. Una citazione necessaria, come si sarebbe detto negli anni '80 del Novecento...

«Dentro e fuori–. Un po’ per pietà, un po’ per negligenza e un po’ per calcolo, si lascia vivacchiare la filosofia in un ambito accademico sempre più stretto, dove si tende sempre più a sostituirla con la tautologia organizzata. Chi si affida alla profondità esercitata d’ufficio, è costretto, come cent’anni or sono, ad essere ogni momento così ingenuo come i colleghi da cui dipende la sua carriera. Ma il pensiero extraaccademico, che vorrebbe sottrarsi a questa necessità e alla contraddizione tra la grandezza egli argomenti e il filisteismo della trattazione, è esposto ad un pericolo non meno grave: alla pressione economica del mercato, a cui in Europa – almeno – i professori erano ancora sottratti. Il filosofo scrittore, che vuole guadagnarsi la vita, deve essere in grado di offrire, ad ogni momento, qualcosa di scelto e prelibato, per affermarsi, col monopolio della rarità, contro il monopolio dell’ufficio. Il ripugnante concetto di «boccone intellettuale», inventato da pedanti, trova infine il modo di imporsi anche presso i loro avversari. […] Tanta è la potenza della progressiva organizzazione del pensiero, da sospingere quelli che vorrebbero restare fuori dal gioco alla vanità del risentimento, all’autoincensamento più indiscreto, e da trasformare i soccombenti in avventurieri. Se gli ordinari delle università stabiliscono il principio «sum ergo cogito», e nel sistema aperto patiscono di agorafobia, ma nella «deiezione» soccombono al richiamo della «comunità popolare» [Volksgemeinschaft – cfr. Heidegger-nazismo], i loro avversari, se non stanno bene in guardia, si perdono nel territorio della grafologia e della ginnastica ritmica. Alla nevrosi ossessiva dei primi corrisponde la paranoia dei secondi. L’appassionata opposizione all’indagine erudita, la legittima coscienza del fatto che lo scientismo dimentica l’essenziale, contribuisce, nella sua ingenuità, ad approfondire la scissione di cui soffre. Anziché comprendere i «fatti» dietro cui altri si trincerano, afferra in fretta e furia quel che si offre, si dà alla fuga e gioca acriticamente con nozioni apocrife, con due o tre categorie isolate e ipostatizzate, e con se stessa, finché il semplice richiamo all’intransigenza dei fatti ha ragione contro di essa. È proprio l’elemento critico che vien meno al pensiero in apparenza indipendente. […] la sfera della circolazione, di cui gli outsiders intellettuali sono esponenti, offre l’ultimo rifugio allo spirito di cui fa commercio, nell’attimo in cui, a ben vedere, non esiste più alcun rifugio. Chi offre un unicum che nessuno è disposto ad acquistare, rappresenta, anche contro la propria volontà, la libertà dallo scambio.»

Th.W. Adorno, Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa, tr. it. di R. Solmi, Einaudi, Torino 1954, af. 41.

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