Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
25 Maggio Mag 2013 2109 25 maggio 2013

Prima del voto: intervista al Teatro Valle Occupato

Da due anni sono al centro dell’attenzione. Sono “quelli" del Teatro Valle Occupato: molto si è scritto, detto, criticato ma, tra entusiasmi e diffidenze, tra dubbi e proclami, loro sono ancora là. Dentro il teatro, uno dei più belli d’Italia, un gioiello del Settecento al centro di Roma, che vide la prima de I sei personaggi in cerca d’Autore di PIrandello. Oggi il Valle vive una nuova vita. La repentina e ingiustificata chiusura dell’Eti, l’Ente Teatrale Italiano che gestiva quello spazio, aveva lasciato il Valle in balia di un destino incerto. Così è stato occupato da attori, attrici, tecnici, autori e organizzatori dal destino (professionale) altrettanto incerto, precari come tanti in Italia. Un gesto di grande provocazione, dunque, che ha avuto il merito indubbio di sbaragliare le carte nel sonnacchioso mondo del teatro italiano, aprendo una ferita – anche grave – nel fianco della mesta vita culturale romana. Dunque, con gli occupanti del Valle chiudiamo il primo giro di interviste tra i teatranti in vista delle elezioni del Sindaco di Roma.


Incontriamo Alessandro, Barbara, Hossein, Mauro e Paolo.
Allora, dal vostro punto di vista, qual è lo stato dell’arte?

Paolo - Le cose qui vanno molto bene. È un momento molto fertile, in cui si stanno chiudendo delle cose fatte per poi riaprirle, di nuovo, pensando ad ulteriori sviluppi. Il mondo cambia, e quindi cambia, deve cambiare, anche la proposta che facciamo e che da due anni portiamo avanti. La nostra è l’unica risposta alternativa rispetto ad un mondo che tende a schiacciarti, a imporre regole non condivise. Noi stiamo creando un’istituzione: qui ci stiamo reinventando la democrazia, o meglio, la stiamo mettendo in pratica. La democrazia che ci impongono i politici da molti anni a questa parte è una democrazia finta, che non è mai esistita. Quello cui stiamo pensando noi è una rivolta culturale: attraverso la “Fondazione Teatro Valle Bene Comune” si arriva a una proposta seria, in cui il cittadino – non solo l’artista – comincia finalmente a prendere parola. E ha la possibilità di farlo in relazione alla comunità, alla propria comunità, e comincia a prendersi cura delle cose che gli appartengono. E questa è la linea che stiamo tracciando. Non è facile, perché un simile approccio vuol dire cambiare la cultura del nostro paese. Ma è questo il nostro obiettivo: gradualmente ci arriveremo. Per ora stiamo seminando: questo fenomeno culturale si sta però allargando a macchia d’olio, a tutta Italia. Ed è molto trasparente: non so se è facile da capire – i politici ad esempio non lo vogliono capire, perché è una sottrazione di potere enorme. E tendono come al solito o a strumentalizzarti, a inglobarti o a disinteressarsi a te. Dunque, l’apertura al cittadino, in vista di una radicale messa in discussione del concetto stesso di cultura, credo sia la cosa più importante, da raggiungere attraverso le azioni e le cose concrete che stiamo realizzando. Poi c’è la Fondazione, ossia la gestione non facile di questo teatro. Ci stiamo inventando un modello economico completamente diverso, alternativo a quello imposto dall’esterno, dal mondo politico. E siamo in connessione con tante realtà: con le dovute differenze tra noi – ma è il bello di questo fenomeno, perché non c’è un pensiero “unico”, ma vengono esaltate le differenze. Questo movimento, con tutte le contraddizioni che ci possono essere all’interno, è un onda d’urto molto forte che ancora non si è espressa al massimo. Stiamo ancora costruendo, ma stiamo anche arrivando a dei risultati: tra poco ufficializziamo la Fondazione, abbiamo una grande connessione con le realtà territoriali di questa città. Esprimendoci anche su certe scelte dell’Amministrazione di Roma: ad esempio, rispetto al bando della giunta sulla “Casa dei Teatri” siamo stati in forte opposizione. E non siamo stati seguiti. Però abbiamo iniziato un discorso e lo portiamo avanti con coerenza. E con molta fatica: perché o non viene capito o viene visto come un pericolo. Però andiamo avanti

Barbara - Voglio riassumere i punti principali del nostro percorso: intanto lo Statuto della Fondazione, che cerca di fotografare la realtà esistente, anche da un punto di vista artistico, e di dare una risposta che nasca dall’esigenza del mondo degli artisti e delle maestranze. Allo stesso tempo, ripensare il rapporto con il pubblico e la cittadinanza, reinventando lo spazio culturale come qualcosa che non è di chi ci lavora né un luogo aperto solo due ore la sera. Pensiamo faccia bene ripensare la partecipazione cittadina, perché crediamo faccia bene alla cultura, all’arte, al teatro che sta diventando sempre più un fatto elitario, considerato marginale dalla politica.

Da più parti, io per primo, sono state espresse molte perplessità sulla vostra azione, soprattutto per un necessario ritorno alla legalità. In questo territorio “irregolare”, spesso extra-legale, si dice che voi facciate una concorrenza “sleale” ad altri teatri della città: di fatto siete fuori dalle regole sulla presenza obbligatoria dei Vigili del Fuoco, siete fuori dal sistema Siae, cose che per altri teatri significano spese ingenti. Ve ne assumete la responsabilità?

Hossein - Abbiamo parlato spesso di “legalità” e “legittimità”. Ci siamo chiesti – non perché partissimo dal presupposto di infrangere la legge – perché facessimo questo gesto, legato non alla velleità ma ad un percorso artistico, anche decennale, di molti di noi. Anni passati chiedendoti come sbloccare un sistema – cioè come evitare, ad esempio, che questo teatro finisse dentro una privatizzazione selvaggia – e come rompere la logica di gente che fondamentalmente, senza sapere nulla di teatro, continua a riempire di soldi pubblici questi contenitori. E allora abbiamo voluto fare un gesto che andava, per forza di cose, verso la rottura del sistema, e dunque, inevitabilmente, verso l’illegalità. Ora il problema è questo: è legittimo o illegittimo quello che abbiamo fatto? Entrando qui pensavamo agli operai che occupano la fabbrica, il luogo di lavoro: e per noi il teatro è il luogo di lavoro. Pensiamo al fatto che noi “teatranti” non possiamo stare nei teatri a lavorare è emblematico: i teatri italiani sono pieni di “amministrativi”, ma non ci sono artisti né tecnici. Quel che ci siamo chiesti, dunque, è in che maniera avremmo potuto far diventare un gesto illegale un gesto legittimo, e anche contagioso. Da questo punto di vista, i due livelli hanno trovato una soluzione: operare nel settore teatrale e porre, in maniera forte, il problema anche nella società italiana. Questo è sempre stato il nostro impegno: da un lato il discorso specifico sul teatro, dall’altro la Costituente dei Beni comuni. Ci siamo dunque detti che la cultura è un problema da affrontare a 360 gradi: non per quel che riguarda il singolo attore o la singola compagnia. Dunque abbiamo rivolto la nuova domanda a tutta la società italiana: serve la cultura? Serve investire risorse per la cultura? Serve la Costituzione quando afferma che la Repubblica deve favorire la cultura? Dunque è vero: partiamo da un gesto illegale, ma la domanda ora la poniamo alla legalità stessa. Non esclusa la politica. Chi sarà il nostro interlocutore? Già questo è preoccupante per un paese democratico: a seconda dell’interlocutore tu sei illegittimo o legittimo. È folle, no?

E dunque: cosa chiede il Teatro Valle Occupato al nuovo sindaco?

Hossein - Semplicemente, una politica culturale. È una materia di cui non si è minimamente parlato in campagna elettorale. Non se ne parla perlomeno da tre Giunte: e nessuno sembra volerne parlare, perché forse nessuno ha la competenza per parlarne. E questo è preoccupante. Perché se la questione culturale non viene messa al centro della vita cittadina, un gesto come il nostro non solo è legittimo, ma è auspicabile! Altrimenti tutto rischia di scomparire.

Barbara - A proposito del sistema Siae, vorrei sottolineare quanto sia assurdo e ridicolo: lo si dice da anni, e per quel che riguarda la norma sulla presenza dei Vigili del Fuoco mi pare incredibile che alcuni teatri italiani debbano pagare fino a 100mila euro l’anno per questo obbligo. Il nostro è un gesto, da questo punto di vista, di disobbedienza civile. Se i Vigili del Fuoco non sono più necessari nei cinema o in molti luoghi di spettacolo, perché ancora nei teatri? Non ha senso, e forse è legittimo disobbedire a una norma ingiusta.
Per quel che riguarda il problema Siae, poi, abbiamo affrontato il tema del diritto d’autore aprendo uno sportello dedicato o prendendo anche contatti con la Spagna dove la questione è stata affrontata e risolta in altro modo più avanzato, anche a livello giuridico. Ma non solo: per riconoscere il lavoro degli Autori, abbiamo deciso di dare il 5% degli incassi direttamente all’autore. Non vogliamo rinchiuderci nella categoria della illegalità: ricordiamoci, comunque, che in nome della legge sono stati compiuti crimini efferati. Noi siamo nell’illegalità perché abbiamo occupato un teatro, ma mi sento di dire che la gestione del sistema teatro italiano non è stata trasparente, eppure è avvenuta nella completa legalità.

Il 70% del teatro che ci piace è quanto meno irregolare…

Mauro – Sì, a partire dalle misure di sicurezza ai contratti, fino agli Stabili che sono finanziati per fare produzioni e poi spendono quelle somme per le spese correnti. Tutto il teatro italiano, non dimentichiamolo, è sovvenzionato. Noi non paghiamo contributi, ma se avessimo come gli altri una sovvenzione, naturalmente investiremmo quei fondi per rendere sicura la vita e il futuro dei lavoratori. Noi, qui, ci occupiamo anche di formare nuovi tecnici.

Alessandro - A questo proposito, non dimentichiamo che la riforma Fornero è un cavallo di Troia. Il Valle Occupato, con Fitzcarraldo di Torino e Associazione Cresco, ha finanziato un questionario, chiamato “Rispondi al futuro”, sul lavoro nello spettacolo dal vivo. Dai dati emerge che la media del guadagno di un attore che lavora da 12 anni è meno di 8mila euro all’anno, e la media delle giornate contributive è 50. Non varrebbe la pena affrontare seriamente questi temi?

In queste interviste ho sempre chiesto un giudizio sul Valle Occupato. A voi chiedo cosa ne pensate Teatro di Roma. Nella recente conferenza stampa, il direttore Lavia e il presidente Scaglia hanno mostrato una certa apertura alla realtà cittadina…

Paolo - Anche quella apertura è figlia di questa lotta. Il recente progetto di “Perdutamente”, realizzato dallo Stabile al Teatro India, che coinvolgeva molte compagnie romane, è avvenuto in un momento in cui, dopo un anno, noi del Valle tentavamo di ragionare assieme a tutta la scena di Roma – sia con chi si era avvicinato a noi, sia con chi aveva diffidenza nei nostri confronti – su come fare una stagione insieme. Abbiamo fatto alcune di assemblee, molto partecipate, molto numerose, qui al Valle, tra maggio e giugno 2012. E proprio in quel periodo è arrivata la proposta del Teatro di Roma. Dunque, da un lato siamo contenti: se metti in moto qualcosa, qualcosa d’altro succede. Tutto ciò è frutto di una contaminazione, di cui certo siamo anche artefici. Però certo, quel processo di lavoro assieme, di tutti i gruppi cittadini, si è arrestato. Per quel che ci riguarda, ci interroghiamo su questo problema.

Alessandro - È un problema, infatti, che proprio mentre una comunità si sta confrontando sul lavoro, sulle regole, sulla dignità del lavoro, accade che c’è chi accetta di produrre uno spettacolo per 5mila euro.

Ma che vuol dire, in pratica, per voi, "politica culturale"?

Paolo - Chiediamo ai politici di parlare con chi fa questo lavoro. Perché le politiche culturali devono essere calate dall’alto? Perché le nomine dei direttori artistici, per la “Casa dei Teatri” o per le commissioni devono venire dall’alto? È tutta roba inutile, se non condivisa. Condivisa con le persone che fanno questo lavoro, e che conoscono i problemi che questo lavoro comporta.

Mauro - Aggiungerei altro. Questo mestiere si fa a diversi livelli. Un conto, dunque, se la politica si confronta con Gabriele Lavia, con un regista di una compagnia indipendente o con chi occupa un teatro. Anche se gli amministratori pensano di incontrare i lavoratori di settore, dobbiamo chiederci comunque a chi si rivolge la politica culturale quando cerca un interlocutore.

Hossein - Un altro aspetto importante, poi, è il finanziamento. Una politica culturale deve dare delle linee direttive, deve poter immaginare quali percorsi fare per rendere Roma una capitale culturale. E in questa prospettiva le risorse sono fondamentali. Per lo meno devi avere davanti, per tempo, il ventaglio delle cose che si vogliono ottenere. Pensiamo alla “Casa dei Teatri”: è un bando definanziato. Si danno soldi che possono garantire a malapena l’apertura della struttura. Il bando mette dei privati – perchè di fatto è una privatizzazione – nella condizione di dichiarare che il teatro non può vivere con il solo finanziamento pubblico. Stanno cercando di dimostrare che questi luoghi vanno dati a mecenati illuminati – come sostiene, in parte, anche il manifesto del Sole24ore – altrimenti la cultura in Italia non può esistere…

Paolo - E in Italia si sta andando in quella direzione: non ci sono fondi, troviamoli altrove. Ed è una follia. Perché leghi la cultura al profitto. Non si può pensare che dove c’è cultura – che è un bene, un diritto fondamentale della persona – ci possa essere speculazione. Questo approccio va cambiato radicalmente. Attenzione: parlo di profitto, non di guadagno. Profitto significa non reinvestire in quello che si fa. La gestione economica di un teatro non deve essere a perdere, non è più la stagione dei bilanci in perdita. Questo è ovvio. Ma nemmeno puntare al profitto.

Hossein - Dunque basta finanziamenti a pioggia: senza una assicurazione sulla gestione, per la impossibile gestione di quei carrozzoni che sono i teatri, sono soldi buttati soldi. I pochi denari che ci sono possono invece essere investiti affinché con il finanziamento pubblico si creino strutture, autonomie, possibilità di crescita e espansione. Questa serietà, basica, in Italia non c’è: né a Roma, né a livello nazionale né a livello regionale. Con qualche rara eccezione, che conosciamo tutti benissimo: poche Regioni illuminate, come la Puglia, l’Emilia Romagna, la Toscana, e non è un caso che ormai si produca teatro solo là. Ma non ci vuole tanto, ci vuole solo un po’ di competenza.
E una visione politica: siamo di fronte allo smantellamento del sistema culturale italiano, iniziato venti o addirittura trenta anni fa. Dunque la nostra idea è di partire da una esperienza condivisa, con il pubblico e con gli artisti che passano qui e ci raccontano le loro esperienze. Da tutto questo abbiamo cercato di trarne una idea nuova, che sperimentiamo quotidianamente, mettendola alla prova. Solo un punto di partenza per una opposizione profonda al tentativo dello Stato di deresponsabilizzarsi rispetto alla cultura.

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