Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
29 Maggio Mag 2013 2115 29 maggio 2013

Barriere architettoniche: dignità negata in Campidoglio

I Musei Capitolini sono uno dei musei più belli di Roma. Ospitati nei Palazzi del Campidoglio, vengono visitati ogni anno da migliaia di persone che possono ammirare così i capolavori conservati.

La signora Beatrice non aveva mai visitato i Musei Capitolini. Quando seppe che stavano organizzando una gita in quei Musei, colse l’occasione al volo e s’iscrisse. Il giorno della gita si presentò al pullman con il cappellino e lo zainetto, facendo gli scongiuri perché il cielo donasse una giornata di sole.

Roma era bellissima quella mattina. Il pullman entrò in città percorrendo viale Colombo, fiancheggiata dai monumentali palazzi dell’Eur. Poi traversando il centro della città arrivò fino a Piazza Venezia e lasciò la comitiva ai piedi dell’Ara Coeli, la chiesa dei matrimoni vip. E qui cominciarono i problemi. Perché Beatrice non cammina da anni e deve muoversi per forza su una sedia a rotelle.

Impossibile per lei salire le scalinata del Campidoglio. L’accompagnatore che spinge la carrozzina si guarda intorno smarrito. “C’è un ascensore” dice qualcuno e ci si muove alla ricerca dell’ascensore. Poi la giovane guida appena arrivata spegne le speranze: “Nessun ascensore. Bisogna fare la salita.” La salita è Via delle Tre Pile, una strada ripida e con una doppia curva a esse che scala la collina. Scomodissima ma è l’unica via per giungere in Piazza Campidoglio, la piazza del Marc’Aurelio.

Bisogna entrare nei Musei e la guida, sensibilissima, si accorge subito che tutte le entrate di Palazzo dei Conservatori sono sbarrate da gradini. Deve esserci un altro ingresso. Così scendono di nuovo le Tre Pile e si piazzano davanti alla prima porta dotata di rampa. E’ chiusa. La guida chiede alla guardia cosa deve fare e la guardia chiama qualcuno. Dicono che si deve entrare dalla direzione. Rifanno di nuovo le Tre Pile (che ricordo è una strada ripida e storta, non proprio piacevole da fare su e giù) ed entrano, come ladri di nascosto, da una porticina laterale del Museo. Un tizio in giacca e cravatta li accompagna gentilissimo fino all’ascensore. Salgono al primo piano e finalmente possono vedere le meraviglie del Museo.

Poi bisogna scendere. I turisti normali passano attraverso le scale interne, per Beatrice questo non è possibile. Però per fortuna c’è un ascensore. Scendono all’entrata. La commessa ci spiega che poi c’è un altro ascensore da prendere ma deve arrivare l’addetto. Dice ad un altro di chiamare l’addetto. L’addetto finalmente arriva. Ci apre l’ascensore e arrivano nel cortile. L’addetta incontra tre colleghe: “Devono anna' al Tabbularum, solo che io non so la strada.”
“Oddio manco io”
“Devono scenne de la”
“Ma sicura?”
“Vabbe ce li porto io”

E una signora bionda si dirige verso la piazza, fuori dal palazzo. Si è dimenticata che ci sono i gradoni, gli stessi che ci hanno costretti ad entrare da via delle Tre Pile. Momento di panico. Alla fine per evitare di nuovo quella salita, la signora bionda aiuta Beatrice ad alzarsi e la sorregge terrorizzata di farla cadere, mentre l’accompagnatore porta la carrozzina giù dai gradoni. Faticosamente anche Beatrice (in piedi!) e sorretta da tre persone arriva nella piazza. La signora bionda è imbarazzatissima e mentre li conduce verso la discesa che scende verso i Fori (Via Monte Tarpeo) dice arrabbiata: “Non vogliono mettere le rampe! Dicono che rovinano l’estetica!”.

Devono entrare al Tabularium da una porticina laterale ma anche questa porticina è ostacolata dai gradoni di un marciapiede. Si deve ripetere il rito di prima: il guardiano del locale, la signora bionda, l’accompagnatore e un turista inglese di passaggio sorreggono Beatrice e la fanno appoggiare ad un muro. Poi viene presa rapidamente la carrozzina e Beatrice viene fatta sedere. Si disattiva l’allarme che protegge la porticina laterale ed entriamo nella magnifica terrazza da cui si ammirano le ricchezze dell’antichità. Sono minuti di pace, respirano forte mentre sotto gli occhi si apre un paesaggio fra i più belli al mondo.

La signora bionda ritorna poco dopo. Hanno scoperto di averli portati nel luogo sbagliato e l’itinerario del gruppo di Beatrice non prevedeva quella tappa. Tramite la porticina si ritorna sulla salita verso il Campidoglio con la bionda che rassicura polemizzando: “Dovete andare a Palazzo Nuovo. Lì hanno messo la pensilina. Lì non rovina l’estetica!”

Ringraziando le divinità romane per quella concessione, la sedia a rotelle sale sulla rampa ed entra nell’altro palazzo dell’antico colle. Anche una porta d’accesso al palazzo ha una rampa e l’addetta di qui ha una vaga idea di dove andare e accompagna Beatrice e il volontario fino all’ascensore. Salendo arrivano in una galleria piena di statue. Ancora una volta il contatto con la bellezza è un buon calmante che riconcilia chiunque con l’umanità.

La visita si avvia alla conclusione. Scendono nel cortile di Palazzo Nuovo, che ospita l’imponente fontana del Marforio, e si apprestiano ad uscire. Ma si sono dimenticati di lei e invece della porta dotata di rampa Beatrice deve uscire da quella principale. I guardiani ci osservano perplessi mentre si compie stancamente il solito sacrificio: Beatrice viene alzata, sorretta da volenterosi di passaggio, e accompagnata fuori da robuste stampelle umane mentre la carrozzina scivola lungo i gradini.

Per scendere scivoliamo di nuovo lungo le Tre Pile (la salita di Michelangelo è proibita sia in salita che in discesa). Sorprende l’atteggiamento di Beatrice. Chiunque di fronte a così plateale violazione di ogni suo diritto avrebbe protestato, alzato la voce, polemizzato. Perlomeno si sarebbe intristito. Avrebbe pensato con rabbia all’attuale inquilino del Campidoglio, il sindaco uscente di Roma, Gianni Alemanno, che si è fatto fotografare in campagna elettorale così:

ma non si è accorto delle barriere architettoniche sotto il suo ufficio. Beatrice si è limitata a commentare scuotendo la testa: “Che dovrei fare?”. Povera Beatrice rassegnata all’inciviltà, aveva già messo in conto che visitare i Musei sarebbe stata un’avventura. Perché a questi problemi non pensa nessuno. Noi privilegiati con le nostre due gambe, sempre troppo di corsa per accorgersi di chi è stato più sfortunato e ogni scalino è una sciagura.

Scrivendo questa triste storia, ho voluto che Beatrice fosse l’unico personaggio chiamato per nome. Un piccolo gesto per restituirle la dignità negata da una mattinata umiliante nel cuore della Capitale d’Italia.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook