Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
29 Maggio Mag 2013 1825 29 maggio 2013

Venezia, tra arte e teatro

(nella foto: Villan People, di Andrea Pennacchi)

È buffa Venezia, in questi giorni: tirata a lucido, in piena frenesia per l’apertura della Biennale Arte. E lo si capisce dal mondo che si vede per campi e calli: ricchi, eccentrici, e giapponesi (che sono ricchi e spesso eccentrici). Volti noti di star della performance estasiati in vaporetto, accanto a miliardari che scorrazzano su lance private lasciando i megayacht attraccati nel canal della Giudecca. Oppure vedi agli artisti – e aspiranti tali – nerovestiti e occhialuti, tutti dal look millimetricamente internazionale. Tutto un mondo, dunque: protagonisti e comparse per le vernici dei prossimi giorni.
Intanto noi abbiamo avuto il piacere di registrare gli ultimi sussulti della stagione teatrale veneziana. E ne diamo conto, con colpevole ritardo, distratti dalle frenesie elettorali.
Al teatro Fondamenta Nuove, spazio da sempre coraggiosamente aperto alle contaminazioni, alla scoperta di nuovi talenti, a farsi “casa” per artisti residenti, ci siamo imbattutti in un lavoro di danza (o teatro-danza) dal gusto raffinato. Parliamo di Per non svegliare i draghi addormentati, spettacolo vincitore del "Premio Prospettiva Danza Teatro" nel 2012 e presentato in una “anteprima” che ha già la compiutezza e il respiro di un’opera. Il lavoro è stato ideato e condotto dal trevigiano Marco D’Agostin, in una bella collaborazione che coinvolge la brava Francesca Foscarini e l’intensa Floor Robert, che si ricava nella misteriosa vicenda un ruolo di contorno, eppure essenziale, quasi da maestro di cerimonie. Lo spettacolo, dunque, parte da suggestioni poetiche di Rilke e Eliot, per approdare in una landa deserta dello spirito e dell’essere umano: strutturato in un continuo incontro-fuga di coppia, con una lunga, ossessiva e suggestiva apertura a terra, il lavoro procede con momenti di grande intensità, in cui i corpi – asettici, spesso “distanti”, persi in dimensioni astratte – vibrano improvvisamente di pulsioni e scatti, che si alternano a rarefatte visioni simili a sogni. Nelle belle luci di Remo Ramponi, sulla scrittura musicale di Paolo Persia, il lavoro ha anche un folgorante frammento della Robert, alle prese con un telo di plastica piegato, ricreato, reinventato come un fantasmagorico origami. Danza raffinata, concettuale e astratta, dunque, eppure sapientemente presente e viva, creata da questo danzatore e coregrafo che vanta studi importanti e collaborazioni di rilievo (da Emio Greco a Claudia Castellucci) per un percorso assolutamente da seguire.
Diversissimo l’approccio del narratore-attore e autore Andrea Pennacchi che ha presentato Villan People, un affondo nel lato oscuro del Veneto anni Settanta, allora come oggi sospeso tra esistenze grame e ricchezze facili. Cogliendo nella scrittura del Ruzante un modello, declinato sapientemente al presente, in cui a far da leitmotiv è l’eterno ritorno di storie quotidiane, minime, marginali, di sconfitti e violenti, Pennacchi, con il robusto sostegno registico e interpretativo di Michele Modesto Casarin, dà vita a uno spaccato umano, umanissimo, impiastricciato di lingua veneta bassa, schietta, forte. La storia è quella di un Civis, una guardia giurata, e della sua bella e ambiziosa moglie – la brava Manuela Massimi: l’ossessione è quella per gli “schei”, l’eterno mito del produttivo NordEst. E un uomo onesto, un brav’uomo, alla fine si trova implicato in faccede violente e criminali, che gli sfuggono completamente di mano. Lo spettacolo ha momenti esilaranti, di una comicità di situazione che brilla ancora di più non solo per la capacità dei tre interpreti, ma anche per il sapiente uso del dialetto. Su tutto, però, prevare un tono di mesta amarezza, il gusto schifoso della sconfitta e del fallimento: quel mondo che Angelo Beolco, il Ruzante, aveva già raccontato con disincantata lucidità. Seguiamo da tempo il percorso artistico di Andrea Pennacchi, lo abbiamo visto muovere passi sulla strada spianata e complessa della narrazione, seguendo le impronte lasciate da Marco Paolini. Lo abbiamo scoperto consapevole interprete di lavori altrui, diretto da registi di calibro; ora lo ritroviamo – in una prova di interessante maturità – alle prese con una scrittura ariosa, intrigante, capace non solo di investigare le microstorie di quei tre povericristi alle prese con la sopravvivenza, ma anche – e forse soprattutto – di un paesaggio sociale e economico ambiguo e tuttora irrisolto, fotografato mentre inizia la corsa verso il baratro. Una nota, infine, merita lo spazio che ha ospitato Villan People: è il Teatrino Groggia, piccolo e accogliente edificio che riapre, dopo anni, grazie all’instancabile entusiasmo di un gruppo di giovani dell’associazione culturale mpg.cultura guidati da Mattia Berto: molte le iniziative fatte durante l’inverno e già pronte le attività per la prossima stagione. Oltre il recupero dello spazio, un regalo alla prospettiva culturale della città. Con buona pace degli yacht di passaggio.

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