Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
1 Giugno Giu 2013 1128 01 giugno 2013

Il nuovo teatro fra i sampietrini del Pigneto

( Il Teatro dei Venti in Senso Comune)

Ormai si sa da tempo: i centri pulsanti della vita teatrale di Roma sono sempre più gli spazi off, i centri occupati, i luoghi non convenzionali. Sono motori sotterranei, luoghi che macinano tensione per la scoperta, la contaminazione, l’invenzione. Agli storici centri sociali – il Forte Prenestino, il Rialto, l’Angelo Mai, tanto per citarne alcuni, sempre alle prese con sgombri e traseferimenti – si sono aggiunte altre realtà che disegnano una mappa teatrale in costante evoluzione. Luoghi che si fanno anche contenitori di iniziative importanti, seppure volutamente marginali: come ad esempio il vivacissimo festival “Parabole fra i sampietrini”. Una manifestazione, giunta alla seconda edizione, che ha preso vita al Pigneto: l’ex quartiere popolare, proprio dietro la stazione Termini e porta Maggiore, dove Pasolini andava a girare Accattone, un tempo abitato da prostitute e spacciatori e oggi simbolo di una vitalità culturale, artistica e crativa notevole. Al Pigneto, insomma, tra i mille bar e ristorantini, c’è anche il Forte Fanfulla, un circolo arci estremamente accogliente, che vanta anche una piccola sala teatrale. E qui le “Parabole” hanno aperto i battenti lo scorso febbraio, per chiudersi pochi giorni fa. Una rassegna che si è declinata non solo nel programma principale, ma anche in iniziative collaterali, come “Parabole Extra”, focus sui nuovi scenari del teatro romano, e “Parabole a Sorpresa”, dedicato al lavoro di Fabrizio Ferracane. E dunque, per una manifestazione che vive, sopravvive e va avanti senza alcun finanziamento, basata solo sulle forze di un organico ridotto di 5 persone competenti e entusiaste – che voglio citare: Maria Zamponi, Giulia Taglienti, Tiziana Cusmà, Martina Parenti, Francesca Montanino -, sono bei risultati. Tanto più se si va a scorrere il “cartellone” del festival: molti nomi nuovi, segno di un “rischio” che gli organizzatori hanno voluto correre per aprirsi a proposte inedite e coraggiose. Dodici appuntamenti, con altrettante formazioni ospitate - MO.Lem, Il Cerchio di Gesso, Compagnia Marco Gobetti, Carichi Sospesi, Teatro dei Venti, Compagnia Barone Chieli Ferrari, Vanaclù, Stefano Detassis, Teatro dei Limoni, Ventichiavi Teatro, Mario Jorio, Teatro Campestre - provenienti da tutta Italia. Diversissime, sia per estetiche che per approccio, le proposte. Per quel che mi riguarda, ho visto una di queste serate, articolata in una doppia proposta.

Il primo lavoro portava il titolo di L’aiutante di Brušek, di e con Stefano Detassis, monologo di una certa fascinazione che muove da due testi a me sconosciuti: Felidae di Akif Pirinçci, autore turco-tedesco contemporaneo, e In cuniculum, testo originale, di Carlo Cenini che firma la drammaturgia. È un monologo acido, toccante, che evoca certe atmosfere kafkiane come il Woyzeck di Bucher, salvo poi aprirsi ad una onirica e allucinante visionarietà. Il racconto di un uomo – aiutante di uno scienziato se non folle certo pericoloso, alle prese con una ricerca che potrebbe addirittura ricordare i criminali esperimenti di Josef Mengele – si perde nei mille meandri di una confessione, di un diario esistenziale che scivola lentamente nella follia. Lo spettacolo parte molto bene, con grande incisività, ma poi il bravo Detassis, forse bisognoso di una regia più forte e strutturata, sembra girare troppo attorno a qualche nodo misterioso che però non arriva. Il racconto, dunque, rischia di appensantirsi, di piegarsi su se stesso, di sperdere energie. Ma basterebbe qualche intervento, qua e là, per rendere più compiuto il progetto.
Di altro impatto è stato il secondo lavoro della serata, giocato tutto su ritmi, tensioni, esplosioni anche violente. Il Teatro dei Venti di Modena, diretto da Stefano , ha presentato Senso Comune: uno spettacolo che scaturisce – non solo per intensità e sentimenti – dal lavoro che la compagnia svolge da anni in strutture carcerarie e in collaborazione con centri di salute mentale.
La scena è composta da un mare e un muro di taniche di plastica bianca, da bidoni di latta, un tavolino mezzo scassato: subito una dimensione di marginalità, precarietà, di periferie devastate dalla povertà. E il monologo iniziale è particolarmente “fastidioso”: riprende il noto discorso di Eduardo, che omaggia il caffè, solo che al posto della macchinetta napoletana qui si ha a che fare con la preparazione di una ben più prosaica siringa di eroina. Il dialetto parlato in scena porta dunque lo spettatore in un basso napoletano, dove la vita scorre amara, tra neomelodici e spaccio, tra spaghetti e sogni di successo. Tre storie si intrecciano, legate proprio dalla marginalità, in un vuoto esistenziale che li accomuna. Sul ritmo sempre più vorticoso di percussioni suonate dal vivo, lo spettacolo stride di fastidi profondi, di amare verità spiattellate senza ritegno, di una volgarità sciatta che è cifra ormai di buona parte di questo Paese.
Certo, non manca qualche ingenuità, qualche insistenza in alcune sequenze, qualche momento eccessivamente retorico, ma Senso Comune ha una sua sincerità nel portare in scena questo sguardo sul e nel margine del mondo.

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