Rodolfo Toè
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1 Giugno Giu 2013 0540 01 giugno 2013

Pristina-Belgrado: chi preferiscono i Serbi del Kosovo?

Nell’accordo firmato lo scorso mese tra Serbia e Kosovo il punto di scontro fondamentale è, sulla carta, la presenza di Serbi nel territorio controllato da Pristina. Una “comunità di irriducibili”, secondo Belgrado, che bisognerebbe proteggere a tutti i costi. Ma che, forse sorprendentemente, potrebbe scegliere Pristina senza troppi problemi.

Nella fase che sta seguendo alla ratifica dell’accordo tra Belgrado e Pristina spesso la Serbia ha presentato i Serbi di Kosovo come il vero ostacolo al raggiungimento di una normalizzazione tra i due paesi. Il premier serbo, Ivica Dačić, si sta – quantomeno a parole – battendo infatti per realizzare un’unione delle municipalità del nord che permetterebbe alla minoranza di sentirsi tutelata anche passando sotto la sovranità di Pristina.

Sospesi tra due mondi, spesso dipinti come una parte della popolazione “più realista del re” nella fedeltà alla madrepatria serba, tenuti alla stregua di ostaggi politici da entrambe le parti, i Serbi del Nord potrebbero in realtà non essere così ostili alla loro nuova nazione. È, perlomeno, quello che suggerisce Jelena Obradović-Wochnik, insegnante all’università inglese di Aston e all’università di Helsinki, in questo intervento pubblicato dalla London School of Economics. Dal suo punto di vista, la lealtà delle enclave potrebbe sorprendentemente non essere così ostile a Pristina. Essi, al contrario, potrebbero essere un fattore importante per la transizione del Kosovo.

Due trend verrebbero riportati dall’autrice a sostegno di questa tesi: la partecipazione dei Serbi del nord alle elezioni politiche serbe, che risulta in costante diminuzione (e che segnalerebbe, quindi, una crescente disaffezione politica verso Belgrado); inoltre, fatto ancora più significativo, il loro sostegno andrebbe principalmente ai socialdemocratici di Boris Tadić, e non – come ci si potrebbe aspettare – ai partiti nazionalisti.

L’ipotesi, formulata da Obradović-Wochnik (non così peregrina, a ben vedere) è che molti serbi del Kosovo, mano a mano che l’accordo verrà implementato, saranno portati a preferire la sovranità di Pristina: “la Serbia non ha i mezzi finanziari per supportare il Kosovo del Nord (il che, probabilmente, è anche una delle ragioni fondamentali del supporto di Belgrado all’accordo). È inoltre probabile che Belgrado, al fine di cominciare i negoziati di adesione con Bruxelles, sia spinta a soddisfare altre richieste come lo smantellamento delle istituzioni parallele che ha mantenuto nel nord del Kosovo. L’assenza di scuole, ospedali, amministrazioni municipali (e dei posti di lavoro che essi garantiscono) porterà probabilmente a una minor influenza della Serbia sul terreno. Alla fine, nonostante si stia parlando con insistenza di un’unione tra le municipalità serbe del nord” (sul modello della Republika Srpska in Bosnia Erzegovina o, addirittura, delle “due Germanie” dopo la seconda guerra mondiale) “è probabile che i Serbi del nord sceglieranno di affrontare la questione con pragmatismo, invece di seguire la retorica dei propri rappresentanti”.

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