Davide, Alessandro e Andrea
Failcaffè
2 Giugno Giu 2013 1842 02 giugno 2013

Taksim ovunque: la rivolta in Turchia continua

Testimone di un evento di portata storica Silvia ci racconta come la protesta in Turchia non si stia fermando, anzi ora affronti per la prima volta il problema chiamandolo per nome: Recep Tayyip Erdoğan.

di Silcardascia

Ogni luogo è Taksim (Her yer Taksim).

Questo uno degli slogan urlati a squarciagola nei maggiori centri urbani turchi. Istanbul, Ankara, Izmir, Eskisheir, Izmit, Antalya, Kuthaya, Kayseri, Afyon, Manisa, Nazilli, Marmaris.

La protesta in Turchia non si ferma, ma si espande nelle strade, nelle piazze, nelle case e nei negozi (che in segno di solidarietà sventolano bandiere alle finestre e ai balconi).

Ad Istanbul, centro nevralgico degli scontri, la rivolta va avanti ininterrottamente da venerdì mattina, quando un centinaio di manifestanti in piazza Taksim (per la protesta contro la distruzione del suo parco-simbolo Gezi), sono state letteralmente assaltate dai gas lacrimogeni della polizia. Dodici persone (secondo il governatore di Istanbul Husein Havini Mutlu), cinquanta secondo i partecipanti, sono state ricoverate in ospedale con traumi alla testa e alle vie respiratorie.

Le immagini della violenza, che non sono state trasmesse né dalla stampa turca né da quella internazionale, hanno invaso Twitter, Facebook, Tumblr. “The revolution will not be televised”: Come al solito, le rivoluzioni sono trasmesse sui social media e non sulle reti televisive.

In molti pensavano che dopo gli scontri di venerdì la manifestazione fosse agli sgoccioli. Ma era solo l’inizio. Centinaia di migliaia di manifestanti hanno invaso le strade urlando slogan anti-governativi e “anti-fascisti”, affrontando per la prima volta Erdoğan per nome.

Barricate contro la polizia. Feriti. Un bilancio di 5 morti. Le ambulanze dove sono? Più tardi arriva il comunicato del ministero della salute: “Non mandiamo ambulanze ai feriti, perché si sono auto-feriti”.

Sabato mattina migliaia di persone hanno attraversato il ponte del Bosforo per raggiungere Kadiköy, la parte asiatica di Istanbul. A piedi, perché i mezzi di trasporto sono stati bloccati in modo da non alimentare la rivolta anche nei sobborghi. Oggi, domenica, la protesta ad Istanbul continua.

A partire dai fatti di Istanbul, tutte le maggiori città turche si sono mobilitate.

Ad Ankara, sabato pomeriggio, circa 20 mila persone si sono raccolte in piazza Kizilay. I protestanti cercano di raggiungere il palazzo del governo. La polizia cerca di bloccare la rivolta con lacrimogeni, spray al peperoncino, getti di acqua lanciata dalle camionette, e “Portakal gazi” (Agent Orange), un gas tossico e corrosivo utilizzato dai militari americani in Vietnam. Ancora scontri, ancora feriti. Due persone perdono permanentemente la vista.

Ad Izmir le proteste cominciano venerdì sera. La notte tra venerdì e sabato alle ore quattro vengo svegliata dal rumore di spari. Sabato mattina prendo l’autobus per andare a lavorare. Il finestrino è distrutto. Entro silenziosa, sono tutti silenziosi. La città sembra essersi calmata. Nel pomeriggio accendo la televisione. Finalmente un canale che trasmette dal vivo quello che sta succedendo a Istanbul (e non un documentario sui pinguini come CNN Turk), “Halk TV”.

C’è anche un comunicato di Erdogan, che sembra deciso a non arretrare, a non ritirare l’ordinanza di Piazza Taksim, ma soprattutto a non ritirare le centinaia di pattuglie in strada. Anzi, dice: “La polizia c’era ieri, c’è oggi, ci sarà domani“. E ancora: “A Taksim, oltre al nuovo centro commerciale ci costruiremo anche una moschea. Non chiederemo il permesso al CHP (partito di opposizione), poiché l’abbiamo già ottenuto dai votanti”.

Ieri sera decido di uscire e vedere cosa accade per le strade. Mi unisco ad un gruppo di amici che sono appena tornati da Basmane (la stazione degli autobus di Izmir). Lì gli scontri sono stati violenti. Nessun morto ma molti feriti. Una mia amica torna con un ematoma alla testa. Mi racconterà poi che è stata colpita a manganellate perché si era avvicinata “troppo” alla polizia. Ma poi mi spiega che altri due poliziotti l’hanno aiutata ad alzarsi da terra (per fortuna esiste ancora un po’ d’umanità, penso).

Siamo ad Alsancak, centro della città di Izmir. Mi avvicino ad gruppo di persone. Sento rumore di vetri rotti e urla di odio contro il governo. Poi guardo meglio e vedo quel che resta dello Starbucks Coffee. Completamente distrutto da un gruppo di ragazzi. Questo rovina lo spirito della manifestazione. Nell’ottica di qualche partecipante i simboli del “capitalismo” sono da distruggere. Ma cosi non la pensano le 30.000 persone che c’erano ieri a Izmir, le stesse persone condannano questo atto vandalico, per paura che possa diventare oggetto di strumentalizzazione. E infatti i media, gli stessi media che non hanno trasmesso alcuna notizia sugli scontri, hanno trasmesso solo la distruzione dello Starbucks e la violenza dei manifestanti. Non anche quella della polizia.

Alle due di notte, dopo ore di cori e di slogan urlati a squarciagola, arrivano le camionette della polizia. E nello stesso istante vedo migliaia di persone correre tutte in diverse direzioni. Tra la folla qualcuno urla i nomi di alcune scuole che aprono le porte ai manifestanti. Qualcuno cade. Quello che accade dopo sulle strade non lo vedo perché torno a casa. Ma seguo la rivoluzione in diretta dai commenti di Twitter. Alcuni cercano dottori, alcuni avvocati, altri aiuto, altri imprecano contro il gas, altri ancora chiedono l’intervento dei militari. Insomma, una guerra civile.

Quella che stiamo vivendo a polmoni aperti in Turchia non è dunque la “rivolta degli alberi di Taksim” come l’hanno definita alcuni media internazionali e italiani, poco attenti a tutti i fattori che ne hanno costituito le cause. Ci tengo a sottolineare “cause”, che ho utilizzato appositamente al plurale, per indicare la complessità di una serie di eventi concatenati che hanno determinato lo scoppio di una vera e propria rivolta sociale e culturale.

La protesta, che ha come epicentro Istanbul ma che si è velocemente diffusa a macchia d’olio in tutte i maggiori centri urbani turchi, non ha più a che vedere solo con l’ordinanza emanata dal governo tesa a distruggere il Gezi Park di Istanbul, seppure questo evento ne abbia costituito l’incipit, la cosiddetta “goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

L’ordinanza prevede la distruzione del parco Gezi e la ricostruzione in luogo della Taksim Military Barracks (Taksim Kışlası o Halil Paşa Topçu Kışlası), vecchio edificio di epoca ottomana che sorgeva proprio nel cuore del centro di Istanbul, piazza Taksim. L’edificio, costruito dal sultano Selim III nel 1806, venne trasformato successivamente nel primo stadio di Taksim (Taksim Stadium) nel 1921, per essere infine chiuso nel 1939, definitivamente demolito nel 1940 e rimpiazzato dall’attuale Gezi Park.

La ricostruzione dell’edificio sarebbe ottomana solo nelle facciate esterne, poiché la vecchia caserma militare risorta dalle ceneri dell’impero ospiterebbe invece un moderno centro commerciale.

Il parco Gezi, sulle cui ceneri sorgerebbe una “piccola area ricreativa nel cuore della città” (come il governatore di Istanbul ha definito in termini eufemistici il nuovo centro commerciale) è un piccolo rettangolo di erba e alberi appena a nord di Piazza Taksim, nel centro della Istanbul europea. Separato da barriere di cemento e da un cerchio di traffico particolarmente congestionato, non ha molto da offrire in termini di fascino paesaggistico, sebbene i suoi 606 alberi lo rendono uno spazio distinto, ultimo cuore verde di una metropoli in sempre più rapida via di sviluppo.

Analizzata in questi termini, non si spiega l’escalation di violenza e la climax di insofferenza che si è tramutata in vera e proprio rivoluzione sociale e politica, contro il partito al governo AKP (il partito per la giustizia e lo sviluppo) e in primis il suo capofila, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan.

Sociale perché auto-organizzata dagli stessi “vatandaslar” ossia i cittadini prima istanbulioti e poi turchi. Politica, perché la protesta si è trasformata da movimento pacifico anti-capitalista a vera e propria “guerriglia” nelle strade e nelle piazze. I protestanti chiedono all’unisono una sola cosa: le dimissioni del governo Erdogan e di tutto l’entourage AKP. Altro slogan urlato a squarciagola: “Tayyip istifa et! (Erdogan, dimettiti)”.

La domanda che sorge spontanea è: perché dopo 10 anni di ininterrotto governo Erdogan la situazione é sfociata in una rivolta di questo calibro?

La risposta non la troviamo solo all’interno dei fatti di Parco Gezi, ed è qui che la mia critica ai media si fa aspra. Citerò solo alcuni dei fatti recenti, i quali hanno contribuito all’esasperazione della società turca e al precipitare degli eventi.

Il 29 Maggio 2013, in occasione della celebrazione del 560° anniversario della conquista di Istanbul (che risale all’impero ottomano) è stata inaugurata la costruzione del terzo ponte sul Bosforo, questione controversa non solo per il bilancio costi/benefici/speculazioni dell’opera edilizia, ma soprattutto per il valore simbolico del nome con il quale è stato ribattezzato il ponte: “Yavuz Sultan Selim” (Sultano Selim il severo, noto per i massacri ai danni dei turchi aleviti in epoca ottomana). L’onomastico poco felice del ponte, ha causato un’orda di malcontento e fischi nei confronti di quello che è stato considerato uno dei tanti fattori che contribuiranno insieme all’islamizzazione di Istanbul.

E ancora, in nome dello sviluppo urbanistico, numerosi vecchi edifici sono stati distrutti indiscriminatamente. Uno di questi: la pasticceria Perla Dolci, uno dei punti di riferimento della moderna Beyoglu (nel centro di Istanbul). Inoltre, nel dicembre 2012 è stato chiuso lo storico cinema Emek, definitivamente demolito nel maggio 2013, e causa di violente proteste in occasione del 1 maggio a Istanbul.

E ancora, le restrizioni sulla vendita degli alcolici, l’ironia poco apprezzata del presidente quando afferma che la bevanda nazionale turca è l’Ayran (un mix di acqua e yogurt salato).

La pressoché nulla libertà di stampa e di informazione. Una delle ultime vittime l’intellettuale Sevan Nisanyan, scrittore di origini armene, condannato a 58 settimane di prigione il 22 Maggio per aver “insultato il credo religioso di una fetta della società”, e aver ironizzato sull’aver chiesto un contributo finanziario e politico ad Allah. Altra vittima, Omar Khayyam, il filosofo e poeta di origini iraniane, al quale è stata inflitta una pena di 10 mesi, per un commento su Twitter.

Accanto alla distruzione dei simboli storici della città in nome di un’urbanizzazione sfrenata all’insegna dei numerosi investimenti esteri nel Paese, accanto alle restrizioni di libertà di espressione, si colloca una politica internazionale ambigua e scellerata. Esempio lampante è costituito dai fatti di Reyhanli (nella provincia di Hatay, ai confini con la Siria), dove oltre 80 civili sono morti e 140 sono stati gravemente feriti in un attacco “terroristico” che è stato attribuito direttamente al regime siriano di Basar Al-Assad, ma che non è stato tutt’ora rivendicato.

Respirando l’insofferenza, la rabbia e le grida della gente che si sente tradita nel suo orgoglio, nei suoi simboli, nei suoi diritti e nelle sue libertà dal suo stesso governo, sono testimone di un evento di portata storica. Crescente la mobilitazione internazionale a New York, Bruxelles, Londra e nelle principali capitali europee. Le condanne di Amnesty International contro la brutalità della polizia. La condanna dell’Unione Europea.

La “moschea” e il “centro commerciale” sono diventati i nuovi simboli della politica turca. Un modello islamo-capitalista fondato sul ruolo preponderante della religione, e sull’esasperazione di uno sviluppo urbano ed economico che non è sostenibile né dall’ambiente né tanto meno dai suoi cittadini. I turchi nelle strade delle metropoli non accettano i nuovi modelli, ma rimangono fedeli ai vecchi ed unici simboli nei quali credono, quelli che non possono tradire perché sono eterni: la bandiera e Ataturk.

Stasera alle 19.00 un’altra manifestazione ad Izmir (“Izmir’de Gezi icin”: a Izmir, per Gezi), alla quale sono state invitate 6.700 persone. Ogni luogo è Taksim e la rivolta continua.

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