Sergio Ragone
Pop corn
3 Giugno Giu 2013 1440 03 giugno 2013

La grande bellezza, il racconto più intimo che è in noi

Del film, del suo profondo senso e della narrazione che fa di Roma credo se ne parlerà ancora per un po', perchè "La Grande Bellezza" oltre a far parlare di sè, è destinato ad aprire un nuovo capitolo nel racconto della città eterna, delle sue debolezze, dei vizi, delle virtù e della sua vita che corre e si insinua tra le notti ed i giorni.

Di quello che lascia il film è un attimo, giusto l'attimo in cui ci si riconosce nelle parole celate "sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura". Perchè è questo quello che colpisce chi, dotato di sensibilità e di interesse per le cose umane, vuole andare a fondo e cercare sé stesso in quello storybord.

E quindi il ritorno al proprio Io, un'analisi spietata e dura sul proprio "posto" nel mondo, su quanto di dignitoso e importante ha la propria vita e la dimensione in cui si vive o si è scelto di vivere. Perchè la grande bellezza, che è l'amore, ha il potere disarmante di lasciare senza parole, di renderci innocui, di far abbassare tutte le difese e aprirci gli occhi alle cose più picole, più vicine, che più ci assomigliano.

Che sia realmente questo quello che voleva raccontarci Sorrentino, o altro, poco importa. Conta quello che lascia questa pellicola, conta quello che fa uscire dopo aver scavato a fondo nel nostro più intimo. Perchè la sostanza delle cose non è l'opera d'arte ma l'arte in quanto tale, pura, intesa come gesto generatore dell'atto. Di quell'atto d'amore verso il mondo e la vita.

Forse in questo aveva ragione Carmelo Bene, quando nel salotto di Maurizio Costanzo urlò con tutta la sua forza il suo "basta di produrre capolavori, bisogna essere dei capolavori". Il racconto di Sorrentino ha, a mio modo di vedere, una profonda radice nella metrica e nella visione pasoliniana, quella che ci racconta la bellezza così:

L’occhio guarda, per questo è fondamentale. È l’unico che può accorgersi della bellezza. La visione può essere simmetrica lineare o parallela in perfetto affiancamento con l’orizzonte. Ma può essere anche asimmetrica, sghemba, capricciosa, non importa, perché la bellezza può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune. E dunque la bellezza si vede perché è viva e quindi reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla. Dipende da dove si svela. Ma che certe volte si sveli non c’è dubbio [...]. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l’ordito minimo della realtà. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio.

Visto in un cinema della periferia di Roma questo film ha indubbiamente un suo fascino ulteriore, ma quando ne esci fuori ha il potere di farti stare altrove, più vicino a te stesso, più bisognoso di amore e di purezza. Ed è in questo il capolavoro che non ha vinto a Cannes ma che lascia un segno. Dentro.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook