La Petite Mort
4 Giugno Giu 2013 2018 04 giugno 2013

Sherlock Holmes, meta-mito nella stagione della crisi

Abbassiamo le aspettative: in nessuna riga troverete l'affermazione “A Sherlock Holmes piace/non piace il pene”. L’omosessualità dell'investigatore nato da Conan Doyle rientrerebbe fra le diatribe più sterili nella storia della letteratura, se davvero ne esistessero di produttive. Holmes è un'equazione, uomo complesso e straordinario, la sua sessualità un semplice risultato. È gay? forse. O forse, più semplicemente, la domanda non si pone. Amore e attrazione non sono cose da tagliare con l’accetta, dove distinguere spigoli vivi e bordi affilati. Quello è il compito del ragionamento deduttivo e retroduttivo, il talento nel far discendere il particolare dal generale, per poi risalire dall'uomo a Dio. Un affare da Sherlock Holmes.

Il suo mito, la capacità di essere il punto focale di tanto immaginario, nasce proprio qui qui. Nell'idea irresistibile che, a una mente allenata, la realtà possa svelarsi come ragnatela di cui intuire la trama controluce, una cascata di frasi lasciate a metà ma destinate a farsi discorso, e che ogni enigma, persino il più atroce, possa trovare soluzione. Sherlock Holmes è tornato di moda, protagonista negli ultimi tre anni di due fortunati show televisivi anche grazie all'apripista di un'altra serie, cinematografica e survoltata, diretta da Guy Ritchie. Un tempismo quasi bizzaro che ha sollevato sospetti e accuse di plagio, tutti indifferenti rispetto all'unica verità fluorescente: Sherlock Holmes è nato per essere personaggio seriale, frutto di elaborazioni e riscritture, costruito nell'immaginazione di quattro romanzi a puntate, cinquantanove racconti e tre commedie teatrali, padre di svariate opere apocrife ed epigoni più o meno probabili. Di più. Holmes ha precorso e contribuito a fondare le modalità di fandom che distingueranno la grande serialità televisiva a partire da Star Trek e fino all'esplosione di Lost (ne ho scritto qui), con lettori tanto battaglieri da costringere Arthur Conan Doyle a far rinascere l'investigatore dopo una morte ingloriosa. Prima un prequel, poi la vera e riesumazione: è il 1901 e Conan Doyle è costretto a cedere, subissato di lettere dopo 8 anni di resistenza, dando vita al capolavoro Il mastino dei Baskerville.

Oggi Sherlock Holmes è cosa del ventunesimo secolo, entrambe le serie tv di cui è protagonista ne confermano l’adattabilità al contemporaneo. La sterzata è di Sherlock della BBC, dove Benedict Cumberbatch allunga per la prima volta le mani sullo smartphone anziché sulla piuma d’oca, illuminando di genio persino una chattata su WhatsApp. Poi, lo scorso settembre, è arrivato Elementary, produzione CBS che ha completato l'inversione: Holmes non vive più a Londra ma a New York, il fedele Watson è diventato la conturbante e confusa Lucy Liu, le donne sono belle e disponibili, magari infilzate su pali da lap dance, Moriarty è meno genio di quanto ci si aspetti, Google è sinonimo di ricerca e altri personaggi sono cancellati, assenti. Anche il nome, Elementary, deriva dal motto che oggi definisce metonimicamente Sherlock Holmes ma che in realtà nei romanzi non appare mai. Un gioco divertente e riuscito, che tuttavia perde qualcosa rispetto alla serie inglese. La fedeltà estrema nella produzione della BBC è questione di spirito più che di ripresa letterale: gli elementi chiave dei romanzi di Conan Doyle tornano anche se riletti, reinterpretati e persino rovesciati, ogni personaggio ricombinato in chiave quotidiana, ogni gag attualizzata al contesto tecnologico eppure lasciata intatta. Tutto è trasposto per stupire i fan più che per non tradirli.

Un rimbalzo faticoso e persino sterile per chi ignora le precedenti incarnazioni di Sherlock Holmes, che cristallizza tuttavia la sua natura meta-mito: c'è un piacere di secondo grado riservato allo spettatore preparato e documentato, che esplicita l'ordito di rimandi e citazioni del personaggio, il suo essere destinato a una moltitudine di testualità derivate e spurie, figura plastica eppure infinitamente malleabile.

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