Nel mirino
5 Giugno Giu 2013 1341 05 giugno 2013

Un'etica per la civiltà fotografica. Q & A a Smargiassi

Photo by Gianluca Panella - The Concordia Show

Ringrazio Michele Smargiassi il cui pensiero stimo particolarmente per avermi concesso questa intervista, per chi di voi non lo conoscesse, Michele è un'intellettuale acuto che scrive, fra le altre cose, molto di fotografia e ha un seguitissimo blog, Fotocrazia, su Repubblica.

AG: A tuo parere quando un fotografo diventa davvero un grande fotografo, quando possiamo definirlo un "maestro"?

MS: Si chiamano maestri le persone da cui si pensa di avere qualcosa da imparare. Dunque è il riconoscimento degli “allievi” che fa il maestro. Purtroppo il sistema dell’arte produce “maestrìe” artificiose e mediatiche, che il mio amico (e maestro) Edmondo Berselli chiamava ironicamente “venerati maestri”. Per gli storici della fotografia la categoria di “maestro” tende a congelarsi in un canone fisso, un Pantheon che sopporta poche inclusioni misurate e che viene accolto acriticamente e stancamente riproposto da una critica pigra. Ovviamente, in quel “canone” figurano molti autori che per me sono maestri davvero, ma sono i miei.

AG: Come possiamo salvarci dalla dittatura del consenso mediatico che spesso funziona da patente di qualità per la mediocrità?

MS: Dovremmo uscire da una storiografia della fotografia ricalcata sulle Vite del Vasari e ammettere che la fotografia è uno strumento dotato di una spiccata personalità, un “inconscio tecnologico” che relativizza la presunzione dell’autore. Dovremmo ricordarci, sempre, che la fotografia non è un attrezzo artistico ma una pratica sociale, un sistema per la produzione di immagini dagli usi e dalle finalità diversissime, e che tra queste l’utilizzo creativo è solo una porzione molto ristretta, anche se manifesta un certo spirito imperialista rispetto alle altre pratiche.

AG: Se un medico mi dice che devo prendere una tal medicina per il raffreddore tendo a crederci, perché lui dovrebbe saperne di più di me di farmaci; così se io o te consideriamo valido un certo fotografo, visto che ci occupiamo di fotografia e siamo considerati degli "esperti", potremmo portare le persone a pensare che ciò sia vero, che il nostro sia un parere autorevole e quindi da tenere in considerazione. Non credi che questo ci porti ad avere una certa responsabilità nell'orientare le persone che hanno meno conoscenza della materia nel riuscire poi a giudicare criticamente e a capire la fotografia, soprattutto ora che la fotografia è sempre più un linguaggio universale e pervasivo?

MS: Ma questo vale per qualsiasi mestiere intellettuale. So benissimo che, avendo io accesso ad alcuni media, quel che scrivo ha un potere. Ho chiamato Fotocrazia il mio blog proprio perché sia chiaro che quando si fa o si parla di fotografia sono sempre in gioco dei poteri. L’ambiente Internet consente per lo meno di sottoporre questo potere a un minimo, dico un minimo, di feedback e di critiche da parte dei lettori. E tuttavia anche questo minimo spaventa alcuni autonominati critici di testate online che censurano i commenti sgraditi. La voglia di conservare un potere autocratico è ancora forte nella comunità fotocritica/fotocratica...

AG: Nell'attribuzione di significato e valore ad un immagine o al percorso di un fotografo, quanta responsabilità vogliamo dare a chi l'immagine l'ha prodotta e quanto a chi la legge?

MS: Molta. Non sopporto l’atteggiamento spesso furbetto dell’autore laconico se non muto, dell’autore che sostiene che le proprie immagini parlano da sole, che ritiene di non avere alcun dovere di rendere conto al suo pubblico dei processi mentali e materiali che lo hanno condotto alla produzione di un’opera. Spesso questo atteggiamento copre solo un vuoto, la paura che si scopra che è un vuoto, e la speranza che qualcuno, un critico, un curatore, un prefatore di libro o di mostra, che in genere si trova sempre, ricopra quel vuoto con un bel manto di parole generiche.

AG: Roland Barthes diceva «La fotografia è unaria quando trasforma enfaticamente la "realtà" senza sdoppiarla, senza farla vacillare [...] Mapplethorpe fa passare i suoi primi piani di sessi dal pornografico all'erotico fotografando da molto vicino le maglie dello slip: la foto non è più unaria, dal momento che ora io mi interesso alla trama del tessuto». È tutto lì, dentro quella frase: "senza sdoppiarla, senza farla vacillare". Cosa ne pensi? quanta fotografia "unaria" siamo costretti a digerire giorno dopo giorno, come possiamo trasmettere a chi ci legge la capacità di interpretare le immagini, di saper discernere fra una buona fotografia e una che buona non è?

MS: Neanche a me interessano le fotografie che non mi destabilizzano almeno un po’. Vale per le fotografie d’autore, creative, espressive, così come per il fotogiornalismo o la fotografia mediatizzata e commerciale. Un intelligente blogger americano, Joel Colberg, ha sintetizzato un criterio limpido e fulminante per distinguere se una fotografia abbia il diritto di essere messa al mondo: “What is at stake?”, che cosa c’è in gioco, che cosa metti in gioco con questa immagine nuova? Se la risposta è nulla, abbiamo solo inquinamento visuale in più.

AG: In un tuo post parli del kitsch come del cattivo gusto che ha fatto carriera:

"E quindi è anche l’involontaria rivincita della cultura popolare sulla presunzione di universalità di quella colta (per Eco, è il correlativo immancabile dell’avanguardia artistica). È la catarsi del sublime che scivola su una buccia di banana, e cadendo mostra le mutande, ma per riderci sopra anche lei. Ed è anche la vendetta sull’incultura presuntuosa della cattiva pubblicità e del cattivo cinema e della “tivù deficiente”, che in queste fotografie si vedono riflesse come in uno specchio deformante, ma non possono fare a meno di riconoscersi.”

Sei d'accordo che alla stessa stregua esiste la fotografia deficiente, la cattiva fotografia?

MS: La vera fotografia deficiente è quella che si spaccia per pensosa senza esserlo, è la fotografia del “trova tu il senso di quello che ho fatto”, è la fotografia dove “non c’è niente in gioco”. Ma io non penso affatto che kitsch sia uguale a deficiente. Il kitsch esiste solo nella dimensione del gusto di massa, e quando si parla di gusto di massa bisogna usare metri di giudizio diversi da quelli che si usano per la fotografia consapevole degli autori. Nelle pratiche di massa sono in gioco fattori emotivi, relazionali, sociali che prescindono completamente dai criteri di valore estetici o intellettuali delle foto “d’arte”. Ammetto di essere affascinato dal kitsch fotografico sincero e involontario, ma per fortuna non sono l’unico.

AG: In un altro tuo post:

"L’inciviltà delle immagini già scricchiola sotto il peso di un paio di miliardi di fotografie prodotte ogni giorno. Non potremo mai consumare tutte le immagini che fabbrichiamo. Saremo travolti dal surplus iconogenico, dalle scorie dell’iperproduzione visuale. Affogati dai nostri doppi, soffocati dai duplicati del mondo. Ma davvero questa foto che sto scattando proprio ora è così unica, necessaria, è così indispensabile metterla al mondo?”

Potremmo parlare di una necessità di pensare prima di scattare, o per lo meno prima di "condividere", oltre che di parlare?

MS: Credo fermamente nella necessità di migliorare la cultura visuale diffusa del nostro paese (che non è poi messo peggio di altri). Ma non per riempire Facebook o Flickr di “belle foto”, artistiche, esteticamente corrette. Sarebbe una presunzione intellettuale. Quelle fotografie, come ho detto, hanno funzioni e valori, per chi le fa, che non sono giudicabili con metri estetici. Una migliore cultura visuale servirebbe però a rendere i fotografanti, cioè ormai chiunque, più consapevoli di cosa succede quando si prende la decisione di mettere al mondo un’immagine, quali effetti può avere, quali significati involontari o parassiti può assumere eccetera. Insomma, bisognerebbe insegnare ai nostri figli, allegri postatori compulsivi di fotografie nelle reti della condivisione Internet, non a rinunciare a comunicare con le fotografie, ma a “parlare” meglio la lingua che usano, nell’interesse stesso delle cose che a loro sta a cuore comunicare con le immagini.

AG: Altro tuo post:

“Di fronte a tutto questo, è evidente che continuare a pensare alla singola fotografia come a un oggetto semantico autonomo, compiuto in sé, dotato di un senso individuale, è un errore che rischia di non farci più capire nulla di quel che sono le fotografie oggi. La perdita di peso e spessore di senso della singola immagine, la migrazione da deposito di memoria a flusso continuo ed effimero di proiezioni del sé, da opera a performance, da contenuto a veicolo, la rinuncia alla selezione all’origine, la riduzione del tempo di visione, la fungibilità, la ri-mediabilità, l’intercambiabilità quasi assoluta di ogni immagine con infinite altre: ecco l’esperienza che facciamo ogni giorno delle fotografie che produciamo e scambiamo in Rete. Ma se queste sono per noi le fotografie che riempiono gran parte della nostra vita, è difficile pensare che lo stesso atteggiamento non si trasferisca anche alle fotografie che consumiamo come spettatori passivi, alle fotografie più “pesanti” e intenzionate che ci vengono sottoposte da soggetti pesanti, dai media, dalle istituzioni, dai poteri. Cioè le fotografie sulle quali continuiamo nonostante tutto a basare i nostri giudizi e a formarci le nostre opinioni e a prendere le nostre decisioni sul mondo, sulle persone, sulla politica, sulla vita. Costruire le nostre visioni del mondo su fotografie leggere, impermanenti, sottili, prive di contesto, ma alla cui “veridicità”, con schizofrenica disponibilità, continuiamo a credere, è un rischio reale, molto forte, per la convivenza, per la cultura, vorrei dire per la democrazia. Credo che sia davvero il caso di parlare di un ecosistema delle immagini in mutazione velocissima, che come tutti gli ecosistemi si espande fino a un punto critico oltre il quale rischia di implodere, se non ci sono regolatori. Ma quali saranno i regolatori nell’ecosistema dell’immagine? Come fronteggiamo i rischi, non inevitabili ma reali, dell’entropia del vedere? Se qualcuno voleva sapere cosa devono avere in più, oggi, le fotografie d’autore per non cadere nel magma delle foto immeditate dei cellulari, è questo: un punto interrogativo che non ci lasci riposare”.

A proposito della necessità di regolatori nell'ecosistema delle immagini, a proposito della necessità della fotografia di essere aperta, di porre domande, dov'è il punto interrogativo nelle immagini ad esempio di Martina Colombari esposte tempo fa da Forma? Non ci sono dei rischi ad avallare questo genere di cose? Se non facciamo qualcosa non rischiamo di arrivare a una totale anarchia dell'immagine? La fotografia isola un pezzo di mondo, dà un certo ordine ad una realtà caotica e sfuggente, afferma qualcosa con il suo solo esistere. Ovviamente tutte le fotografie possono essere interessanti da un certo punto di vista, ma non dovrebbe essere il compito di un operatore delle immagini definirle chiaramente, non essere ambiguo nell' asserire il proprio giudizio (non nell'imporlo, ovviamente, ma nel dichiararlo)? Quello che si mostra alla gente ogni giorno è politico, e le persone che scelgono cosa mostrare non possono non tenerne conto.

MS: Non vorrei riaprire una polemica che ha scatenato polemiche eccessivamente feroci, forse perché ha toccato tasti molto prosaici (perché quella là che non sa fotografare espone a Forma e io che mi faccio il mazzo da anni invece no?). Quello mi sembrò un curioso esperimento: cosa succede se metto in mano una fotocamera professionale a una non-professionista che però è una donna di immagine (come oggetto di immagine)? Come la userà? Ribalterà i paradigmi dello sguardo sulle donne? Li confermerà? Finirà per ripetere cliché di massa? Tenterà di imitare stili più “elevati” che qualcuno le ha mostrato? A quel punto il giudizio sulla qualità delle immagini esposte era solo una funzione dell’esperimento, che aveva altri scopi. Almeno così l’ho visto io. Può darsi che ci fossero altre intenzioni, più o meno evidenti, comprese quelle commerciali. Ma a me ha interessato per quel motivo. Più in generale, non sta scritto da nessuna parte che le gallerie d’arte fotografica non debbano proporre anche percorsi nella fotografia di massa. Con il Cifa di Bibbiena abbiamo fatto alcuni esperimenti interessanti, scovando “fotoamatori eccellenti” ovvero personalità diventate famose per altre cose, che fanno anche fotografie per hobby, per vedere se e come il loro successo influenza il loro modo di fotografare; incursioni un po’ folli in Flickr per capire come i meccanismi di quella comunità reagiscono quando vengono sollecitati a produrre una “mostra di qualità”, eccetera. Questo tipo di mostre piacciono poco al sistema dell’arte, lo capisco, perché non c’è nulla da vendere.

AG: ancora dal tuo blog:

“Chi segue con attenzione questo mio modesto blog sa come la penso: per me la fotografia è (ed è sempre stata) una pratica sociale, che nel tempo ha costruito un sistema vasto, una galassia antropologica dove la volontà d’arte è solo un piccolo sistema solare (per di più, ultimamente, sempre meno interessante e sempre più succube del mercato). A quelli come me la fotografia interessa indagarla tutta, anche nei suoi versanti più vernacolari o più trash”.


Certo sono d'accordo, ma gli occhi vedono e giudicano attraverso il bagaglio culturale del corpo-mente cui sono attaccati. Sempre a proposito dell'entropia del vedere e della necessità di regolatori, non dovremmo per lo meno alzare la bandiera quando il trash o il banale o il mediocre vogliono passare per altro? Non tutta la merda è merda d'artista…

MS: Credo di avere già risposto: il vero trash è proprio quello che vuole spacciarsi per arte, per autorialità, per profondità. Agli sforzi solipsistici, desolantemente vuoti e privi di fantasia di certi autori “emergenti” che annaspano sott’acqua preferisco di gran lunga gli album Facebook dei miei figli e dei loro amici che non vogliono “passare per altro”, e mi fanno capire molte più cose sulla cultura visuale della mia epoca.

L'immagine di Gianluca Panella è parte di un suo lavoro molto intelligente che si interroga sul narcisicmo fotografico, e il circo mediatico cha accompagna ormai inevitabilmente qualsiasi evento di pubblico interesse, potete vedere il progetto qui.

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