Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
7 Giugno Giu 2013 1607 07 giugno 2013

Palermo: Roberta Torre e l'insana mente di Re Riccardo

Quando il potere impazzisce, quando la politica si fa sempre più abietta o mostruosa - cronaca ormai quotidiana - di solito il teatro italiano reagisce mettendo in scena Macbeth o Riccardo III. Di certo i drammi di Shakespeare sono buoni manuali di filosofia politica: lo sostiene da tempo uno studioso come Krippendorf, che il Bardo, in fondo, fosse un raffinato politologo. Allora sorprende e stupisce il Riccardo III, bellissimo e intenso, che Roberta Torre ha messo in scena, in un secondo studio dopo il lavoro fatto nel marzo scorso, al Teatro Garibaldi Aperto di Palermo. Sorprende perché il lavoro è "solo" indirettamente politico. Ma ha, invece, la forza di un affondo amaro, commovente, sul tema della diversità e dell'identità. Come molti ricordano. Riccardo di Gloucester, quello che sarà re Riccardo d'Inghilterra, è nato "gobbo, storpio, deforme, spinto anzitempo al mondo". Insomma, una nascita prematura che ha compromesso visibilmente la struttura ossea, deformando la schiena, il braccio, il passo del pur invincibile condottiero (come ha dimostrato, recentemente, anche il ritrovamento dello scheletro del vero Riccardo). Alessandro Gassmann, in una recente edizione del testo shakespeariano, ha giocato sul "fuori misura" facendo del personaggio una sorta di gigante alla Frankestein. Ma la mostruosità - e la fascinazione del male che incarna - di Riccardo sono stati esplorati ed evocati sempre o quasi per narrare, appunto, la brutalità del potere e della politica. Diverso dunque l'afflato della Torre, che sembra disinteressarsi di questo aspetto, per concentrarsi, con uno splendido gruppo di interpreti, sulla difformità, sulla presunta diversità, sulla dialettica individuo-società.

Insanamente Riccardo III, infatti, nasce dall'incontro con alcuni "malati di mente": virgolette d'obbligo, e anzi mi si scuserà, spero, l'approssimazione, dal momento che lo spettacolo - e non solo - stanno a dimostrare quanto e come sia deviante una simile definizione. Dunque pazienti seguiti dalla Associazione Onlus StupendaMente, dopo un laboratorio, sono andati in scena assieme ad attori ed attrici professionisti. Qui non vi è, però, alcuna intenzione di teatro terapia (che poi il teatro faccia bene a chi lo fa, è assodato). Vi è uno spettacolo, cui tutti, senza distinzione, danno un contributo interpretativo notevole. Nel bellissimo spazio del Garibaldi, sempre estremamente suggestivo, Torre inverte la prospettiva di fruizione: pubblico stipato, assiepato all'inverosimile sul palco e nell'orchestra, e interpreti sparsi in platea e nei palchetti divelti del teatro. L'impatto visivo è con un mare di stracci, pezze, stoffe buttate anche su corpi sfranti, abbandonati. Lentamente, alla musica ossessiva e struggente eseguita live dall'ottimo Enrico Melozzi - che rielabora melodie conosciute o ne inventa all'impronta - quei corpi prendono vita, si impongono. Nei bei costumi di Dora Argento, fanno tornare alla mente la folla dei matti del Marat-Sade di Weiss realizzato da Peter Brook ormai mille anni fa: ma se quello del regista inglese era un attraversamento del teatro della crudeltà di Artaud, con Torre ci scontriamo con un "teatro dell'umanità", guasto di relitti umani disperatamente alla ricerca di un senso. Senso di sé, della vita, del proprio stare al mondo. Poco importa, in fondo: quando ti perdi, ti perdi e basta: per un amore andato male, per una incomprensione, per un fallimento, per un male. Non sai perché a un certo punto ti trovi "diverso da". E gli "altri" - l'eterno inferno con cui fare i conti - sono pronti e solerti nel ricordartelo, a stigmatizzare, a deridere, a prendere le distanze o a condannare. Allora meglio chiuderli, quei "poveri matti", meglio escluderli da tutto e tutti. Roberta Torre cerca di rompere questa distanza: così gli attori in scena sovente travalicano i limiti, corrono tra il pubblico, ci si buttano in mezzo, cercando sguardi e contatto. Ciascuno pretende di essere Riccardo III e implora conferma, consenso, negli occhi dello spettatore. Ma un re c'è, seduto fiero sul suo trono di legno: bistratta quella corte dei miracoli, irrompe nel suo monologo. Ed ecco che "l'inverno del nostro scontento" diventa l'amara considerazione, l'ammissione di chi si trova a vivere una vita non sua, non come avrebbe potuto, o dovuto essere. Negli stracci si consumano quelle grame esistenze, tra pillole, cure, e danze che sono scuotimenti feroci. Ma l'atto d'accusa finale, che ha il respiro collettivo di un gruppo che si stringe su se stesso e si fa forza, è tagliente: "Riccardo siamo tutti", dice finalmente un attore indicando il pubblico e esplicitando un sottotesto che gravitava, come una spada di Damocle, sin dall'inizio. Vale la pena, allora, nominare tutti i protagonisti di questo Insanamente Riccardo III: Rocco Castrocielo, Antonio "Fester" Nuccio, Bruno Di Chiara, Alberto Lanzafame, Maria Grazia Maltese, Giulia Santoro, Saloua Amidi, Ada Nisticò, Emanuele Di Pace, Gerardo Scalici, Giuseppe Beringieri, Paola Bonanno, Maria Capizzi, Davide Drago, Antonina Fragale, Giuditta Jesu, Francesco Lo Grasso, Giovanni Mendola, Annateresa Riggio, Renato Satta, Francesco Scibetta, Alessandro Valdesi.
Devo dire che lo spettacolo - per quanto miri chiaramente, e con successo, a scuotere le corde emotive dello spettatore - non mi ha commosso. Non è spuntata la lacrimona che vedevo in tanti occhi. A me, semmai, ha suscitato un sottile, continuo, imbarazzante fastidio, un disagio che si è amplificato quando (cretinamente) mi sono sorpreso a far il gioco di capire chi fosse "il matto" e chi no, e laddove azzardavo ipotesi mi coglievo sul fatto in barbari ragionamenti lombrosiani, poi sistematicamente smentiti. Ed è folgorante, dunque, non riuscire a distinguere gli uni dagli altri, professionisti e "non-attori", uniti e amalgamati nella compattezza sferzante dello spettacolo. La sapienza della regia di Roberta Torre riesce proprio in questo: non nel dare facile commozione, quanto, piuttosto, a mostrare come e ancora la mente di ciascuno di noi sia un fragile, misterioso, fardello.

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