Cavoletti di Bruxelles
8 Giugno Giu 2013 0829 08 giugno 2013

Obama temporeggia ma la Siria può attendere?

Il conflitto in Siria è iniziato da oltre due anni, il 15 marzo 2011 con dimostrazioni pubbliche che si sono diffuse a macchia di leopardo per svilupparsi in rivolte su scala nazionale. Sono, infine, sfociate in guerra civile nel 2012.

Secondo l'ultimo bilancio delle Nazioni Unite, oltre 90.000 persone sono state uccise dall'inizio del conflitto, tra le quali migliaia di donne e bambini, vittime innocenti di un conflitto sempre più violento.

Le proteste avevano l'obiettivo di spingere il presidente siriano, Bashar-al-Assad ad attuare le riforme necessarie per dare un'impronta democratico allo stato. Secondo il governo, invece, miravano a creare uno stato islamico radicale.

A distanza di due anni, la Siria è diventata il nodo gordiano della politica internazionale nel Vicino e Medio Oriente.

Costituisce l'epicentro di un possibile, anzi probabile, terremoto geopolitico, dove nessuno (soprattutto gli Stati Uniti) ha il diritto di sbagliare.

La volatilità del problema è tale che ogni giorno che passa diventa sempre più complesso e pericoloso.

Tre opzioni sono a disposizione dell'amministrazione americana: a) l'intervento militare da soli o con gli alleati (NATO oppure una "coalition of the willings"); b) la conferenza internazionale; c) le elezioni sotto l'egida delle Nazioni Unite e senza Assad, sapendo che entrambi potrebbero andare avanti all'infinito senza mettere fine al martirio del popolo siriano.

In pratica, la vera scelta è intervenire o non intervenire.

In ogni caso, una vittoria di Assad rappresenterebbe una grave sconfitta per l'Occidente, ma anche una vittoria di uno dei suoi avversari non sarebbe meno pericolosa dopo aver dissipato le illusioni di una "primavera democratica" e dopo che si è affermato il carattere brutale e violento delle forze "djihadistes"

L'Europa, intanto, preferisce, nascondersi dietro al non interventismo di Obama continuando a coltivare la speranza di una conferenza internazionale, già compromessa da Parigi che rifiuta la partecipazione dell'Iran.

Fornire le armi alle opposizioni sperando che cadano in "buone mani" costituisce per il momento una mera volontà evangelica senza alcun presupposto reale. Inoltre, sul piano degli armamenti, esistono almeno altri due importanti pericoli: quello di vedere le armi chimiche del regime cadere nelle mani di gruppi come Assad o Nusra vicini agli Hezbollah libanesi.

Non vi è dubbio che la questione debba essere fonte di preoccupazione per lo Stato maggiore sia degli Stati Uniti che di Israele e che tutte le opzioni debbano essere prese in considerazione, dato il pericolo mortale dell'uso, anche accidentale, di tali armi.

L'Arabia Saudita, il Qatar e l'Iran continuano a fornire armi e a finanziare il regime alawita in un contesto di sovrapposizione di musulmani arabi e non arabi, sunniti e sciiti con interessi convergenti per creare il caos e distruggere l'opposizione democratica. Questo microcosmo rivela le profonde divisioni religiose, ideologiche e politiche nel mondo islamico che non dispone di alcuna autorità suprema in grado di interpretare in maniera indiscussa la lettura del Corano e della Sharia.

In maniera analoga all'inizio della guerra civile spagnola, i conflitti che sarebbero dovuti rimanere confinati allo stato-nazione siriano è divenuto il crogiolo di tensione tra interessi geopolitici e valori ideologici importati.

Analizzando la situazione, in un suo articolo sul Time del 20 maggio (Intervention Will Only Make It Worse), Brzezinski teme che un'operazione degli Stati Uniti non possa fare altro che coalizzare le diverse fazioni in campo contro di essa e che, di conseguenza, il focolaio finisca per diffondersi anche in Giordania, Libano e Iraq. In questo caso, come dimostra il recente bombardamento, Israele non potrebbe restare inerte dando vita de facto ad un'allenza con gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita in conflitto diretto con l'Iran sciita e i suoi alleati Libano e Irak.

A questo punto, è plausibile pensare che l'Afghanistan e il Pakistan sarebbero risucchiati nella spirale, provocando, a loro volta, il coinvolgimento di Russia, India e Cina, clienti e fornitori energetici dell'Iran.

Secondo Brzezinski, qualunque sia il piano militare adottato, si finirebbe solo per peggiorare la situazione senza alcun beneficio per gli interessi strategici degli Stati Uniti.

Suggerisce, suindi, di cercare l'appoggio della Russia e della Cina per chiedere all'ONU di "sponsorizzare" le elezioni.

A questo punto, tuttavia, verrebbe lecito chiedersi: chi potrebbe impedire ad Assad di partecipare? Inoltre, e se venisse fuori una vittoria islamica o un caos del tipo iracheno, quali sarebbero i benefici per gli Stati Uniti?

Risulta comprensibile, pertanto, la cautela con la quale il presidente Obama abbia deciso di muoversi, facendo un uso prudente di quel "hard power" che il suo predecessore aveva utilizzato a dismisura, finendo per suscitare un diffuso sentimento anti-americano.

Tuttavia, ci sono momenti nella storia nei quali non agire comporta un grande rischio. In questo caso, l'inazione potrebbe mettere in pericolo l'equilibrio del mondo mediterraneo, Europa compresa, oltre alla negazione dell'assistenza per i popoli in pericolo.

L'angoscia di un possibile errore non deve oscurare il giudizio nel momento in cui vanno prese decisioni importanti. Diluire la decisione in una conferenza internazionale non sarebbe che una manovra dilatoria che rischierebbe di far pagare un prezzo enorme all'opposizione democratica e al popolo siriano, a beneficio di fazioni estreme che finirebbero per rafforzarsi, come successo in Tunisia, Libia ed Egitto.

Il tempo delle conferenze dovrebbe venire dopo per intraprendere un'opera di ricostruzione civile, sociale e politica.

Alessandro Magno tagliò il nodo gordiano con un colpo di spada. Obama sarà in grado di reggere la spada dell'America?

Si tratta di una scelta morale ma anche di Realpolitik.

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