Gaetano Farina
Leggere il mondo
9 Giugno Giu 2013 1007 09 giugno 2013

La mistificazione di massa

I grillini e, soprattutto, Beppe Grillo hanno lanciato quella che ormai si è configurata come una crociata contro il sistema mediatico mainstream. Certo, condivisibile per molti aspetti, se distinta da motivazioni di propaganda politica-elettorale, come può ammettere chiunque, anche chi lavora in importanti redazioni giornalistiche. Del resto, le falle del sistema massmediatico, controllato e manipolato da enormi poteri politici-economici, sono sempre più evidenti almeno in termini di obiettività e indipendenza dei messaggi trasmessi. Numerosi saggi si sono occupati, anche qui in Italia, di una questione così delicata che abbraccia direttamente la cultura di un intero paese, di un intero popolo; fra gli ultimi pubblicati, noi ne vogliamo segnalare due, della casa editrice universitaria Utet (www.utet.it) e del “laboratorio filosofico” Mimesis (www.mimesisedizioni.it).

Il manuale di Utet, in realtà, è uscito già da quasi un anno, ma merita una menzione. L’impegnativo “Sociologia delle Comunicazioni di Massa” (444 pagine per 31 euro), curato dal sociologo Renato Stella, si pone, infatti, l’ambizioso obiettivo di far apprendere e comprendere le grammatiche che stanno dietro i meccanismi con cui si produce l'informazione della stampa o dei tg; i meccanismi e le tecniche sui cui si regge la capacità persuasiva delle campagne pubblicitarie; i motivi e le strategie attraverso cui alcune persone che compaiono in televisione (o al cinema) diventano dei veri e propri modelli di comportamento per molte altre. Come testificato dalla vasta produzione saggistica, ormai esperto di qualsiasi linguaggio a rilevanza pubblica (specialmente di quello giornalistico), Renato Stella compie un lunga e faticosa esplorazione in questo suo nuovo libro per centrare gli obiettivi prefissati: dalle interpretazioni comportamentiste sui media studies degli anni Cinquanta fino agli approcci culturalisti contemporanei. Il lavoro del professor Stella funziona, quindi, pure come ricognizione storica delle teorie sui mezze di comunicazioni di massa e sulla società di massa, in generale. Passando per autori e sistemi di pensiero imprescindibili come Karl Mannheim, Charles Wright Mills, la Scuola di Francoforte e la critica all’industria culturale (Adorno e Horkheimer), Edward Shils e Daniel Bell, Edgar Morin, il funzionalismo di Lasswell, Merton, Lazarsfeld, la democratizzazione tecnica di Walter Benjamin, i “sistemi” di Marshall McLuhan. Naturalmente ampio spazio è lasciato al paradigma situazionista che, meglio di tutti, ha profetizzato e descritto la “spettacolarizzazione” di ogni attività umana come conseguenza del successo dell’ideologia consumistica (vedi anche gli scritti di Jean Baudrillard).
Tutta l’opera di Stella si basa, comunque, sui contributi lasciati e le ricerche effettuate dai maggiori studiosi della comunicazione: i capitoli 5 e 6, ad esempio, raccolgono, sintetizzano e sistematizzano tutti i risultati delle migliori ricerche empiriche sugli effetti del messaggio mediatico a breve e a lungo termine. Un lavoro molto complesso, ma, proprio per questo, esaustivo (se non definitivo), tanto che l’autore si è sentito in dovere, al termine di ogni (estenuante) capitolo, di offrire un quadro riassuntivo con parole chiave e una proposta di autoverifica, oltre alla corposa sezione bibliografica.
Un manuale destinato, pertanto, al circuito universitario, indispensabile per studiare approfonditamente le regole, le pratiche, le tecniche, i trucchi, le manipolazioni del sistema massmediatico, non solo italiano. Con un’ottima strumentazione didattica orientata allo studente, che si avvale di figure, schemi e attività pratiche in modo da tenere sempre viva l’attenzione del lettore.
Da segnalare che, acquistando il libro, si ha il diritto di accedere ad altre utili risorse disponibili su www.utetuniversita.it.

Altrettanto interessante – seppur con obiettivi differenti e con la predilezione per la riflessione filosofica rispetto a quella sociologica – è l’opera prima di Riccardo Motti dal titolo più che eloquente “La Mistificazione di Massa”, pubblicata, solo qualche settimana fa, da Mimesis. Come già si può intuire dal formato del volume, non si tratta di un manuale sulle comunicazioni di massa come quello di Stella, ma, anche per il linguaggio adottato, l’approdo naturale resta quello del circuito accademico; del resto, si tratta della rielaborazione della tesi con la quale lo stesso autore, emigrato a Berlino come tanti altri connazionali, si è laureato in filosofia presso l’Università degli Studi di Padova. In queste ricchissime pagine, viene elaborata una critica radicale all’estetica dell’industria culturale e massmediatica che trae ispirazione dalle teorizzazioni della celebre Scuola di Francoforte, e, in particolare, dalla dialettica negativa di Theodor W. Adorno cui anche il manuale di Renato Stella ha dovuto far riferimento. Del resto, negli ultimi dieci anni, qui in Italia, il pensiero e l’opera di Adorno sono tornati parecchio di moda, come testimoniano altri brillanti saggi che li considerano una delle principali chiavi interpretative del sistema culturale contemporaneo.
Il giovane Motti, pur aiutandosi con altri nuovi studi sul funzionamento dei mass media e non rinunciando certo al contributo situazionista, la fa sua sino ad attualizzare, con il suo saggio, il metodo dialettico negativo utilizzato anche dagli altri ricercatori della Scuola di Franforte, quale strumento concettuale necessario “per chiunque voglia osservare il vero volto del dominio”.
In una società che costringe ad apparire “divertenti”, “positivi”, “entusiasti”, “simpatici”, “brillanti” per non essere etichettati automaticamente come “perdenti” o sfigati”, Riccardo Motti (assieme ad Adorno) ha il coraggio di ammettere come ormai la tragicità del reale venga mistificata, perché la pubblicità e il consumismo hanno bisogno di persone che ricerchino a tutti i costi la felicità (materiale). Grave, e forse ancor più colpevole, è allora la complicità del sistema informativo che partecipa al consolidamento e alla legittimazione finale del modello consumistico e del primato dell’ “avere” sull’ “essere”.
A dispetto della giovane età, Motti indaga, allora, con grande maturità e lucidità, tutti gli inganni della “società dello spettacolo” contemporanea che contribuiscono al progressivo annientamento del pensiero critico: la religione del successo, la pubblicità come creazione del bisogno, la confusione fra realtà e reality, la soppressione del tragico, l’apparente felicità “regalata” dall’industria del divertimento, le ambiguità della protesta, il carattere ingannevole della carità, la commistione fra arte e commercio.
In questa analisi spietata e drammatica, ovviamente, oltre al pensiero di Adorno, della Scuola di Francoforte e al situazionismo, si prende in prestito l’eredità intellettuale anti-sistema lasciata da Antonio Gramsci, Jean Baudrillard, Luciano Gallino o George Ritzer.


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