Cosimo Pacciani
La City dei Tartari
10 Giugno Giu 2013 0952 10 giugno 2013

Due libri, un paese da raccontare

Oggi, una storia minima di due libri che tengo nella parte speciale della mia libreria, o quella che chiamo la ‘fucina del caos’. Libri di economia, poesia, letteratura, musica, e qualche numero isolato di Diabolik e riviste di Moshi Monsters lasciate da mia figlia maggiore. Un caos apparente, perché la diversità e la contaminazione sono la chiave del futuro. Od almeno è quello che penso quando non cerco un libro specifico, che, ogni tanto, impreco come mai non tenga tutti questi volumi ordinati almeno per soggetto.

I libri, nella foto, sono un’edizione del 1945 di Mornings in Florence di Ruskin e una guida di Palazzo Vecchio, una ristampa del 1972, stampata dalla Zecca di Stato, con eleganti fotografie in bianco e nero, di un libro del 1950 di Giulia Sinibaldi. Il primo comprato da un rigattiere in centro a Firenze, sulla bancarella di Sant’Ambrogio, il secondo in una svendita di un negozio di libri a Soho. Potrei dilungarmi su questa onnipresenza dell’arte e della bellezza italiana nel mondo, ma preferisco dilungarmi su un aspetto laterale.

Mornings in Florence, un ritratto gioioso, colto e rancoroso della Firenze della metà del XIX secolo, fu ristampato dopo la guerra per i soldati americani ed inglesi di stanza in Italia, perché il loro comando generale voleva che fossero educati ad apprezzare quello che vedevano attorno. L’edizione è semplice, spartana, con i nomi di un’edizione di New York e di una stamperia del centro di Firenze. Era quella città che io ho appena intravisto, degli stampatori, degli editori, delle presse e dei giornali che venivano sfornati in centro, allo stesso tempo delle brioches di Robiglio e del Forno Inglese.

Invece, la guida di Palazzo Vecchio, che fu stampata anche in italiano e francese, è un vademecum molto colto, corredato di piante e topografie, aneddoti e storie sui vari abitanti della ‘Casa dei Fiorentini’, per uso e consumo dei turisti del dopoguerra.
In tutti e due i casi, esisteva uno stato italiano o un quartier generale dell’esercito americano che comprendevano ancora i meccanismi di disseminazione della cultura, come primo spazio per ricreare la società, la bellezza attraverso la storia (anche quella feroce di Palazzo Vecchio, dove in ogni stanza o angolo qualcuno è stato accoltellato, incarcerato, o dove la politica dei secoli passati ha modificato anche la topografia e il contenuto delle stanze, come sapeva bene Leonardo da Vinci).

Ritrovo e rileggo questi libelli, nelle giornate del lancio di Inferno di Dan Brown, l’ennesimo polpettone storico/filosofico/ermeneutico, che stavolta è ambientato a Firenze. Gli americani che si peritano di raccontarci la nostra città o di usare questo proscenio per le loro elucubrazioni fantagoriche. Mi dicono che esista anche un videogioco che si chiama Assassin Creed, ambientato nella Firenze del XV secolo. La pubblicità è l’anima del commercio, penso. Il libro inizia dalle parti di Porta Romana e mi immagino quanti dei commercianti locali saranno lieti di vedersi invasi da americani con una copia di Inferno in mano ed un gelato nell’altra, guidati da qualche volenterosa guida con l’accento romano. Nulla da obiettare.

Rimane il dubbio, in fondo al cuore, ed a destra del mio comò, fra il Deserto dei Tartari, Il Barone Rampante e Esperienze Pastorali (il più grande libro di economia applicata mai scritto), su quali siano i meccanismi giusti, oggi, in questa epoca veloce e superfina (per non dire superficiale) per raccontare il paese, i posti che amiamo e di cui, gelosi amanti, non vorremo condividere le emozioni che ci suscitano ogni volta che li rivediamo.

Un discorso enorme, mai affrontato fino in fondo, sulla cultura, come assimilazione, indottrinamento o scoperta personale. Immagino i soldati americani, con gli occhiali tondi, che leggevano Firenze attraverso Ruskin, o le prime ragazze americane con abito a fiori e cappello di paglia, che indugiavano se salire o no sulla Torre di Arnolfo, per vedere la cella di Savonarola. Forse, anche Dan Brown e la sua epopea squalliduccia e furbetta, servono a questo scopo, a divulgare curiosità, anche se deviata. O, forse, il paese dovremmo tornare a raccontarlo noi, attraverso una bellezza che non sia solo dei luoghi, ma degli occhi e delle parole. La Zecca di Stato non pubblica più guide, un altro esempio di come quello che potrebbe essere il ‘petrolio dell’Italia’ sia sempre di più una risorsa in mano ad altri. Come una bellezza sempre più inutile, di contorno, quasi neocoloniale nell’atteggiamento.

Forse la rinascita del paese, la sua uscita dalla crisi sociale e morale, prima ancora che finanziaria, avverrà quando troveremo uno spazio nuovo per raccontare il paese, le sue aspirazioni e la sua bellezza come qualcosa di vivo e non di storico e di appartenente al passato, quando smetteremo di essere un museo ma torneremo ad essere un Paese. Non si salva Venezia fermando le navi da crociera, ma convincendo chi la visita che esiste una maniera migliore per godere della bellezza che dalla terrazza di un pedalo’ gigantesco.

"Dice che c'e' un nuovo libro che racconta di un americano che scende nelle fogne di Firenze per trovare il sacro Graal o qualcosa del genere. Piu' che americano, a me mi pare grullo..."

Un signore fiorentino per strada

SOUNDTRACK

Massimo Zamboni e Angela Baraldi - Sbrai

www.youtube.com/watch?v=qWatOyXcnQc‎Cached

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