Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
10 Giugno Giu 2013 0814 10 giugno 2013

Se Peter Brook scivola con Beckett

Adesso uno lo può stroncare Peter Brook? A pensarci bene, anche no, non avrebbe molto senso.

Ma Lo Spopolatore, presentato in prima mondiale dal Maestro al Napoli Teatro Festival merita qualche considerazione.

Quando sono arrivato in città, c’era già stato il debutto, e le voci giravano incontrollate: proteste, incazzature, e imbarazzo del Festival, che si è trovato di fronte al “fatto compiuto”. O meglio: incompiuto. Perché lo spettacolo, nonostante una lunga “residenza” napoletana della compagnia, altro non è che una lettura abborracciata del testo di Beckett. La stampa nazionale e internazionale ha già dato, giustamente, severi commenti; il pubblico non ha esitato a contestatare; gli operatori di settore hanno dichiarato perplessità.
In questo clima, certo non sereno, cosa è successo? Che prima della replica cui ho assistito, ossia l’ultima, l’attrice in scena – Miriam Goldschmidt – ha fatto una dichiarazione particolarmente fastidiosa. Ha detto più o meno, che c’eravamo sbagliati, che c’era stato un “fraintendimento”, avevamo tutti capito male: quello non era uno spettacolo, un testo imparato a memoria, ma una lettura. «Perché è Beckett che parla!» ha concluso ieratica la Goldschmidt, sbandierando il copione che teneva in mano. Dunque, se parla il Verbo, l’Autore, non serve altro. E scemi noi ad aspettarci uno spettacolo, una messa in scena, manco fosse un Goldoni qualunque.
Non paga, l’attrice ha cominciato, con insopportabile supponenza, a attaccare psicologicamente il pubblico, riprendendo con occhi di fuoco chi tossiva, protestando per il rumore (in effetti all’inizio eccessivo), interrompendosi ripetutamente, sempre perché «è Beckett che parla».
E dunque si è dedicata alla mesta lettura, in francese, intervallata dalle sinistre percussioni dal vivo di Francesco Agnello.
Ma - forse perché anche lei non si accontentava del fatto che «è Beckett che parla» - ha deciso di infarcire la lettura di caccolette, di mossette, di faccette, di un didascalismo elementare – ben lontano dalla nitida semplicità cui ci ha abituato il teatro di Brook. Addirittura, la Goldschmidt, certo non giovanissima, è arrivata a arrampicarsi su una delle tre scale che componevano l’astratta e minimale scenografia, regalando un momento-circo che ha avuto come unico esito quello di perdere il filo della lettura, facendo anche saltare il ritmo della traduzione simultanea proiettata.
Ma il clima era immutato: l’aggressione al pubblico. Fino al punto di invitare palesemente gli “scontenti”, gli annoiati o gli insoddisfatti a uscire, a andarsene, ad abbandonare la sala. E qui la Godschmidt ha addirittura dato una interpretazione “metateatrale” a Lo Spopolatore: il pubblico era libero di uscire, mentre lei – come fosse un personaggio beckettiano – era costretta a stare là, ingabbiata in scena. Avrebbe dovuto farci riflettere, questa cosa?
Come qualcuno ricorderà, Lo Spopolatore è un breve, incisivo e allucinato racconto in cui Beckett immagina una sorta di girone infernale, un cilindro di gomma all’interno del quale sono chiusi corpi. Imprigionati, condannati a rispettare regole inutili: un inferno senza vie d’uscita.
Dunque, se questa era la lettura di Brook al testo, la metafora “inferno uguale teatro”, ben poca cosa.
Lui, il maestro, era seduto in platea, imperturbabile con quel suo sereno volto di canuto venerando. Insomma, qualcosa non torna. E Lo Spopolatore verrà archiviato, e in fretta si spera, come un passo falso. Capita, per carità, di sbagliare uno spettacolo, ma viene da chiedersi se l’abbia davvero firmato lui, il megabrook, questo lavoro, o uno dei suoi assitenti e fidati collaboratori. Di fatto, Lo Spopolatore ha scontentato tutti: a giudicare dalle scomposte reazioni della Goldschmidt, anche chi l’ha allestito e interpretato. Con buona pace di Beckett che, se pure ha parlato, non ha avuto diritto di replica.

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