Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
11 Giugno Giu 2013 1209 11 giugno 2013

Antonio e Cleopatra scolpiti nel marmo

Una delle grandi dicotomie interne al teatro di Shakespeare è quella tra amore e potere. Una dicotomia fatta di sottili sfumature, di intrecci continui, di un oscillare costante nella ricerca impossibile di un equilibrio. L’amore significa affidabilità, fiducia, disponibilità, solidarietà, comprensione, disinteresse (in breve: umanità). Il potere è l’opposto: rango, ordine, onore, gloria, individualismo, autorità. E la politica, secondo Shakespeare, necessiterebbe proprio di quell’equilibrio, ovvero di un fondamento morale per essere “autorevole”: l’Altruismo è la misura di un governo legittimo e di una azione morale fondata sull’ordine cosmico, unione di amore e potere. Mai quanto nei drammi storici, Shakespeare ha affrontato la spinosa (e attuale) questione. E mai come in Antonio e Cleopatra si avverte, vibrante, lo scontro, la dialettica tra onore e amore. È un’opera di rara bellezza, per quanto decisamente prolissa, che si vede poco sulle scene italiane (per quel che mi riguarda, ricordo una bellissima edizione firmata da Ninni Bruschetta nel 2001, più recente la riscrittura di Roberto Cavosi per Anna Maria Guarnieri e Luciano Virgilio): merito dunque a Luca De Fusco di averla tirata fuori dal cassetto e riproposta in una rutilante edizione al Napoli Teatro Festival.
La vicenda, si sa (non foss’altro per il celebre film), è quella della “puttana egiziana”, la regina Cleopatra, alle prese con il suo ennesimo amore. Stratega o lussuriosa, innamorata o cinicamente determinata a portarsi a letto tutti gli imperatori di passaggio pur di salvare il regno, Cleopatra è figura leggendaria. Donna complessa, insomma, di cui Shakespeare fa un ritratto a tinte decisamente forti. Di fronte a lei, Antonio è sperso: incantato, resta là a farsi sedurre, incapace di scuotersi di reagire – se non per far, sempre di nuovo, colpo su di lei. Intanto si giocano le sorti dell’Impero romano: il triumvirato vacilla; il nuovo Cesare, Ottaviano, è determinato a prendere il potere assoluto. Invece Antonio sta là, ad Alessandria, tra festini e amplessi, mentre a Roma si fanno le strategie.
Ogni riferimento a fatti o persone d’oggi è, nel caso, del tutto assente – e giustamente – perché qui il discorso è diverso, e ben più delicato e ampio di una storiella da olgettine. Il nodo, semmai, è capire a cosa rinunciare per amore; o se rinunciare all’amore per il potere. E come trovare quell’unione, quell’ordine cosmico che possa consentire la legittimità del potere, o semplicemente la serenità della vita. Di fatto, la questione tocca tutti e due i protagonisti della tragedia: anche Cleopatra, donna e regina, ha in ballo la sua corona.
De Fusco, dunque, affronta la tragedia collocandola in una monumentalità fredda e astratta, distante. Il lavoro ne esce come vivisezionato, come “mostrato” in un dilatato affresco marmoreo, assolutamente algido, lontano, privato delle passioni, in cui l’amore è solo o quasi retorica, calcolo, parola vuota, spogliata di senso e spesso pure di sesso.
La regia gioca su piani verticali, sfruttando appieno la scenografia di Maurizio Balò, una imponente struttura piramidale costruita di teche che contengono teschi: un monumento alla morte, dunque, un altare innalzato al destino ineluttabile dei due protagonisti. Poi, rinverdendo una formula che ha avuto particolare successo con Antigone, il suo precedente lavoro, De Fusco applica telecamere ovunque, che riprendono e amplificano in diretta i volti, gli occhi, le bocche, le mani. Infine, utilizzando lo schermo-velatino, usa anche videoproiezioni che suggeriscono, alludono, evocano.
Si tratta, si sarà capito, di un moltiplicarsi di segni che in alcune soluzioni sceniche è funzionale mentre in altre diventa ridondante e didascalico. Lo spettacolo, con questa chiave di lettura, tiene piuttosto bene per tutta la prima parte, ma funziona meno nel secondo atto e nel lungo finale quando, complice una certa pesantezza del dramma stesso – con tutti quei suicidi annunciati, dilazionati, eseguiti, commentati – tutto si fa più faticoso se privato, com’è, da un guizzo d’amore. Del potere non resta che la forma, sembra dire questo lavoro, o la violenza, e per le passioni non c’è più spazio. Nemmeno laddove si avvicina la morte, e il rigore monumentale potrebbe sfaldarsi per un calore più vero. Tant’è che la regina non esita a giocare la carta della seduzione anche con il vittorioso Ottaviano, in un ultimo disperato tentativo di salvar se stessa e il regno.
Sostengono molto bene l’approccio registico gli attori, immortalati dai costumi stentorei di Zaira de Vincentiis. A partire da Luca Lazzareschi, che affronta Antonio evocando assieme, perché no, Carmelo Bene (per certe allucinate e folli digressioni evidenziate dai primi piani video) e l’eleganza di un giovane Vittorio Gassman. Cleopatra è Gaia Aprea, attrice di notevole qualità: qui la sua naturale bellezza dà alla regina d’Egitto forme sinuose e seduttive, che si impastano con la voce roca, strozzata, a tratti animale per un personaggio estremamente ambiguo, imprendibile, indecifrabile. Da citare, nel nutrito cast, almeno Giacinto Palmarini, Stefano Ferraro, Alfonso Postiglione, Gabriele Saurio e Federica Sandrini.
Si avverte, al debutto, il bisogno di un ripensamento sulla seconda parte che, si è detto, suona meno incisiva e risolta della prima: magari anche accorciando qua e là o togliendo qualche video di troppo (come un insopportabile, e francamente inutile, balletto-battaglia).
Ma in fondo, una volta lasciato al giovane Cesare il governo del mondo, che storia racconta questo Antonio e Cleopatra? Al di là di quei rimandi al potere sul mondo, cosa resta? La fine di una coppia: lui innamorato e lei no, lei innamorata e lui no.
E lo spettacolo, proprio per il suo essere solenne come un bassorilievo e freddo come un tavolo d’obitorio, sbatte in faccia allo spettatore il gelo imbarazzante di tanti, troppi, fallimenti d’amore. Mette sul tavolo autoptico quel sottile e indistruttibile strato di ghiaccio che cala inesorabile: e non importa essere re o regine, imperatori o principesse. Alla fine non resta che il vuoto...

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