Ragazzi europei in un’Europa giovane o vecchia?
12 Giugno Giu 2013 0721 12 giugno 2013

Hannah Arendt o non toglietemi un capro espiatorio

È piacevole notare come i miei primi pensieri riguardo il film di Margarethe Von Trotta su Hannah Arendt, che nelle due ore di pellicola viene numerose volte definita “una donna insensibile e presuntuosa”, siano così romantici: mentre spio la sua vita privata, nel miscuglio di determinazione e dolcezza che la caratterizzano, mi rendo conto di come il proprio compagno o la propria compagna, possano effettivamente migliorare la qualità della nostra vita.


Un buon partner non ci salva dalle difficoltà, come non diminuisce il numero delle sigarette fumate da Hannah, ma volendoci vicino e allo stesso tempo affascinanti, quindi capaci di esprimere nel nostro lavoro le nostre qualità intrinseche, alimenta una nuova forza interiore.
Pensando al caso di Hannah, lei è profondamente convinta di essere nel giusto, ma ciò nonostante, non avrebbe potuto restare da sola nella sua convinzione a lungo, se non al prezzo di allontanarsi dalla realtà. Anche dio comunicava il suo sapere: è indispensabile potersi avvicinare agli altri. Altrimenti diventa difficile stabilire il limite tra essere soli ed essere matti, l’incomunicabilità diventa la prigione stessa capace di condurci alla pazzia.
Deve esserci qualcuno che riesce a vederci per quello che noi crediamo di essere, qualcuno che ci conosce e crede in noi anche al di là dell’idea in discussione. Dobbiamo dare valore alle persone cui permettiamo di esserci vicino, perché ci rispecchieremo in loro, ne avremo bisogno. Hannah, ha una stima totale del suo compagno, che per quanto possibile, l’ha conosciuta nella sua interezza, vedendone anche la fragilità. È una bellissima scena del film quella in cui i due coniugi, nel salotto di casa loro, si avvicinano ancora di più l’un l’altro, grazie ad un’intima chiacchierata in cui Hannah ricorda la tragicità di alcuni momenti del periodo di internamento, quando stava per perdere la speranza e il coraggio sembrava abbandonarla.
È poco tempo dopo questo intenso dialogo, di cui bisogna rimarcare gli sguardi tra i due attori, che Hannah parte per Israele, per seguire il processo contro Eichmann. Il libro che ne deriverà, inizialmente pubblicato in articoli sul The New Yorker (1961), è una continuazione del suo lavoro sui totalitarismi, Le Origini del Totalitarismo (1951), ma con un nuovo approccio, dall’astratto alla realtà di un uomo: Adolf Eichmann. Hannah, in quegli articoli, descrive una persona che non corrisponde all’incarnazione del male, non è satana in persona, è un uomo normale, un burocrate che cercava di essere efficiente nella sua mansione, cioè implementare l’operazione finale. Da qui il titolo del libro che ne deriva: La banalità del male. Hannah, seppur ebrea con una storia da internata alle spalle, è criticata con durezza, addirittura minacciata da alcuni sionisti: da un lato perché sembra voler deresponsabilizzare il mostro umano colpevole e dall’altro per aver affermato la cooperazione di alcuni capi ebraici con i nazisti.
Per tutta la vita è stata criticata, ma Heinrich le è sempre stato vicino: sia quando le lettere di dolore e insulti arrivavano incessantemente, sia quando amici ebrei di una vita si allontanano da loro. Lui l’ha l’appoggiata prima, durante e dopo la pubblicazione degli articoli riguardo il processo Eichamnn.
Hannah si occuperà per tutta la vita dello studio del male, per capire le sue forme e le sue manifestazioni. Il periodo nazista sembra davvero non lasciare mai chi l’ha vissuto, è uno spettro impossibile da dimenticare: il male radicale che si manifesta quando l’uomo è inestricabilmente accompagnato da una sensazione di inutilità esistenziale, cui sembra non poterci essere via d’uscita.
Raramente la verità è dolce, come la vita non è mai composta di solo bene. E se per una volta il mondo è d’accordo nel condannare i nazisti, e la rabbia sembra prendere una forma condivisa e concreta avendo dei colpevoli su cui poter puntare il dito tutti assieme, una studiosa che cerca la verità potrebbe ostacolare questo processo. Hannah priva un popolo ferito e un mondo impaurito di un importante capro espiatorio, rendendo una realtà, già nella sua semplificazione difficile da accettare, troppo spaventevole e pesante per essere affrontata tenendo conto delle questioni di fondo che i suoi studi portano a sollevare. Eliminando Eichmann abbiamo davvero risolto il problema? Se Eichmann è un uomo normale, il problema del nazismo non riguarda i nazisti come popolo, ma la razza umana in generale?

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