Ginevra Visconti
Argentina agrodolce
14 Giugno Giu 2013 2246 14 giugno 2013

Cronaca di un incidente (ferroviario) annunciato

Speravo di non dover più scrivere facendo riferimento a incidenti ferroviari in Argentina, e invece la realtà costringe a farlo perché il fatto che qui i treni si schiantino con una certa regolarità è un tema di cronaca oramai ricorrente e una questione tutt’oggi irrisolta, che indubbiamente richiama l’attenzione.

Ieri mattina alle sette un altro scontro tra due treni ha provocato altri tre morti e 315 feriti nella stazione di Castelar, nella provincia di Buenos Aires, su quella stessa linea ferroviaria (la Sarmiento) sulla quale, poco più di un anno fa, si è consumata una delle tragedie ferroviarie più drammatiche della storia del paese, quella della stazione di Once. I freni non hanno funzionato, esattamente come allora.

Quella tragedia, costata la vita a 51 persone e a molti feriti permanenti, aveva già messo a nudo un sistema ferroviario non adeguato, o per essere precisi, del tutto inaccettabile. Le condizioni dei treni su cui ogni giorno viaggiano nell’area metropolitana di Buenos Aires milioni di persone, sono al limite della dignità, seppur il governo continui a dichiarare di dedicarvi importanti risorse umane ed economiche.

La verità è che sui treni argentini si viaggia come animali, e lo spiega bene, nelle cause e negli effetti, la giornalista argentina Graciela Mochowsky, nel suo libro “Once, viajar y morir como animales”, pubblicato da Planeta lo scorso Luglio. L’investigazione, oltre a una dettagliata ricerca sulle condizioni non idonee delle locomotive (vecchie, senza freni nè ammortizzatori, riparate con fil di ferro, che viaggiano su binari pericolosi), comprende le agghiaccianti testimonianze dei passeggeri, (costretti a viaggiare come “mucche da macello”) che si trovavano sulla linea Sarmiento quel non lontano 22 Febbraio del 2012. L’analisi arriva alla triste conclusione che la situazione è lo specchio di un dramma quotidiano, di un sistema corrotto, cinico e perverso, di una logica capitalistica terzomondista, che tornerà a uccidere dopo un mese, una settimana, un giorno. E così è stato.

Erano circa le sette di sera, ieri, quando ho attraversato il passaggio a livello per tornare a casa. Due minuti prima era passato uno di quegli sgarrupati treni TBA bianchi e blu (su cui confesso non essere mai più salita dopo aver letto il libro), che dalla Capital tante volte mi hanno portata fino a Retiro o alla vicina e deliziosa San Isidro e che nella loro provvisorietà un tempo mi suscitavano una certa simpatia.

Faceva caldo come in piena estate ieri sera a Buenos Aires, i finestrini del treno erano aperti, la gente affacciata, chi fumando, chi contemplando la serata limpida e temperata, alcuni ignari, altri forse consapevoli che l’incidente di quella mattina era da tempo già stato annunciato, non solo nel libro della Mochowsky, se non in quella mentalità precaria e pericolosa che pensa che “está todo bien”, e invece “está todo mal”. Questo ennesimo incidente ne è una triste conferma.

Foto: Telám

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