Città invisibili
14 Giugno Giu 2013 1237 14 giugno 2013

Erbil colpita dalla “Dubai syndrome”

Ad Erbil la storia è di casa. La capitale del Kurdistan iracheno è una delle città più antiche del mondo. La Cittadella che domina dall’alto il centro urbano in rapido sviluppo ha resistito all’avvicendarsi di Sumeri, Assiri, Babilonesi, Sassanidi, Romani, Abbasidi e Ottomani. Assedi e battaglie l’hanno colpita, ma non rasa al suolo. Però il pericolo non è scampato del tutto. Ad insidiarla, ora, ci sono uno sviluppo troppo veloce e il cemento selvaggio. In pochi anni la città ha quasi raddoppiato la propria popolazione. E si sono moltiplicati i nuovi edifici, le nuove urbanistiche. Hotel di lusso e mall. Diversi nuovi quartieri residenziali, gli Italian Village o American Village. A differenza di Bagdad, qui da mesi sono stati rimossi i muri di cemento armato posti a protezione dei Ministeri, delle sedi di partito e dei giornali. Tutto o quasi è un cantiere. A partire proprio dalla Cittadella. Dove l’intrico di vie strette, case affastellate, moschee e amman non è soltanto Storia, ma anche presente, luogo abitato. Dal 2007 un accordo tra la locale Alta Commissione per la Cittadella e l’Unesco ha avviato un progetto di ristrutturazione della fortezza da 35 milioni di dollari che dovrebbe condurre all’’inserimento del sito tra i patrimoni dell’umanità. Per rendere possibili i lavori i residenti sono stati evacuati. Compensati con case e piccoli lotti a una decina di chilometri dalla città.
Il turismo, se non di massa certamente di grandi flussi, almeno dall’Iran e dalla Turchia, ha fornito un impulso importante a questo sviluppo, non soltanto urbano. Non per niente nel 2011 sia il National Geographic che il New York Times hanno inserito Erbil tra le “top travel destination”. Ma il turismo è solo un tassello di un più articolato programma. La Regione autonoma aspira a diventare l’hub economico di tutto il Medio Oriente. Almeno per quanto riguarda gli affari Erbil gode di una assoluta indipendenza. La capitale insomma si presenta a tutti gli effetti la porta d’ingresso a chiunque voglia investire in una zona, nella quale al contrario le frizioni non mancano.
Come sempre accade quando la frenesia dello sviluppo è priva del necessario ragionamento, il rischio è quello che il passato sia messo in un angolo. Che la “Dubai syndrome” cancelli quel che è stata finora la connotazione della città. Qualcuno lo chiama progresso.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook