Diego Corrado
Avenida Brasil
14 Giugno Giu 2013 0908 14 giugno 2013

Il Brasile in fiamme per i rincari dell’autobus

Mentre il mondo segue con giusta apprensione l’evoluzione dei fatti in piazza Taksim, a Istanbul, principale metropoli di una Turchia che negli ultimi anni ha fatto parlare di sé per la impetuosa crescita del benessere, un’altra area del globo – anch’essa recentemente agli onori delle cronache per le ottime performance economiche – è attraversata da crescenti tensioni, scontri e incidenti, che sono il sintomo di un malessere più profondo.

È il Brasile, gioiello dei BRIC, che vede moltitudini di suoi cittadini, prevalentemente giovani e studenti, protestare nel centro di San Paolo e Rio de Janeiro contro i forti rincari delle tariffe del trasporto urbano (da 3 a 3,20 reais, nella capitale paulista).
In effetti, la stella del paese verde oro, che ha brillato a lungo negli ultimi vent’anni, catapultando il Brasile al sesto posto nella classifica delle maggiori economie del pianeta, appare un po’ offuscata.
La crescita del PIL, che fino al 2011 aveva fatto registrare una media intorno al 4%, nel 2012 si è bruscamente arrestata, 0,9% il magro consuntivo.

Se è vero che parallelamente l’occupazione toccava livelli record (la disoccupazione misurata lo scorso dicembre segnava il 4,6%, il minimo storico assoluto), quello che continua a preoccupare le autorità di politica economica è l’inflazione, da diversi anni vicina al 6,5%, limite superiore del margine di oscillazione da tempo fissato dal Banco Central. Se a inizio anno le stime per il 2013 preannunciavano una ripresa abbastanza decisa, un primo semestre deludente ha fatto rivedere le previsioni di crescita al ribasso per ben tre volte nel giro di pochi mesi, da ultimo al 2,77%.

Più in generale, il modello di crescita degli ultimi anni, basato sul circolo virtuoso tra credito abbondante, accesso al consumo delle classi popolari e aumento dell’occupazione appare al capolinea.
Il governo di Dilma Rousseff sembra essersi reso conto che l’effetto positivo derivante dall’inclusione di milioni di persone nella forza lavoro è finito, la domanda di beni di consumo di queste fasce della popolazione non può, più da sola, sostenere la crescita. Che sia dunque necessario finalmente spostare la domanda dal consumo agli investimenti, per aumentare la produttività dell’industria e sopperire alle carenze infrastrutturali che frenano l’economia.
Ciò non sarà indolore per le fasce della popolazione principali beneficiarie dello sviluppo, quei quasi 40 milioni di persone uscite dalla povertà negli ultimi dieci anni, e che ora iniziano a temere di perdere quanto conquistato così a fatica.

Questa è la cornice degli scontri che registrano una crescente violenza, soprattutto a San Paolo, dove ieri – il giorno più duro dagli inizi della protesta – i manifestanti sono stati attaccati dalle truppe anti-sommossa: oltre 100 feriti, 237 arrestati, gas lacrimogeni e pallottole di gomma da tutti i lati, il bilancio della giornata. A Rio de Janeiro i manifestanti si sono limitati a bloccare Avenida Rio Branco, una delle principali arterie del centro città. Proteste pacifiche si sono svolte a Porto Alegre e Maceiò.

L’aumento delle tariffe era annunciato da mesi, in realtà rinviato per non gravare ulteriormente su un’inflazione già in risalita. È evidentemente solo il pretesto, la valvola di sfogo di un malcontento di chi vede a rischio il sogno a lungo cullato di una vita migliore. Il pericolo è che gli scontri riacutizzino la spaccatura sociale che è una delle piaghe secolari del Brasile, da un lato le classi popolari a protestare contro gli aumenti, dall’altro la classe media a chiedere il pugno di ferro contro disordini e atti di vandalismo.
Mentre anche le economie di Cina e India rallentano la corsa degli ultimi anni, il mondo si interroga sui futuri equilibri economici.

(nella foto, truppe antisommossa schierate in Avenida Paulista a San Paolo)

@diegocorrado

Diego Corrado è autore di BRASILE SENZA MASCHERE. POLITICA, ECONOMIA, SOCIETA' FUORI DAI LUOGHI COMUNI, Università Bocconi Editore (qui indice e prefazione, qui pagina Facebook del libro).

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