Kodeuropa
16 Giugno Giu 2013 1947 16 giugno 2013

Europa casa di vetro?

Quando si parla di rapporti tra Italia ed Europa, non viene mai in mente qualcosa di davvero positivo. Forse solo ai funzionari europei, che però hanno un bias culturale forte, dato che a Bruxelles vivono, spadroneggiano e (in parte) prosperano. Mi spiego, per evitare di rendere questo post l’ennesima tiritera su quanto l’Europa ci renda fratelli, ci abbia salvato dalle guerre del Novecento, ci dia stabilità et cetera et similia. La triste verità è che c’è un canale interrotto di comunicazione tra Roma e Bruxelles, una vera e propria mancanza di presa sul grande pubblico. Ma dato che il mercato dell’informazione (da cui consegue una certa consapevolezza politica) è, appunto, un “mercato”, la domanda che sorge spontanea è: chi sono gli attori in gioco? E perché ad un’offerta (di cui si parlerà in seguito) abbondante e stimolante non corrisponde una domanda altrettanto attiva? E’ colpa del pubblico o di chi gestisce l’offerta? E’ possibile elaborare una strategia di marketing dell’Europa, con meno numeri, meno orizzonti, agende, libri (bianchi, verdi), comunicazioni, direttive, proposte, piani diversi e tutti dettagliatissimi ma con un’unica “idea”?

E’ un post complesso, metto in guardia: comunicare l’Europa è difficile, lo sanno tutti dal 1957. Hanno provato di recente a spiegare come l’Europa cerca di comunicare in Italia Lucia d’Ambrosi e Andrea Maresi, la prima Ricercatrice all’Università di Macerata e il secondo Responsabile media del Parlamento europeo in Italia. Risultato? Un libro in cui vengono raccolte le opinioni e le esperienze di tanti personaggi legati alle istituzioni europee o all’informazione italiana, o a entrambe. Senza volermi addentrare nei dettagli, rimando ad una bella recensione su Affarinternazionali con ulteriori ricchi spunti.

Quello che mi importa sottolineare, qui, è un impedimento strutturale per molti che lavorano con l’Europa e cercano di portarla in Italia con le loro sole forze, traducendo, tagliuzzando comunicati, rimpinguando i deboli e scarni fogli degli uffici stampa con visioni, commenti, approfondimenti. L’impedimento sta proprio nel codice comunicativo che regola il mezzo di informazione, in Italia in particolare ma anche all’estero (in forme talvolta estreme, come in Inghilterra). Ovvero, il circolo vizioso che si instaura tra la necessità di fornire informazioni interessanti ma utili, la ricettività del pubblico e la complessità della politica europea. Quest’ultima, in realtà, è più una facile via di fuga in molte discussioni che un reale problema. Sorge quindi spontanea la domanda su quale possa essere il giusto bilanciamento tra questi tre fattori per riuscire a rendere “appetibili” le conclusioni di un Consiglio europeo, interessanti le minuzie dell’Agenda digitale o addirittura entusiasmanti gli haiku di Van Rompuy.

Ci prova da Bruxelles EuNews, sito di informazione europea fatto da giornalisti (e non) italiani a Bruxelles per altri italiani. Con l’intento di informare sull’Europa con occhio europeo, ma non eccessivamente europeista (uno dei rischi più alti quando si scrive di Europa, assieme al suo contrario, l’euroscetticismo): si parla di politiche, ma anche di curiosità e trivia sull'Europa. I tentativi, quindi, non mancano, dal sito dell'Ufficio informazione del Parlamento Europeo in Italia, di stanza a Milano, alla sezione italiana di Euractiv, sito di informazione europea molto giallo e molto ben strutturato. La homepage appare ad esempio, per dire quanto chi lavora con le istituzioni europee non possa non averne a che fare, in una scena di Eurobubble, la mini-serie per il web creata da giovani lobbisti per sollazzarsi con tutti gli stilemi della vita brussellese.

Come uscire dal cortocircuito che impedisce a chiunque di riuscire non solo ad entusiasmarsi per l'Europa, ma almeno a interessarsi a ciò che viene trasmesso da essa? Difficile trovare una soluzione: si può fare tutta l'attività di spin che si vuole su qualcosa di astruso, ma rimarrà tale, se non si trova la chiave per scioglierlo. E in Italia, dove l'astrusità di una proposta politica raramente paga, rimane difficile poter dare conto di successi eclatanti per le istituzioni europee. Ecco, è proprio questa l'impressione: che non vi sia modo di rendere interessante l'Europa, se essa in origine non è coinvolgente. E' un problema strutturale, che coinvolge due aspetti: mentre un governo o un'amministrazione pubblica hanno interesse a "fidelizzare" la popolazione, a comunicare in un'ottica inclusiva, l'Unione europea non ha lo stesso fine ultimo, presa dai tanti interessi che confliggono e dall'attenzione riservata più all'input che all'output delle politiche. Senza contare poi come al politico che è a capo dell'amministrazione convenga soltanto comunicare bene, in modo da poter sfruttare come successi quelle cose che spesso sono semplicemente state, appunto, comunicate bene. La Commissione europea, invece, in quanto organo non eletto, non si pone la questione in termini di consenso guadagnato, o di eventuale danno d'immagine. Sia ben chiaro, non è un demerito. E' un dato di fatto, nonostante gli sforzi compiuti per poter lasciare spazio ad una accountability (si perdoni l'inglese, ma è la parola perfetta) ad oggi ancora sfumata rispetto a quella che caratterizza ad esempio un comune, una regione, su su fino allo Stato.

In secondo luogo, la scarsità di risorse: nonostante ogni DG abbia un'unità dedicata alla comunicazione, rimangono pochi i risultati in termini di impatto delle politiche dell'Unione europea sul "consenso" della popolazione. Il circolo vizioso riguarda anche il ruolo dei governi nazionali e del potere che ancora i singoli Stati mantengono nell'orientare le agende dei media: il frame "intergovernativo" è ancora forte e rappresenta l'ostacolo più forte per una migliore comunicazione. Poi, ovvio, se la matassa europea volesse sbrogliarsi, la comunicazione non potrebbe che beneficiarne.

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