Il maleficio del dubbio
17 Giugno Giu 2013 1645 17 giugno 2013

È ancora caccia allo straniero

Da Patrick Lumumba a Perugia, coinvolto nell’omicidio di Meredith Kercher per la falsa testimonianza di Amanda Knox, a Mohammed Fikri, ritenuto a lungo – fino alla sedicesima traduzione di un’intercettazione sospetta – l’unico possibile colpevole della morte di Yara Gambirasio. Da Azouz Marzouk, marito e padre delle vittime della strage di Erba, considerato l’assassino più credibile fino a che non si è scoperto che al momento degli omicidi era in Tunisia, ai due rumeni dello “stupro della Caffarella” del 2009, arrestati e detenuti per un mese, prima che il test del dna dimostrasse che erano “altri” i rumeni da cercare.

La lista di “uomini neri” ingiustamente coinvolti in casi di cronaca potrebbe proseguire ancora. Troppo spesso le forze di polizia e la pubblica opinione si lasciano convincere dalle impressioni del momento, non sempre lontane dai pregiudizi. A volte la situazione è talmente complessa che un errore momentaneo, e subito riparato, può essere compreso. A volte il profilo degli stranieri coinvolti è tale da giustificare quantomeno i sospetti (si pensi ai precedenti di Marzouk, che pure poi fu provato fossero irrilevanti). A volte la colpa è di chi, con calunnie e menzogne, depista le indagini della polizia. Questo è ad esempio il caso di Lumumba e Amanda Knox.

A volte però non ci si scomoda nemmeno ad individuare “lo straniero” da accusare, ma si accusa genericamente “uno” straniero. Un caso del genere particolarmente grave accadde a Torino qualche anno fa, quando una ragazzina, per nascondere al padre l’aver fatto sesso col proprio fidanzato, si inventò una storia di uno stupro inflittole dagli zingari di un vicino campo nomadi. Quella notizia, colpevolmente non controllata e buttata in pasto ai lettori, generò una spedizione punitiva nei confronti del campo rom prima che la verità venisse a galla.

L’ultima storia di questo genere arriva da Bergamo, dove una ragazza di 17 anni è tornata a casa dopo 20 giorni di assenza e una denuncia di scomparsa sporta dalla madre. La diciassettenne ha raccontato di essere stata vittima di un sequestro, messo in atto da due “stranieri”, e ordito dal patrigno (marocchino). Non solo, durante il periodo del sequestro sarebbe stata anche ripetutamente violentata. Peccato che si sia scoperto che era tutta una bugia, che la ragazza era stata a casa del fidanzato – lo confermano anche le intercettazioni telefoniche – e che le ferite ai polsi mostrate agli inquirenti erano in realtà autoinferte. Per fortuna – pare - questa volta nessuno ha fatto niente di stupido a causa di questa menzogna.

Ma perché è così facile accusare lo straniero? Forse siamo un Paese ancora inesperto in fatto di immigrazione e il “diverso” ancora ci lascia perplessi, quando non ci spaventa. Forse l’informazione non fa esattamente il suo dovere, quando dà uno spazio alle notizie di cronaca nera che coinvolgono immigrati straordinariamente più che proporzionale rispetto alla reale portata del fenomeno (stando ai dati). E Forse non lo fa nemmeno quando - dopo che un immigrato dalla pelle nera, pazzo e armato di piccone abbatte passanti come mosche - più che sul “pazzo” si sofferma sul “nero”.

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