Il precario – riflessioni in cerca di editore
18 Giugno Giu 2013 1022 18 giugno 2013

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Generazione dalle teste chine, ovvero i ventenni nati nell’era di internet, degli smartphone o di altre aberrazioni tecnologiche che permeano la società moderna. Teste piegate non solo perché passano tre quarti della propria giornata a chattare, messaggiare, taggare, uploddare, scaricare (nel restante quarto, forse riescono a dormire a meno che l’astinenza da adrenalina tecno-indotta non li faccia sprofondare nell’agnosia surreale e incolore dell’insonnia) ma anche perché subiscono in maniera passiva le malefatte e i soprusi di una classe politica tra le peggiori di sempre senza ribellarsi o, quanto meno, provare ad opporsi.
La tecnologia ha portato l’uomo a fare enormi passi in avanti in previsione di un futuro più agevole e meno ostile, ma ha anche cambiato, spesso peggiorato, il rapporto con i propri simili. I social network, ad esempio, hanno sostituito l’incontro “dal vivo” con un meno edificante e più pornografico rapporto virtuale costellato di fotografie più o meno ritoccate, di ingiustificabili “mi piace” a frasi dalla banalità disarmante rubate per l’occasione al Fabio Volo di turno o, se si vuole avere una parvenza da intellettualoide, alle notizie di apertura di Studio Aperto. Si possono avere più di mille amici virtuali su facebook ma essere soli come un cane nella vita di tutti i giorni.
Con l’avvento delle nuove tecnologie anche il rapporto con il gioco è mutato. In Italia, come anche nel resto del mondo, si è sempre giocato d’azzardo. Ricordo le “bische” organizzate dai ragazzi più grandi nei bar di paese o all’interno di qualche abitazione. Si giocava a poker.
Nell’ “aere” fitto di fumo che simulava una nebbia simil-padana anche nella più mite Puglia, si riusciva a malapena a distinguere l’identità dei giocatori: si fumava, si scherzava, si rideva, si puntava anche pesantemente. Si stava insieme per il gusto di stare in compagnia e passare il tempo.
Il rapporto con il gioco oggigiorno è tutt’altro che amicale. Le slot machine – vero e proprio oppio dei popoli del XXI secolo – relegano la sfera ludica a puro e desolante solipsismo tra uomo e macchina, un isolazionismo tecnologico in cui regnano ansia, depressione e menzogna.
Nell’età adulta ognuno è libero di fare della propria vita ciò che gli pare, anche annichilirla; ma si da il caso, comunque, che queste macchinette mangiasoldi rovinino intere famiglie e creino dipendenze ancor più nefaste di quelle prodotte dalle droghe o dall’alcool, tanto che il sistema sanitario nazionale lo ha classificato come vera e propria malattia: la ludopatia.
Lo Stato però non vieta di giocarci ma si limita sola a tassare, così come non vieta di fumare o bere ma tassa sigarette e alcool; al contrario di quanto sarebbe logico aspettarsi da uno Stato “amico” del cittadino, li prende sotto la propria tutela (il monopolio) e ne favorisce l’espansione attraverso spot pubblicitari guadagnandoci milioni e milioni di euro che rimpinguano le proprie casse. Anzi ne aggiunge sempre di nuovi: enalotto, superenalotto, gratta e vinci vari, marchingegni sempre più accattivanti e subdoli: vere e proprie proiezioni subcorticali di vite agiate tanto immaginifiche quanto immeritate. Sulla droga ancora non ha messo lo zampino solo perché in questo “settore” l’altro Stato (le mafie) si è dimostrato più forte e lungimirante.
Ad essere ludopatico dunque non è il povero diavolo che spera in una irrazionale vittoria che gli cambi la vita. Il vero malato è la società che permette il proliferare di queste false illusioni, la quale è tra tutte la più bisognosa di cure. Quando tutti lo capiranno sarà forse troppo tardi. Nel frattempo ancora teste chine.

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