Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
18 Giugno Giu 2013 2104 18 giugno 2013

Napoli Teatro Festival: parla De Fusco

La partenza in salita del Napoli Teatro Festival 2013, con i progetti dei “grossi nomi” smentiti dai fatti – accoglienza fredda e critiche gelide per Peter Brook e gli altri (di cui ho raccontato anche su questo blog) – hanno riavviato la fiamma della discussione sulla manifestazione partenopeo, sin dal primo anno al centro di vivaci commenti e diffuse perplessità. Naturale, allora, far domande al direttore artistico Luca De Fusco, il cui Antonio e Cleopatra, peraltro, è stato considerato al momento uno dei lavori più strutturati di questa edizione del NTF.

Allora qual è lo stato del Festival? Partiamo dalla “prima mondiale” di Peter Brook…

La prima mondiale di Brook mi ha insegnato che questa formula del “Cantiere teatrale” è giusta: era bello avere qui a Napoli tanti artisti in prova, con i giovani studenti che andavano ad assistere ai lavori. Però, di fatto, mi ha insegnato anche che la “produzione esecutiva” deve essere affidata a noi. Se la produzione esecutiva è affidata a qualcun altro, si corrono rischi. E noi siamo incappati in rischi gravi. Non c’è stata malafede di nessuno: sarebbe bastato dare 5mila euro a una suggeritrice per aiutare l’attrice, Mariam Goldschmidt, a imparare la parte a memoria e il problema si sarebbe risolto. Evidentemente lo stato di salute precario di Peter Brook ha fatto sì che il maestro perdesse la barra del timone, e il cambio della lingua (dal tedesco al francese, ndr) deciso all’ultimo momento, ha ridotto il monologo a una lettura. Altrimenti il lavoro sarebbe stato come doveva essere. Probabilmente il fatto che lui non è stato bene e è stato ricoverato in ospedale ha fatto sì che i giorni di prova napoletani non siano stati sfruttati appieno. È andata così… Trovo, invece, fastidioso che “Repubblica” mi abbia fatto dire, giorni fa, che “io riduco il compenso a Brook”. Io non riduco nulla, chiederò alla produzione di fare una transazione sul costo generale dello spettacolo. Troverei irrispettoso mettersi a sindacare il cachet del signor Brook.

La domanda che si pone è sulla attenzione ai “venerati maestri”. Brook, Konchalovski, Arias…

Noi l’anno scorso abbiamo puntato molto sul nuovo teatro argentino, e una residenza creativa del prossimo anno potrebbe essere proprio con il ritorno di Claudio Tolcachir. Quest’anno è capitato questo: ma non faccio distinzioni generazionali. Quando nasce un progetto, se è bello e affascinante, lo è indipendentemente dal “nome anziano” o dal “nome giovane”.

Altro argomento: intervento forte nelle coproduzioni con altri Teatri Stabili italiani. Dal Teatro di Roma, a Prato, a Genova… Ci sono un po’ tutti: perché?

Ho pensato che potevano coincidere degli interessi. Io volevo la prima assoluta del Viviani diretto da Alfredo Arias. Ma se poi il Teatro di Roma lo mette tre settimane in cartellone all’Argentina, perché no? Forse è uno dei modi per reagire alla crisi. Sento il Maestro Metha dire che l’unica salvezza sono le co-produzioni: forse se le Fondazioni Liriche ci avessero pensato qualche anno fa, probabilmente le cose sarebbero diverse. Con Repetti (dello Stabile di Genova, ndr), facciamo coproduzioni da 12 anni. Certo, è più facile e più bello produrre uno spettacolo da soli, al 100%, perché hai il controllo totale, sei totalmente padrone. Mentre con le coproduzioni devi procedere per mediazioni. Ma è l’unico modo di produrre oggi.

La sua doppia direzione – del Festival e del Teatro Stabile – è da sempre molto discussa. Non le sembra troppo?

Questa cosa, per fortuna, si è placata. La città si rende conto – e il nuovo Assessore alla cultura lo ha riconosciuto – che se non ci fosse questa sinergia, il Mercadante avrebbe chiuso da tempo. La verità, secondo me, è che si dovrebbe fare un passo ulteriore e fondere le due istituzioni. Questo porterebbe a dei notevoli risparmi di gestione. E un Teatro Stabile che ha una buona attività invernale e un grande picco artistico a giugno con il festival, diventerebbe competitivo, qualcosa di imporante sul piano nazionale e internazionale. Continuo dunque a tifare per la fusione, che è la cosa piu logica e funzionale.

Ma molti artisti, molte compagnie, lamentano di non essere state pagate. È vero?

Lo so. È vero. La croce e la delizia del Festival sono i finanziamenti europei. Questi finanziamenti hanno una lentezza di rendicontazione, meticolosa e nevrotica: probabilmente giusta e doverosa – perché è denaro pubblico – ma è stata inventata più per chi costruisce ponti e autostrade che non per un festival di teatro. Questo fa sì che tutto, alla fine, va in porto: ma con una lentezza esasperante, di cui siamo i primi a soffrire. Comunque, quando siamo arrivati, la Fondazione aveva 30 milioni di euro di debiti e 30 milioni di euro di crediti che non riusciva a riscuotere. Adesso la cifra si è abbattuta di oltre la metà. Vediamo la luce in fondo al tunnel.

Allora che gli diciamo a questi artisti?

Di pazientare.

Ma, nel teatro italiano, c’è anche chi non paga l’incasso della serata! Devono pazientare?

Il teatro italiano, compreso il Mercadante, vive di un’altra storia. Il problema in quel caso, è che i soci sono insolventi. Il Teatro Stabile di Napoli sono sei anni che non riceve pagamenti: dal 2008 al 2013! Come dice il nostro presidente Giannola, che è un economista: il Teatro Stabile è come il calabrone, vola contro tutte le leggi dell’aerodinamica. Questa è una crisi che ha ucciso lo Stabile di Palermo, ferito lo Stabile di Catania, ma che sta facendo anche danni al Nord. So che Torino ha una situazione molto grave. Sono i nostri soci ad essere malati, e infettano anche noi.

Cosa chiede al nuovo Ministro Bray?

Chiedo di azzerare lo storico delle sovvenzioni teatrali. È assurdo che uno Stabile, perché nato da poco, debba avere per forza una sovvenzione piccola; e un altro, solo perché è nato quaranta anni fa – e ovviamente non parlo del Piccolo o di Genova, che fanno cose meritorie ogni giorno – abbiano una sovvenzione tripla. Ci sono tanti teatri medi, che non mi pare facciano più attività di Napoli eppure ricevono tre volte i nostri finanziamenti. È il famoso “storico”. È giusto che il Teatro Stabile di Napoli paghi l’insipienza dei politici napoletani che hanno fondato questo Stabile per ultimo rispetto agli altri in Italia. Ma questa pena detentiva è durata dieci anni: non può essere l’ergastolo! Ci sarà un “fine pena”?

Parliamo del rapporto con la tradizione napoletana, sia sul fronte Stabile che nel Festival: come vanno le cose con i tanti artisti della città?

Trovo che l’operazione Viviani-Arias e, in qualche modo, mutatis mutandis, l’operazione Konchalovski, abbiamo creato un rapporto tra diverse scuole di recitazione: da un lato quella argentina, dall’altro la russa e quella napoletana. Credo molto in simili mescolanze. Invece i risultati delle produzioni napoletane sono indice dello cattivo stato di salute del teatro italiano in generale. Sempre di più le compagnie napoletane che coproducono con noi, tendono a farlo soltanto con i soldi nostri. Queste non sono più coproduzioni, ma produzioni: e pagare qualcosa al 50%, salvo poi scoprire che l’hai pagata al 100% è seccante. E su questo dovremmo trovare degli accorgimenti.

Ha debuttato con Antonio e Cleopatra, un testo poco frequentato in Italia. Soddisfatto del risultato?

Va detto che Antonio e Cleopatra è considerato un “classico” senza che nessuno, o quasi, in Italia l’abbia visto. Per quel che mi riguarda sono soddisfatto: ho fatto esattamente quel che volevo fare. C’è stato pochissimo scarto tra ideazione e realizzazione. Volevo una messinscena sull’eterea vacuità e leggerezza del mito, e mi sembrava che l’unico modo per raccontare la titanicità di questo mito fosse un’iterazione tra cinema, teatro e musica. Gli attori hanno avuto una enorme pazienza: recitare un film, in presa diretta, davanti agli spettatori è davvero complicato dal punto di vista tecnico. Ma se dopo due ore e mezza di spettacolo c’è una reazione del pubblico così calda e partecipata, vuol dire che la scommessa aveva un senso.

E il festival? Che futuro?

La formula del “Cantiere" si ripeterà: quindi mettere assieme festival, Stabile e altri Stabili per produrre spettacoli nati qui. A questo si accosterà sempre una vetrina internazionale, che spero l’anno prossimo possa essere un po’ piu nutrita. Quest’anno eravamo in chiusura di un progetto europeo, mentre c’è stato un nuovo stanziamento triennale: quindi spero che il festival del 2014 possa essere piu piccolo di quello del 12 ma più grande di quello del 2013.

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