Città invisibili
20 Giugno Giu 2013 1201 20 giugno 2013

A Montpellier nuovi quartieri ed edifici che cambiano pelle

Se si va a Montpellier si può dormire a Le jardin des Sens in 11 avenue St Lazare. Oppure all’Hotel d’Aragon in 10 rue Baudin, in alternativa al Baudon de Mauny in 1 rue de la Carbonnerie. Per mangiare ci si può fermare al Playfood in 16 boulevard Louis Blanc, ma anche alla Brasserie de l’Hotel de Ville all’80 place Georges Freche. Per comprare ci sono La Cloche à Fromage in 23 rue St Guilhem, la Matière d’Art in 5 rue de la Fontaine e la Rue Privée in 16 rue de l’Université. Ma tutto questo non ha un gran senso se non si trova il tempo di vedere le architetture che stanno trasformando la città capoluogo della regione Languedoc-Roussillon, a tre ore di treno da Parigi, tra i fiumi Lez e Mosson. La città del momento, come ha scritto il New York Times, che l’ha eletta tra le 45 destinazioni da non perdere, è ormai a tutti gli effetti la città dell’architettura e del design. Non solo quelli patinati delle riveste di settore, ma anche quelli che si costruiscono con fatica e passione. Qui si trasferiscono giovani da ogni parte della Francia. Attirati dal fermento culturale, dalla possibilità di trovare casa a prezzi abbordabili e da una qualità della vita alta. In virtù di un’attenzione particolare ai temi dell’ambiente, come dimostra il centro storico per intero pedonale. Un centro storico nel quale si confondono quasi testimonianze medioevali, rinascimentali e barocche. Salvaguardate e valorizzate. Difese ed esibite. Con un progetto di sviluppo urbano, incardinato proprio sul cuore antico della città. Per rendersi conto di questa operazione, della sua ariosa declinazione attraverso interventi che non osteggiano nuove aggiunte quando di qualità, è sufficiente una visita all’Hotel Massimilian. Dove c’è il Museo Fabre, che dal 1828 non ha mai cessato di arricchire le sue collezioni contando sulle nuove donazioni. Quello spazio culturale incrementato con un nuovo padiglione, nel quale sono ospitate esposizioni temporanee di livello internazionale.

Il plafond culturale assicurato da edifici e luoghi di straordinaria rilevanza. Tour de la Babote e la Tour des Pins, i resti delle fortificazioni del XIII secolo. Passando per la Cathédral de St-Pierre e la chiesa di Notre-Dames des Tables, entrambe del XVIII secolo. Fino a giungere a Place de la Comédie, la piazza sulla quale prospetta il teatro dell’Opera. Senza dimenticare il Musée Languedocien. Tutto questo, un segno distintivo, un’impronta, per Montpellier. Ma il vero cambio di passo, l’elemento che ne fa una “città intelligente”, è determinato dalla felici politiche urbanistiche avviate dai suoi amministratori. Un centro storico ri-generato. Aggiunta di edifici che non siano l’omaggio ad un’architettura inutile e cattiva, il favore ricambiato a qualche professionista o a qualche costruttore amico. Neppure il monumento che celebri la propria stagione politica. Niente di tutto questo.

Invece, nuovi quartieri e palazzi che cambiano pelle. Ricorrendo a riconosciuti professionisti, architetti e designer di grido. Tanto per dire, nel quartiere Mosson-Paillade, Zaha Hadid ha realizzato il sinuoso Pierres Vivres Building, un centro amministrativo e culturale con biblioteche e mediateche. Cemento e vetro assemblati a comporre una figura solida nelle sue trasparenze. Nel nuovo quartiere di Port Marianne, Massimiliano e Doriana Fuksas hanno progettato la nuova sede del liceo alberghiero George-Freche. Il nuovo Municipio, un cubo blu circondato da un parco con canali e piste ciclabili, disegnate da Jean Nouvel. Così come il Design Center RBC, un concept store di quasi 2mila mq. Non è finita. Ancora modernità, di qualità. Le nuove fermate d’autobus firmate dallo stilista Christian Lacroix.
Eccolo il segreto di Montpellier. Mettere insieme quel che ha. I vini rossi rubino dal gusto profondo e fruttato prodotti nelle cantine del Languendoc e le architetture del passato. Fromage e cucina stellata insieme alle atmosfere dell’Ecusson, il cuore antico della città. Soprattutto però ci sono le capacità della politica locale di provare a disegnare un’urbanistica pensata. Nella quale a fare la differenza sia davvero la qualità. Solo così si cresce. Altro che storie!


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