Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
21 Giugno Giu 2013 1242 21 giugno 2013

Napoli Teatro Festival: pulsioni vitali al Fringe

(una scena di Amleto? di Macelleria Ettore)

Da sempre momento di contraltare, di scandaglio verso altri mondi, di indagine esplosa di teatralità anche remote, il Fringe, organizzato dall’Associazione Interno5, è un cuore che batte durante il Napoli Teatro Festival. È una sezione indipendente ma riconosciuta che propone, in spazi abituali o alternativi, spettacoli dal taglio decisamente virato alle “tendenze”, ossia ai nuovi linguaggi della scena. Lo scarto, rispetto al cartellone ufficiale, è a volte minimo – il NTF ospita infatti anche protagonisti della scena di ricerca nazionale e internazionale – ma in questa dialettica sotterranea, il Fringe si è ricavato anche il ruolo di trampolino, o eccellente vetrina, per formazioni giovani e giovanissime, anche alle prime esperienze sceniche. Il rischio è dietro l’angolo – come si può immaginare e come si dirà nei prossimi pezzi – ma quelli del Fringe lo hanno assunto come parte sostanziale del loro lavoro sulle pulsioni artistiche dell’oggi. Allora, spazio a formazioni di grande interesse, ancorché acerbe. È il caso, ad esempio, dei palermitani Quartiatri che hanno presentato Krisiskin, creazione collettiva diretta da Chiara Muscato: lavoro che non fa mistero di alcune ingenuità, ma che si è fatto notare per una notevole potenza scenica. In scena tre ragazzi – jeans, anfibi, magliette e bretelle – che, si capisce subito, cercano casa. Una dinamica strana tra loro: una coppia consolidata e l’amico di entrambi. Sono nervosi, parlano in modo brusco. Vogliono cambiare casa: telefonano, guardano, visitano. L’idea che ci si potrebbe fare, così a prima vista, è di tre studentelli, con il loro bagaglio di precariato presente e futuro. Ma lo spettacolo, con intelligente sterzata, smaschera il preconcetto diffuso di solidarietà preventiva, e ribalta la vera natura del legame tra i tre: l’ideologia neonazista. Krisiskin, dunque, gioca su questo dobbio binario: da un lato una quotidianità riconosciuta e riconoscibile, addirittura ambita, una normalità familiare; dall’altro l’impossibilità di raggiungere quella normalità che diventa rifiuto, sdegno, ovvero intolleranza fascista. Il continuo scivolamento di piani è tenuto dal ritmo asfissiante della narrazione, cui danno anima e corpo tre bravi interpreti: Marcella Vaccarino, Dario Mangiaracina e Dario Muratore. Sono intrappolati nel meccanismo contraddittorio della crisi economico-sociale che li schianta, questi personaggi, e cercano una reazione possibile. Così, scrivono una città diversa, intervenendo a modificare in segni nazi la cartellonistica stradale (una bella intuizione che costituisce anche la scarna ed efficacissima scenografia), così reinventano l’allucinato e idiota ballo di Gioca-jouer di Cecchetto in un decalogo del perfetto camerata; così, infine, ambiscono alla scalata sociale – in quella società che pure disprezzano, poiché li esclude – sognando i quartieri alti. Vi è, in questo lavoro, un amaro affondo sociologico e antropologico del belpaese, che favorisce l’attecchire di ideologie violente, sfrante, ridicole: loro, i giovani protagonisti – come tanti, nella realtà – sono vittime più che carnefici. Si aggrappano a ideali, a simboli vuoti e tristi, come a qualiasi altra cosa, pur di trovare una ragione del loro stare al fondo. Teatro politico dunque, e del piu aspro, per Quartiatri, anche perché ha la capacità di rimettere al centro dell’attenzione la dilagante e dilagata piaga del neonazismo, ma senza condannare o prendere posizione, semplicemente mostrando, raccontando, comprendendo anche (ma senza giustificare). Mortificato da uno spazio poco adatto, Krisiskin ha energie da vendere: necessita di una messa a punto, specie nel finale affrettato, seppure visionario e tagliente, ma ha momenti di grande e fastidiosa efficacia.
Più strutturata è la nuova prova scenica di Macelleria Ettore, compagnia trentina che ormai seguo e di cui ho dato conto anche in altri articoli. Qui a Napoli hanno presentato Amleto? che vorrei definire una divagazione esistenzial-teatrale sull’eterno tema shakespeariano. Un attore e una attrice, nerovestiti con abiti quotidiani, si sfiorano nel buio cupo della Cappella San Severo. Riecheggiano le prime battute, le domande senza risposta della tragedia di Shakespeare: si evocano le mura del castello di Elsinore, si avverte la notte, il freddo, la paura, l’attesa per lo spettro del padre. Una folgorante apertura, dunque, per questo affondo shakesperiano, che scandaglia, soprattutto ma non solo nella prospettiva di Ofelia, la tragedia di Amleto. Che è una ipotesi intorno al testo, è una domanda esplosa in quel punto interrogativo che accompagna il titolo: il dubbio come processore, la mancanza di certezze come terreno in cui muoversi. Sospeso come Vanja sulla 42esima strada o come Looking for Richard, in una tensione “verso” l’Amleto di Shakespeare – idea dunqe non originalissima, ma efficace – il testo diventa qui oggetto e soggetto di analisi ulteriori, di ragionamenti e parole del presente. Sono dunque in due – personaggi e non più (o non ancora) personaggi – a contendersi, scontrarsi, amarsi baciarsi, rincorrersi, parlarsi, analizzarsi, confessarsi. E nel loro confessare emergono dirompenti le ragioni dell’oggi, del nostro tempo: abbandonati i ruoli tragici, non sono che gli attori – esseri umani spauriti e sperduti di fronte al mondo – a dover fare i conti con l’azione e l’inazione, con le possibilità e le frustrazioni, con le ambizioni e le sconfitte. In una riscrittura che intercetta l’originale e lo attraversa, c’è dunque una semplice coppia sull’orlo del baratro, ci sono vite sull’orlo del baratro: impedite da passati troppo opprimenti o da futuri troppo incerti. Nel ring in cui si muta lo spazio scenico, tagliato da squarci di luce (ben disegnati da Alice Colla) c’è tempo anche per uno scontro fisico reale: con Ofelia picchiata da uno – uno come tanti, in questo caso – che alza le mani per provare di essere ancora se stesso, capace di un’azione qualsiasi.
Ottimi, in scena, Maura Pettorruso e Stefano Detassiss, con la regia, nitida e efficace, di Carmen Giordano cui si deve anche la intrigante drammaturgia. Di fronte al Cristo velato, nella bellissima cappella San Severo, spettro di ben altri padri, non c’è più bisogno della corte del marcio regno di Danimarca per mostrare come gli amori finiscano. «Io ti ho amata» dice Amleto; «Ci ho creduto» risponde lei, fiera e ferita. Cosa è cambiato da allora? Si resta soli, alla fine: tanto vale rassegnarsi.

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