A urne chiuse
23 Giugno Giu 2013 1906 23 giugno 2013

Ripensamenti

L'odierno editoriale del fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, mostra i segni inequivocabili di una rinnovata attitudine nei confronti di Matteo Renzi. Dice Scalfari, chiamandolo semplicemente «Matteo» per quattro volte in altrettanti paragrafi:

Dunque niente Renzi? A me era antipatico, poi a Firenze, nel corso della nostra "Repubblica delle Idee" l'ho conosciuto e mi è parso simpatico.

La cosa potrebbe non destare grande stupore, di per sé, ma è interessante fare un rapido paragone con ciò che il decano del giornalismo italiano - e con lui le firme di Largo Fochetti - diceva del sindaco di Firenze pochi mesi fa. «Quindi il suo programma è carta straccia», chiosava Scalfari al tempo delle primarie del PD. «Se vincerà le primarie il Pd si sfascerà, perché se ne andranno tutti quelli che fin qui hanno votato Pd come riformista di centrosinistra».

Eugenio Scalfari

Al tempo non mancavano nemmeno le accuse di far parte di quelli al di là della barricata, ovviamente: «Non a caso Berlusconi loda Renzi pubblicamente...», si legge nello stesso editoriale di fine settembre 2012. Né quelle di mancanza di credibilità: «Se diventasse premier dovrebbe confrontarsi con gente come Merkel e Draghi. Francamente non ce lo vedo» (Otto e mezzo, 18 settembre).

A novembre lo chiamava addirittura «Bettino Renzi», definendolo «un personaggio che considero irrilevante se non addirittura dannoso».

Poi, il graduale dietrofront, fino ad arrivare a oggi, in cui «Matteo» ha le idee chiarissime ed è diventato «simpatico» al fondatore di Repubblica. Naturalmente, se è vero l'adagio secondo cui solo gli stolti non cambiano mai idea, in questo caso non si capisce cosa abbia portato Scalfari a ricredersi, stante la sostanziale assenza di cambi di vedute da parte di Renzi. O forse sì?

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