Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
23 Giugno Giu 2013 1423 23 giugno 2013

Un grande spettacolo chiude il Napoli Teatro Festival

Chiude in bellezza, con un levare commovente e tenersissimo, il Napoli Teatro Festival. Merito di Alfredo Arias che dà un tocco magico a Circo Equestre Sgueglia, opera del 1922 di Raffaele Viviani, che torna – dopo poche edizioni – finalmente in scena. Lavoro corale, che narra di un mondo di circensi capaci di mettere assieme le peggiori meschinità e la più candida solidarietà, Circo equestre è un affresco sospeso tra vicende meschine, piccinerie da interesse privato, privatissimo – quasi egoistico – e voglia di sopravvivere assieme nell’umana, disperata, commedia. Racconti, piccole sequenze, che si intrecciano e si mescolano, tra desideri clandestini, tradimenti, passioni fatue e amori eterni: sconfitte e amaro, disperato, bisogno di tirare avanti. Viviani – da genio qual era – ritrae uomini e donne ai margini: circensi squattrinati, disperati, accampati “peggio degli zingari”, eppure romantici, solidali, compassionevoli. Ecco, la compassione che trapela da questo testo, fa brillare un racconto che affonda amaro in un tempo lontano, ma non troppo diverso dall’oggi. La bella scena di Sergio Tramonti inquadra due carri-abiazione, sul fondo la pendana del circo. Qui si gioca il doppio spettacolo: quello dell’apparenza, destinato al pubblico (o a se stessi, per non vedere, per non cadere), e quello della verità (fatto dai destini individuali e collettivi).


La retorica dello “show must go on” diventa dunque un pretesto, per giustificare bassezze e piccoli ricatti, lettere anonime e esasperazioni. Circo Equestre Sgueglia anticipa, di sei anni, l’Opera da tre soldi di Brecht, ma si avverte già – in nuce – la disperazione di chi ha vissuto tra le macerie della prima guerra mondiale, e presagisce l’incubo della seconda: la povertà, la fame, la solitudine, il desiderio, la ferocia, la disperazione di una precarietà non solo economica, ma sentimentale, personale, diventa dunque una chiave di lettura sotterranea di questo bellissimo testo. E l’argentino Arias ne fa uno spettacolo di grande rigore e nitore: vira la storia a una malinconica mestizia, inseguendo il filo dei ricordi – anche personali – e alterna sapientemente quadri comici, aperti, esplosi, divertenti ad altri intimistici, minimali, sottilmente struggenti. In questo continuo oscillare, che è della vita, si tendono i fili del destino di coppie mal assortite. La povera Zenobia ama l’esuberante Roberto, che invece è invaghito di un’altra. Il pagliaccio Samuele ama la moglie Giannina, ma questa s’è stancata, e scapperà con un giovanotto. La banalità, la quotidianità, lo squallore, addirittura la ordinaria follia di vite squassate: nel bellissimo napoletano vivianeo, bastano poche battute per presagire l’inferno. Ma qui si ride per non piangere. E con Arias, questo Viviani svela ancora lo struggimento della passione che finisce, suggerendo qua e là rimandi possibili ad altri mondi: il pianto di Pagliacci, tla gelosia di Cavalleria Rusticana, lo scoramento di Bohème, l’illusione dell’Enrico IV pirandelliano, l’amarezza di Woyzeck, ma anche il candore di Chaplin, l’incanto di Fellini, la denuncia politica di Brecht
In questo complesso, articolato, racconto corale, si stagliano figurette tragiche: mediocri e assolute nel loro essere erori di sopravvivenza. Esserini carichi di un’anima ricca, che combattono in vite troppo frastagliate: basterebbe poco – una carezza, un po’ di normalità – per starsi vicino, per aiutarsi. Ma non è dato: d’amore si soffre, e non si sa il perché.

Arias guida un cast eccezionale, magistralmente assemblato da percorsi aritsti individuali diversissimi. A far da protagonista, clown dirompente, ma tragico per l’oscurità in cui è costretto - lui che non vuole vedere la verità – è Massimiliano Gallo, lunga militanza nel teatro comico napolentano, qui contenuto eppur esplosivo, drammatico e amaro. Accanto a lui, ritroviamo con piacere Monica Nappo, attrice che proviene dai territori della ricerca, capace di evocare magistralmente una teatralità mesta e dolente alla Pupella Maggio. E ancora dalla ricerca vine Tonino Taiuti, artista davvero straordinario, in scena caratterista comico nel ruolo di Bagonghi, di rara efficacia. Percorso raffinatissimo, decadente e coltissimo, è quello di Mauro Gioia: per lui Arias inventa il ruolo di “narratore” in frack, elegante e distaccato interprete delle didascalie del testo, punto di raccordo e di raffreddamento, sublime nel far virare tutto ad una dimensione epica, brechtiana appunto, eppure addirittura espressionista, a tratti grottesca: maschera aspra di un novecente destinato a franare sotto i colpi dei cannoni. Ancora: è ottima Giovanna Giuliani, in perfetto equilibrio tra frivolezza e drammaticità, nel ruolo di Giannina. Brave Autilia Ranieri (madre assatanata e ubriacona) e Lorena Cacciatore (delizioso e ambiguo oggetto del desiderio). Ha forza il domatore Roberto di Francesco di Leva, travolto dalla passione fino al tragico epilogo; mentre gioca benissimo, en travesti, la maschera tragica di Gennaro Di Biase. Danno bene il loro contributo alla storia Carmine Borrino e Marco Palumbo.
E se pure tutta una seconda parte dello spettacolo risulta, al debutto, un po’ farraginosa –
schiacciata com’è in proscenio, chiuso il palco da un sipario dipinto – Circo equestre è un lavoro di grazia unica, commovente. Per le belle scene, di cui si è detto; per le ottime luci di Pasquale Mari; per le brillanti e nostalgiche musiche suonate dal vivo, di Pasquale Catalano (un solo dubbio su un lungo pezzo per organo, che rende eccessivamente cristologica la sequenza pur importante dell’incontro, dopo un anno, tra i due protagonisti); per i costumi sontuosi nel loro essere poveri di Michele Millenotti.
Sotto la polvere di quel tendone da circo - nonostante gli amori finiscano, qualcuno se ne vada, nonostante i lutti e dispiaceri – scorre la vita. Tra una lacrima e una risata, confusi e sperduti, si va avanti.

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