Giovanni Fracasso
Banche, moneta, potere
25 Giugno Giu 2013 1329 25 giugno 2013

L'Italia immobile nell'Europa a due velocità *

Negli ultimi giorni ha provocato un intenso dibattito un interessante studio di Mediobanca Securities sulla situazione italiana. Gli autori del report ricordano i problemi del 1992 quando il nostro Paese fu costretto ad uscire dal Sistema Monetario Europeo: “a lot has changed, nothing has changed - déjà vu of 1992”. A molti operatori dei mercati deve essere tornato in mente il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, magari nella bellissima e straordinaria versione cinematografica di Luchino Visconti (Palma d'oro come miglior film al 16º Festival di Cannes).

Il Principe di Salina - Il Gattopardo di Luchino Visconti

In una lettera al Barone Enrico Merlo di Tagliavia, Tomasi di Lampedusa parla dell'immutabile sua terra: "La Sicilia è quello che è; del 1860, di prima e di sempre".

Ecco l’Italia di oggi sembra, ancora una volta, immobile. E se i problemi ricordano quelli del 1992 c’è da sottolineare una differenza significativa: oggi non c’è più l’aiuto della svalutazione. Quindi la situazione è più grave. I problemi strutturali sono lì sul tavolo e la nostra classe politica si divide sull’aumento dell’Iva oppure si diletta nei veti al governo. Altri sognano improbabili riforme costituzionali. E tutte le altre priorità?

Non solo non vi è un grande progetto strategico per il Paese ma c’è anche l’assenza di una forte politica economica. Intanto la disoccupazione ha raggiunto livelli di emergenza sociale. Le industrie chiudono e si rischia una pesante desertificazione industriale. E il divario con la Germania aumenta.
Proprio quella Germania che ha ottenuto grandi vantaggi competitivi con l’introduzione dell’euro. Come li aveva ottenuti con lo SME: un grande economista come Augusto Graziani già allora intravedeva un’Europa a due velocità. Nel 1994 Graziani, in un convegno, affermò che la Germania ha condotto “una politica valutaria molto astuta caratterizzando lo SME con una stabilità dei cambi monetari, ma una continua oscillazione dei cambi reali... Il marco, rispetto alle altre monete europee, si è sempre andando svalutando perché la stabilità dei prezzi in Germania era tale, e viceversa il tasso di inflazione negli altri paesi era talmente alto che, tenendo conto dei rispettivi tassi d’inflazione, erano le altre valute, quelle dei paesi deboli, che si rivalutavano in termini reali rispetto al marco... Non solo rivalutazione reale del marco, ma anche, fin dal 1987, creazione di un’Europa a due velocità. ... L’Europa a due velocità, quindi, non è un problema che dobbiamo porci per l’avvenire, ma è un fatto che esiste già dal 1987”.


In seguito con l’introduzione dell’euro la Germania ha ottenuto una svalutazione reale che è stata uno dei fattori che hanno contribuito al grande successo delle esportazioni tedesche. Per questo non possiamo aspettare che la Merkel, dopo le elezioni del prossimo settembre, diventi più “buona” nè più solidale: alla Germania lo status quo non dispiace affatto. Lo dimostra l’enorme surplus commerciale che ha accumulato negli ultimi anni. Lo dimostra la resistenza che sta attuando nei confronti dell’unione bancaria europea: i tedeschi non vogliono che si guardi nei loro cassetti. Se qualcuno inoltre avesse dei dubbi sulla bontà della Merkel può rileggersi il suo programma elettorale: austerità nel resto d'Europa.


Allora cosa deve fare il nostro Paese? Per l’Italia sarebbe pericoloso imbarcarsi nell’impervia strada della richiesta di aiuto al fondo Salva Stati (con il conseguente commissariamento del Paese): sarebbero delle vere e proprie forche caudine. Quello che è successo in Grecia deve essere un chiaro monito.

Allora non c’è che una direzione obbligata: è necessario procedere velocemente ad effettuare riforme serie. Mettere in campo una vera e propria politica economica. E cambiare la nostra strategia nello scacchiere europeo: dove occorre recuperare margini di manovra e rivedere le politiche di austerity.

Ma si possono puntare i pugni sul tavolo in Europa solo se in casa si procede a fare le tante riforme che il Paese aspetta da tempo. Altrimenti non si è credibili. Per l’Italia, dunque, il peggiore nemico non è la speculazione, né i vincoli esterni, né l’elevato debito pubblico: ma è l’immobilismo. Da questo immobilismo occorre uscire prima possibile.

* Articolo pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 25 giugno 2013 con alcune modifiche.

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