L’Ossservatore carioca
26 Giugno Giu 2013 0935 26 giugno 2013

Brasile. Spente le luci, torna la strage quotidiana

Bentornata normalità del grande crack emergente. Cioè? Dieci morti in uno scontro a fuoco in una favela di Rio. Nello specifico: un sergente del Bope morto e almeno nove abitanti della favela, supposti trafficanti.
Lunedì un gruppo di trafficanti di una favela del complesso da Maré decide di compiere un assalto in una favela vicina ("arrastao": rubare in gruppo al primo che capita). Ne viene fuori uno scontro a fuoco con il Bope (Battaglione delle operazioni speciali della Polizia Militare, quelli che sul furgone hanno stampato un teschio) e un agente resta ucciso, insieme a un tizio che passava di lì e non c'entrava nulla.

Nei giorni scorsi l'attenzione si era spostata sulle manifestazioni democratiche e pacifiche che, in un paio di settimane hanno: a) costretto il governo a ricevere a Brasilia rappresentanti di movimenti sociali per discutere le riforme faccia a faccia e probabilmente indire dei referendum b) ottenuto il blocco del prezzo del biglietto dei mezzi pubblici e a San Paolo anche quello dei pedaggi autostradali c) l'affossamento, ieri alla Camera, del progetto di legge denominato PEC 37 che intendeva limitare l'azione dei pubblici ministeri nella lotta alla corruzione.

Ma ora si è tornati alla normalità, alla macelleria nelle periferie. Il Bope (lo Stato) ha perso un suo uomo nello scontro a fuoco e dunque decide di tornare nella favela e, ovvio, fargliela pagare. Bilancio: dieci morti. Per la polizia sono trafficanti, ma andrebbe dimostrato. Infatti, secondo i moradores, gli abitanti, almeno tre degli uccisi, un ragazzo di sedici anni, uno di ventuno e un altro tizio, non sono affatto trafficanti. Ma nel concetto di ordine pubblico brasiliano, chiunque, in una favela, si trovi nel raggio di tiro della polizia è un trafficante, è un bandito, è da uccidere.

Il Bope non entra nella favela per arrestare, bensì per uccidere. In altre parole, l'idea che ispira l'ordine pubblico brasiliano è la criminalizzazione della povertà, un'equazione piuttosto semplice: povero è nero, nero è bandito, bandito è da uccidere. Se sei un Everaldo Santos da Silva qualunque e fai il cameriere (a due ore di autobus dalla Maré in un bar di Copacabana) e se quando la polizia entra nella favela stai transitando vestito con la divisa d'ordinanza del trafficante, bermuda gialli e canottiera del Flamengo e infradito consumate, quelli ti abbattono come un orso di pezza del Luna Park, non c'è niente da fare: ti sparano e ti uccidono.
Poi, come accade anche in questa ennesima strage, promettono un'indagine se per caso ci siano stati abusi, ma quell'indagine non andrà da nessuna parte. I corpi (o come cantava Seu Jorge in un suo rap: «la carne meno cara nel mercato») vengono caricati su carriole da muratori, sbattuti in un furgone e portati via.

Routine nella Maré. Una distesa ignobile color terra e rosso mattone, con la fogna a cielo aperto, qualche triste campo di calcio messo lì come un cerotto, la foschia del baia inquinata da una parte, le montagne brulle dall'altra e in mezzo, come una canna di fucile, la linea vermelha (linea rossa, guarda un po' che nome), l'autostrada che porta i turisti, i business man, i calciatori, la gente ignara, dall'aeroporto Tom Jobim al Centro di Rio. La gente passa, sente l'odore nauseante della fogna, alza i finestrini e prosegue. Mentre il gatto e il topo si massacrano a vicenda, lontani da chi concepisce e organizza quello schema.

D'altra parte, lo schema del confronto a fuoco hanno cercato di applicarlo anche durante le manifestazioni della settimana scorsa: il primo giorno ci sono riusciti, sparando lacrimogeni e palle di gomma ad altezza uomo, accecando un fotografo e ammaccando decine di persone. Un ex-capo della Rota, la polizia di San Paolo, oggi consigliere municipale, ha esposto il suo raffinato raziocinio in questi termini: «Il battaglione di shock non va in strada per dialogare, per dialogare chiamate i sociologi». Nell'Avenida Paulista di San Paolo però c'erano le televisioni mondiali e i riflettori, e allora hanno abbassato le canne.
Ma nella Maré, nella linea vermelha del grande crack emergente, i riflettori non ci sono e ieri la macchina della statistica ha ripreso tranquilla il suo lugubre bilancio.

I nomi dei morti si assomigliano un po' tutti: sono i soliti dos Santos, i soliti de Oliveira o da Silva, normalmente c'è un Erivelto, un Pedro, uno Zé, e spesso anche un Jesus, quello c'è sempre, se vai a frugare tra i bermuda gialli e le canottiere del Flamengo. Un Gesù in croce, sulla croce del crack emergente, quello non manca mai.

(Nella foto, operazione di polizia nella favela di Rio das Pedras, 2008 foto ©AlbertoRiva)

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