Davide, Alessandro e Andrea
Failcaffè
26 Giugno Giu 2013 0843 26 giugno 2013

Perchè bisogna ritornare a discutere sugli OGM

di aldopalmisano

Mancano meno di due primavere all’inizio di Milano Expo 2015.

Con lo slogan “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” questo grande meeting internazionale riconosce all’Italia la possibilità di riconquistare una posizione leader nel mondo del cibo, non solo inteso come mercato bensì come punto di riferimento sociale e culturale. Per riassumere questo ruolo nel mondo, credo sia fondamentale tornare a discutere di un argomento che troppo in fretta è diventato tabù in Italia più che in tutta l’Europa: gli Organismi Geneticamente Modificati.

Ad una prima anamnesi chiunque fra noi ricorda le volte in cui ha sentito parlare di OGM a scuola oppure in TV con una certa tendenziosità; l’Italia ha da subito indossato la casacca dell’agricoltura biologica senza dare la possibilità a tutti di capire i pesi di una parte, i contrappesi dell’altra.

E’ stato Michele Morgante (ordinario di Genetica presso UNIUD, invitato a parlare al TEDxMilano del 1 giugno) a ribadire con un accorato discorso quanto sia importante andare oltre la superficialità e la demagogìa che troppo spesso impediscono una sana discussione. Il problema da affrontare ha un nome e necessita quanto prima di essere affrontato, si chiama produzione sostenibile.

Se da una parte c’è troppo cibo buttato, non possiamo più credere che basterebbe ridurre i consumi per risolvere i molteplici problemi che il settore primario si porta dietro, fra i quali uno dei più grandi è l’inquinamento ambientale.

Partiamo da quello che l’agronomo Antonio Pascale aveva detto in un’intervista di Luciano Coluccia

La resa dei cereali comincia lentamente a salire attorno al 1920-25, ci sono dei grafici che lo dimostrano ed è una delle prime cose che ti fanno vedere all’università. La resa di grano tenero e duro adesso è tra le cinque e le sette tonnellate. Parliamo di un incremento di quattro volte a ettaro. Come si spiega? Semplice: prima tutto era biologico. È stato l’arrivo dei concimi di sintesi a far aumentare la resa per ettaro: il fosforo, il potassio, l’azoto danno qualità e tono alla pianta, gli agrofarmaci abbattono la carica degli insetti e dei patogeni, i diserbanti, le malerbe. Ora, se andate in un supermercato bio, sarete di sicuro colpiti dalle immagini della natura: sole e sconfinate distese, colline, fin quante ne vuoi. Vi rassicurate e pensate che un pomodoro comprato sotto quelle immagini è sano e più buono. Ma se prendete quelle foto e fate uno zoom, sempre più stretto, fino a individuare i campi, vedrete la quantità di insetti o acari e patogeni che ci sono nei campi. Gli insetti e i funghi se ne fregano del nostro senso estetico, ignorano il nostro gusto per la bella natura, vogliono solo mangiare le piante. Dunque non è possibile lasciare i campi senza cura, infatti anche nelle pratiche biologiche si usano agrofarmaci. Sono vecchie formulazioni che solo la nostra propensione al passato può farci considerare più sani e meno invasivi.

Il ragionamento è molto semplice: l’uomo ha dalla sua parte, grazie alla scienza, tre strumenti per assicurarsi che una coltivazione possa dare il meglio di sè

Il primo sono gli agrofarmaci; essi cercano di ridurre gli agenti patogeni ed i parassiti che possono infestare una pianta in modo tale da mantenerla sana durante tutto il suo ciclo vitale; questo farebbe bene a lei e farebbe bene a noi che mangiamo i suoi frutti. Per fare questo siamo costretti ad utilizzare agrofarmaci di tutti i tipi: fungicidi, fitoregolatori, insetticidi; essi entrano nella catena alimentare e danneggiano la salute dei consumatori in funzione della dose considerata e della tossicità degli stessi.

Il secondo è costituito dai fertilizzanti; essi aumentano le sostanze nutritive nel terreno in modo tale da garantire alla pianta coltivata il migliore apporto nutritivo possibile. Del resto concimi, ammendanti e fertilizzanti correttivi sono fra le più grosse cause di inquinamento delle falde acquifere, oramai contententi preoccupanti livelli di nitrati che percolano nel terreno con il dilavamento dei terreni dovuto al ciclo idrologico.

Dulcis in fundo, la ricerca scientifica ovvero (qui viene il bello) lo sviluppo di quel campo che ha preso il nome di Organismi Geneticamente Modificati. La ricerca studia da trent’anni le tecniche con cui modificare il patrimonio genetico delle specie per conferir loro caratteristiche che meglio le adattino alle condizioni ambientali: maggiore resistenza alle malattie, ai parassiti, ai fattori climatici che cambiando in modo troppo repentina stanno mettendo a rischio milioni di persone.

Come dicevo prima, abbiamo solo tre frecce per il nostro arco; decidere di avvalerci della ricerca scientifica significherebbe fare a meno, o più realisticamente ridurre, le ingenti quantità di pesticidi e fertilizzanti che la produzione agricola utilizza.

L’inquinamento ambientale non è il solo problema che la ricerca può aiutarci ad affrontare. Più grande di questo abbiamo quello che oramai tutti gli addetti ai lavori definiscono il problema del secolo: il consumo delle risorse idriche sotterranee.

La comunità scientifica si relazione con questa tematica parlando di “acqua virtuale”:

Tutto quello che mangiamo o indossiamo contiene acqua ed è fondamentale che i consumatori ne siano consapevoli. L’acqua che usiamo per lavarci, bere o per i vari usi domestici corrisponde a circa 50 litri al giorno; attraverso gli alimenti (e i prodotti di consumo, NDR) consumiamo almeno 3500 litri.

Secondo l’UNEP il 92% dell’impronta idrica globale è imputabile all’agricoltura dove, oltre alla imponente richiesta d’acqua che arriva da zone a scarsissima piovosità (senza andare nella penisola araba, basti pensare al meridione italiano), si è aggiunta la domanda da parte del settore energetico (vedi biomasse), quella dovuta al cambiamento di dieta dei paesi in via di sviluppo (relativo aumento del consumo di carne) e molto altro ancora.

In questo gli OGM (oltre al cambiamento di abitudini alimentari e culturali) potrebbero essere molto utili: la ricerca sta tentanto di individuare delle varietà che richiedono meno acqua per l’irrigazione, una cosa non da poco se pensiamo a titolo esemplificativo che il Nord Africa continua a richiedere e ad importare sempre più grano non potendo produrlo da sè.

Adesso torniamo alla nostra Italia, qual’è la situazione?

Poichè facciamo parte dell’UE abbiamo l’obbligo di recepire le Direttive Comunitarie, di conseguenza da noi come in tutta Europa è autorizzato l’uso (dietro regolamentazione) di OGM sia nell’alimentazione animale, sia in quella umana. Tuttavia abbiamo bloccato (unici in Europa!) la ricerca nel campo di piante transgeniche.

Ad oggi nessun OGM autorizzato ha sollevato problematiche sanitarie o ambientali, come diceva Cristina Tognaccini qualche giorno fa su Linkiesta.

La ricerca sugli Ogm vegetali viene svolta prevalentemente dai grandi gruppi multinazionali, per motivi commerciali ed economici. Proprio per questo motivo e per il basso beneficio scientifico continuano a essere osservati con diffidenza dalla società.

Se la diffidenza verso gli interessi delle multinazionali è fisiologica, spero che tutte le persone che hanno a cuore il nostro pianeta comincino a capire come non sempre tutto è bianco o nero. Ancora una volta è importante non confondere il dato scientifico con quello politico: continuare a rifiutare per principio gli OGM non è la soluzione del problema, anzi ha consegnato nelle mani di società private gli strumenti che in un futuro molto vicino potranno cambiare le sorti di intere popolazioni.

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